L’agrivoltaico: una nuova frontiera per la sostenibilità

Cos’è l’agrivoltaico ?

Neologismo che unisce le parole agricoltura e fotovoltaico, l’agrivoltaico è un sistema di produzione di energia proposto per risolvere il dibattito che da anni vede contrapposti questi due campi. Infatti, se da un lato il fotovoltaico è una fonte di energia rinnovabile necessaria per rispettare gli impegni presi per ridurre l’inquinamento atmosferico, dall’altro i pannelli vengono spesso installati su appezzamenti di terra coltivabile, sottraendola all’uso agricolo. L’agrivoltaico è quindi un sistema di produzione di energia che prevede l’utilizzo di un’infrastruttura “aerea”, elevata a circa 5 metri sopra il terreno, la quale sostiene pannelli fotovoltaici orientabili grazie alla comunicazione wireless. Questa infrastruttura è stata pensata per poter sfruttare al massimo l’energia solare grazie al movimento dei pannelli, permettendo contemporaneamente la coltivazione del terreno sottostante. L’altezza dei pali e la disposizione dei pannelli consentono infatti il passaggio di macchine agricole e lasciano la maggior parte del suolo esposto alla luce solare. Il primo progetto di questo tipo in Italia è stato creato nel 2011 a Virgilio, nei pressi di Mantova, ed il suo successo ha portato alla creazione di infrastrutture simili in altre parti del territorio.

I vantaggi 

L’agrivoltaico garantisce molteplici vantaggi non solo dal punto di vista energetico, ma anche dal punto di vista economico e per quel che riguarda la coltivazione. In termini di produzione energetica, secondo quanto affermato da Greenpeace, ITALIA SOLARE, Legambiente e WWF in una lettera ai ministri dello Sviluppo economico, Ambiente, Agricoltura e Attività culturali e Turismo, lo sfruttamento di terreni coltivabili garantirebbe di arrivare a soddisfare le ambizioni del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 (PNIEC). Un risultato irraggiungibile con la sola installazione di pannelli solari sui tetti delle abitazioni private [1]. Inoltre, nonostante possa sembrare contraddittorio, molteplici studi [2] [3] dimostrano come l’installazione dei pannelli al di sopra delle coltivazioni abbia un effetto benefico su queste ultime. I pannelli permettono infatti di proteggere il raccolto da un’eccessiva esposizione solare e dalle intemperie, di ridurre l’evaporazione dei terreni, mantenere una migliore umidità a livello del suolo, ed incrementare la produttività portando quindi dei vantaggi economici. Tra questi, oltre ad un miglior sfruttamento del suolo grazie all’implementazione di processi agricoli più ecosostenibili e competitivi, vi sono anche vantaggi per la comunità. Mentre la creazione e la manutenzione delle infrastrutture necessarie crea nuovi posti di lavoro, l’energia prodotta dai pannelli potrebbe garantire un aiuto concreto agli agricoltori e contribuire al sostentamento di intere comunità. Nonostante le numerose obiezioni dovute all’impatto estetico sul paesaggio e alla potenziale perdita di resa agricola, la campagna mensile Unfakenews di Legambiente e Nuova Ecologia ha voluto dimostrare proprio come, se ben regolamentata, la coesistenza tra pannelli solari e campi agricoli non abbia effetti negativi, e anzi in molti casi ha portato benefici concreti non solo dal punto di vista della riduzione dei costi e della sostenibilità energetica, ma persino alla produzione, il tutto senza danneggiare l’estetica del paesaggio o interferire in maniera invasiva con la fauna e la flora delle aree interessate [4].

L’agrivoltaico nel futuro

Sebbene l’agrivoltaico sia un settore in espansione da un decennio in Italia, la sua diffusione è ancora ridotta. A prevenire l’implementazione di questa tecnica sono molteplici fattori, tra i quali il più impellente è la chiarezza del quadro normativo. Come ogni nuova tecnologia, l’agrivoltaico ha infatti bisogno di essere sostenuto da norme adeguate ed uniformi che permettano alle parti interessate non solo di agire in maniera trasparente e non nociva, ma anche di poter accedere ad supporti economici per incentivare la transizione. Per esempio, secondo Legambiente [5], ad oggi la legge vieta la costruzione di nuovi impianti in aree agricole che accedono ad incentivi, mentre la consentono senza alcuna regolamentazione a tutti gli altri. In questo modo, le piccole e medie imprese agricole, che spesso usufruiscono di incentivi, si vedono tagliate fuori, mentre le compagnie internazionali possono usufruirne a loro discrezione. Questa mancanza di norme adeguate, non solo previene l’espansione di una tecnologia che potrebbe avere un forte impatto sulla sostenibilità energetica e il settore primario, ma lascia anche libero arbitrio su come utilizzare questi impianti che invece per risultare sostenibili richiedono rigore nella disposizione dei pannelli e nelle tecniche di coltivazione del terreno sottostante.

Le norme da implementare in questo campo possono quindi essere divise principalmente in due macroaree. Da una parte vi è bisogno di incentivi fiscali per promuovere la transizione ecologica ed energetica soprattutto delle piccole e medie imprese, che attraverso la produzione di energia pulita porterebbero grandi benefici alle proprie comunità e permetterebbero di rispettare gli impegni energetici contenuti nel PNIEC per il 2030. Contestualmente, vi è bisogno di norme per regolamentare l’adozione di questa tecnica. Dai parametri fisici della struttura, alla disposizione e rotazione dei pannelli, all’irrigazione del terreno, le regole devono essere chiare per permettere agli agricoltori di effettuare la transizione rispettando i criteri di sostenibilità e potendo garantire il valore dei loro prodotti. A questo proposito, nella bozza definitiva del Piano Nazione Ripresa e Resilienza (PNRR) 2021, nel capitolo dedicato alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” e più specificamente nel contesto di una delle tre linee d’azione identificate, e chiamata “Agricoltura sostenibile”, si fa riferimento agli incentivi, e alla regolamentazione di questi, “per incrementare la sostenibilità e l’efficienza energetica del comparto [agrisolare], realizzando inoltre sistemi decentrati di produzione di energia”. L’inclusione di questo paragrafo all’interno del PNRR è un chiaro segno dell’impegno nazionale non solo per promuovere tecniche agricole e di produzione di energia più sostenibile, ma anche per regolamentarle permettendo alle parti interessate di accedere ad incentivi economici e innovarsi nel rispetto delle regolamentazioni che verranno specificate nei bandi di partecipazione [6].

Fonti

https://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/PNIEC_finale_17012020.pdf

[1]

[2] https://www.qualenergia.it/articoli/agro-fotovoltaico-condizioni-essenziali-e-vantaggi-per-gli-operatori-agricoli-ed-energetici/ 

[3] https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/11/agrivoltaico.pdf 

[4] https://www.greenreport.it/news/energia/fotovoltaico-e-agricoltura-possono-convivere-unfakenews-agrivoltaico-la-svolta-energetica-dellagricoltura/ 

[5] https://www.qualenergia.it/articoli/sbloccare-lagrovoltaico-lappello-di-legambiente-e-lne/ 

[6] https://www.governo.it/sites/new.governo.it/files/PNRR_2021_0.pdf 

Flussi, quantità e potenziale per l’economia circolare dei RAEE

Cosa sono i RAEE?

Ogni prodotto messo sul mercato è stato ideato, progettato e costruito, per soddisfare i bisogni del consumatore. Il lasso di tempo in cui il prodotto viene utilizzato è chiamato vita utile e termina nel momento in cui il proprietario esprime l’intenzione di disfarsene [1]. La motivazione più ovvia è che il prodotto abbia smesso di funzionare, potrebbe essere passato di moda o diventato obsoleto; ad ogni modo, nel momento in cui il proprietario decide che è arrivato il momento di liberarsi dell’oggetto, questo si trasforma in un rifiuto. 

Stesso discorso per i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE), anche questi prodotti divengono rifiuti nel momento in cui il proprietario decide di liberarsene. Sono considerati una categoria speciale in quanto, per il loro smaltimento, essi necessitano di maggiori attenzioni dato che al loro interno sono presenti sostanze tossiche. Dal 15 agosto 2018 [2], in ottemperanza alla Direttiva Europea 2012/19/CE e al D. Lgs 49/2014 i RAEE sono stati suddivisi in cinque categorie come è illustrato nell’immagine 1. Questa suddivisione sostituisce la precedente che considerava ben dieci gruppi separati, in passato se un rifiuto non presentava tutte le caratteristiche attribuibili ad una delle categorie veniva considerato fuori dal campo di applicazione della normativa [3]. Al primo gruppo (R1) sono ascrivibili  tutte le apparecchiature per lo scambio di temperatura con i fluidi,  come frigoriferi, condizionatori e congelatori. A seguire, sotto la voce “grandi bianchi” (R2) rientrano le lavatrici, le lavastoviglie ma anche i forni e le cappe da cucina.  In R3 troviamo poi gli apparecchi con schermi (televisori e monitor), mentre in R4 rientrano frullatori, telefoni, pannelli fotovoltaici e computer, anche identificati come elettronica di consumo. Infine, nella quinta categoria  dei RAEE (R5) si trovano le sorgenti luminose, vale a dire , lampadine, tubi fluorescenti e lampade, ad esclusione di quelle alogene e ad incandescenza. A differenza dei gruppi R1, R3 ed R5, i gruppi R2 e R4 sono volutamente delle categorie aperte, che accolgono quindi una definizione più generale e meno restrittiva delle loro componenti. In questo modo, se un rifiuto non presenta tutte le caratteristiche per entrare in una delle altre tre categorie può comunque  essere ricompreso nel campo di applicazione dei RAEE. 

Immagine 1: Le cinque categorie in cui i RAEE sono suddivisi.

Quantità e flussi dei RAEE

L’annuale studio [4] delle Nazioni Unite pubblicato nel Global E-Waste Monitor 2020 afferma che nel 2019 è stata prodotta la cifra record di 53,6 milioni di tonnellate di RAEE con un aumento del 21% negli ultimi cinque anni. La tendenza è crescente e non sembra avere intenzione di rallentare dato che le proiezioni contenute nel rapporto affermano che in dieci anni si potrebbe raggiungere la soglia delle 74 milioni di tonnellate annue. L’Europa guida la classifica mondiale nella produzione pro capite con 16,2 kg prodotti in media ogni anno [5]. In Italia nel 2020 sono stati raccolti e smaltiti correttamente circa 365 mila tonnellate, circa 6,2 kg pro capite con un aumento del 20% rispetto al 2018 [5]. Questo significa che due terzi delle apparecchiature elettriche ed elettroniche non più funzionanti rimane nelle case dei proprietari o peggio, finisce nelle discariche con conseguenze molto negative per l’ambiente. 

L’origine di questo trend in crescita va ricercata in una serie di ragioni dirette e indirette, insite nel nostro stile di vita e nell’organizzazione del mercato (Immagine 2). Da una parte l’incremento generale del tenore di vita delle persone, che oggi permette di acquistare un numero maggiore di oggetti elettrici ed elettronici, così come l’incremento dell’urbanizzazione e il consumo di massa che indirettamente aumentano gli acquisti di questi prodotti. In aggiunta, l’industrializzazione e l’innovazione tecnologica hanno ridotto drasticamente  i costi di produzione e hanno reso convenienti prodotti prima considerati di lusso. Infine, l’incremento dei consumi di apparecchiature elettriche ed elettroniche è agevolato da una riduzione nei tempi del ciclo di vita degli stessi, il quale può essere previsto o meno dagli stessi ideatori del prodotto.

Immagine 2: Le ragioni dirette e indirette dell’aumento dei rifiuti RAEE (Fonte: Global E-Waste monitor 2020).

Il CEAP e il design sostenibile


Laddove la riduzione sia volontaria da parte del produttore, si parla di “obsolescenza programmata”, questo concetto può essere più precisamente definito come “l’insieme di tecniche e di tecnologie tramite cui il produttore […] nella progettazione di un bene di consumo, volutamente accorcia la vita o l’uso potenziale del medesimo bene, al fine di aumentarne il tasso di sostituzione” [6].   Tuttavia, è molto difficile provare l’intenzionalità dell’obsolescenza dei produttori e per questo motivo l’Unione Europea ha virato su un controllo indiretto. Infatti, all’interno del “Circular Economy Action Plan” (CEAP), con il concetto di “design sostenibile” si cerca di assicurare una maggiore durabilità dei beni di consumo, con lo scopo di ridurre gli sprechi e mantenere il valore delle materie prime utilizzate nella fabbricazione di ogni prodotto [7]. Di conseguenza, nel CEAP viene sottolineata l’importanza di pratiche come la riparazione, la rigenerazione e la riciclabilità dei beni, destinate a prolungarne la vita utile. Tali pratiche possono essere determinanti per ridurre le emissioni lungo la filiera produttiva, specialmente nel settore dell’elettronica dove l’estrema complessità e ramificazione della produzione deriva dalla specializzazione richiesta per la fabbricazione di alcune componenti, presente solo in alcuni Paesi del mondo. Quindi, prima di essere assemblate, le componenti vengono spedite da un paese all’altro e ciò aggiunge alle emissioni derivanti dalla produzione anche quelle relative al trasporto. Questa complessità genera un elevato impatto ambientale ed è di estrema importanza incrementare al massimo la vita utile dei prodotti elettrici ed elettronici con il fine di aumentarne la sostenibilità.

Perché aumentare il riciclo dei RAEE

La complessità della produzione delle apparecchiature elettroniche è l’unica caratteristica che rende necessario allungare il ciclo di vita di questi prodotti o almeno degli elementi che li costituiscono. Al loro interno sono presenti materiali con un elevato valore economico e adatti al riciclo. Ad esempio se si considera una tonnellata di smartphone, al loro interno possono trovarsi 92 kg di rame, 38 kg di cobalto, 2,4 kg di argento, 240 g d’oro e 92 g di palladio [4]. Si noti che la quantità d’oro contenuta in 40 smartphone è equivalente a quella che è possibile trovare dopo avere estratto una tonnellata di materiale in una miniera [4]. Di conseguenza già dagli anni ‘80 si è iniziato a parlare di “Urban Mining”, la pratica di aprire vecchie discariche per recuperare i materiali in esse contenuti, dato che la concentrazione di metalli preziosi è pari se non superiore a quella di molti siti estrattivi.

Nei RAEE sono presenti alte percentuali di rame ed alluminio, due metalli che possono essere riciclati infinite volte senza diminuirne di qualità, né produrre sostanze tossiche. Inoltre attraverso il riciclo si riducono del 95% le emissioni rispetto all’estrazione di materie prime vergini [8]. Un altro vantaggio è la sicurezza e stabilità nella fornitura di questi materiali che permette di ridurre la dipendenza da fornitori esteri e oscillazioni del prezzo di mercato. In questo ambito il Green Deal ha sottolineato l’importanza del riciclo dei materiali anche da un punto di vista strategico. Il superamento della dipendenza dai combustibili fossili non può essere sostituita da una nuova legata alle materie prime. L’Unione Europea ha individuato alcuni materiali critici, necessari per la fabbricazioni di prodotti tecnologici e non solo, controllati quasi completamente da alcuni Paesi. Ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo detiene più del 50% della produzione di Cobalto, un elemento indispensabile nella produzione di batterie elettriche [9]. Un Paese con diversi conflitti interni dove risulta complicato stabilire se nelle miniere sono rispettati i diritti umani. Un altro caso è quello delle Terre Rare, un nome che può trarre in inganno visto che sono minerali che si trovano abbondantemente in molti Paesi. Essi sono materiali necessari nella produzione di circuiti e alcune tipologie di batterie, la loro lavorazione necessita un’elevata specializzazione tecnologica e sin dagli anni ‘90 la Cina soddisfa il 90% della produzione mondiale con un ruolo sempre più centrale nella filiera tecnologica [9]. Nel lungo periodo, risulta necessario rendere il continente europeo maggiormente autonomo rispetto alla gestione di queste materie prime, un risultato che porterebbe benefici non solo ambientali ma anche economici e politici. 

Guidetti Srl e i suoi macchinari 

Nel riciclo dei materiali la società Guidetti srl ha agito in anticipo rispetto a qualsiasi altro concorrente. Già negli anni ottanta in seguito alla richiesta di un cliente, il fondatore Mauro Guidetti costruì una macchina che riusciva a separare perfettamente la plastica e il rame dei cavi elettrici. Oggi guidati dall’erede Francesca Guidetti la società è leader nella produzione di macchinari industriali destinati al riciclo di rifiuti. Nell’ambito Horizon 2020 la Guidetti ha ottenuto un finanziamento per il progetto MRP (Autonomous Multi-Electric Recycling Process Line): una torre di quattro piani che rivoluziona il concetto di riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Il processo sfrutta la gravità e dei getti d’aria grazie al quale i materiali introdotti in cima alla torre vengono separati con un grado di purità pari al 99% [10]. Il sistema pensato per i rifiuti elettrici ed elettronici permette di separare i metalli facilmente riciclabili come il ferro, il rame e l’alluminio, mentre nelle particelle residuali di minori dimensioni, anche detta polvere, sono presenti tutti i minerali preziosi che possono passare ad una seconda fase del processo ed essere nuovamente divisi [10]. Questo macchinario può separare facilmente i materiali di cui sono composti i radiatori, i cavi elettrici e la cosiddetta “car fluff”, ossia il materiale misto derivante dalla rottamazione delle auto. Questo tipo di rifiuto è particolarmente ricco di residui metallici come rame e alluminio ma è mischiato con molti altri materiali che non hanno nessun valore, sarebbe molto costoso ed economicamente inaccessibile separarlo manualmente, anche per questo il progetto MRP è così rivoluzionario oltre che economicamente redditizio.

Conclusioni

La Guidetti Srl rappresenta un esempio di eccellenza, grazie ai suoi macchinari molte aziende riescono a riciclare e recuperare materie prime che altrimenti andrebbero perse. L’innovazione è un volano molto importante nell’industria del riciclo ma, per sfruttare interamente il potenziale della filiera tecnologica nell’ambito dell’economia circolare sono necessari molti cambiamenti. Uno degli ostacoli maggiori deriva dalla crescente percentuale di plastica presente nei RAEE, un materiale estremamente utile ma difficile da riciclare. Il suo utilizzo genera dei vantaggi relativi al peso degli oggetti che riduce le emissioni derivanti dal trasporto, inoltre abbassa il prezzo finale dei prodotti rendendoli maggiormente accessibili. D’altro canto la plastica rende economicamente meno attrattivo il riciclo dei RAEE, dato il basso prezzo della plastica vergine e la bassa qualità della plastica riciclata. Risulta evidente la necessità di un dialogo tra produttori e industria del riciclo, considerando il fine vita dei prodotti sin dalla fase del design in modo di influenzare le decisioni sulla scelta dei materiali delle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Inoltre è necessario anche un ripensamento del modello economico delle aziende produttrici, l’incremento di pratiche di riparazione e rigenerazione dei prodotti necessitano di cambiamenti profondi all’interno dell’organizzazione ma incrementano i punti di contatto con il cliente finale e quindi la sua fedeltà. Ma il cambiamento più grande deve avvenire nella società e nei consumatori che devono prendere coscienza del costo reale degli oggetti che ogni giorno rendono la nostra vita più facile. La sfida più grande dell’economia circolare è quella di creare una collaborazione fra gli attori di ogni filiera produttiva nella ricerca di un obiettivo comune di natura sociale, economica e ambientale.

Fonti 

[1] Decreto Legislativo n. 152/2006 art. 183, comma 1 lett. a) 

[2]Decreto Legislativo 14 marzo 2014, n. 49 

[3] Comitato di Vigilanza e Controllo dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche e delle pile e accumulatori, Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, 8 maggio 2018; Indicazioni Operative per la definizione dell’ambito di applicazione “aperto” del Decreto Legislativo n. 49/2014.

[4] Forti V., Baldé C.P., Kuehr R., Bel G. The Global E-waste Monitor 2020: Quantities, flows and the circular economy potential. United Nations University (UNU)/United Nations Institute for Training and Research (UNITAR) – co-hosted SCYCLE Programme, International Telecommunication Union (ITU) & International Solid Waste Association (ISWA), Bonn/Geneva/Rotterdam. 

[5] Centro di coordinamento RAEE Italia; Rapporto Annuale 2020

[6] Disegno di Legge 615/2019 (pagina 5)

[7] A new Circular Economy Action Plan for a Cleaner and more Competitive Europe; COM(2020)98

[8] Ispra; Elementi per l’emanazione delle linee guida per l’identificazione delle migliori tecniche disponibili metalli non ferrosi; 8 giugno 2004

[9]  Zhang et al.; Supply and demand of some critical metals and present status of their recycling in WEEE, 2017[10] Sito Web Guidetti Srl: https://www.guidettisrl.com/it/innovazione/

L’importanza di cloud e infrastruttura digitale

La produzione a ritmi sempre più veloci di dati è una delle caratteristiche che contraddistingue il modello economico attuale, in particolar modo nelle sue componenti più innovative. La capacità di imprese e organizzazioni di creare valore passerà sempre di più dalla loro abilità nel valorizzare tali dati (un tema che abbiamo recentemente trattato in questo articolo). In questo scenario, assume un ruolo centrale la possibilità di avere accesso ad una infrastruttura digitale in grado di garantire prestazioni di alto livello. In futuro, gran parte dell’hardware e del software di cui le imprese necessitano per operare nell’economia digitale sarà gestito da operatori terzi specializzati e in grado di beneficiare di economie di scala. Il cloud computing, che consiste appunto nell’erogazione di servizi IT attraverso Internet, sarà al centro di questo processo. Tra i servizi offerti dal cloud, i principali risultano essere la potenza di calcolo, l’archiviazione dati e la fornitura di software di diverso tipo. I provider di servizi cloud, in quanto fornitori dell’infrastruttura digitale essenziale all’esecuzione della maggior parte delle operazioni informatiche di una organizzazione, sono quindi destinati a diventare partner di primo piano per imprese e pubbliche amministrazioni del futuro.

In Europa, il mercato del cloud è dominato da tre colossi statunitensi: Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud. Questi tre fornitori, di proprietà di Big Tech, valgono in totale il 66% del mercato europeo. La dipendenza europea da una superpotenza straniera, anche se alleata, è motivo di preoccupazione sia a Bruxelles che in diverse cancellerie dell’Unione. Proprio per far fronte a questa problematica, è nata l’idea di creare un ecosistema europeo per il cloud.

1. Gli obiettivi di GAIA-X

Il progetto GAIA-X venne presentato al Digital Summit del 29 ottobre 2019, una data che segna l’inizio di uno sforzo europeo per riconquistare il terreno perso nei confronti delle superpotenze straniere e riprendere il controllo della propria infrastruttura digitale. La spinta decisiva per la nascita del progetto si deve ad un’iniziativa franco-tedesca, sostenuta da Bruno Le Maire e Peter Altmaier, ministri dell’economia dei due Paesi. In seguito il progetto ha ricevuto il supporto di diversi altri Paesi europei, e GAIA-X è al momento in costante dialogo con le istituzioni europee. Gli obiettivi che l’Europa si prefigge di raggiungere con Gaia X sono molteplici.

In primis, è una questione di sovranità digitale: si vuole cioè far sì che i dati generati in Europa vengano analizzati in Europa e non in server collocati oltreoceano. Questo per questioni strategiche e geopolitiche, ma anche per incentivare la creazione di competenze interne in un settore chiave per quanto riguarda il futuro tecnologico del Vecchio Continente.

Un secondo motivo è invece l’armonizzazione delle regolamentazioni inerenti alla somministrazione di servizi di cloud computing, con particolare riguardo alla questione del trattamento dei dati personali. GAIA-X si pone infatti l’obiettivo di stabilire degli standard ai quali tutti i fornitori di servizi cloud che desiderano operare in Europa saranno tenuti ad attenersi. Al momento, il rispetto delle normative europee in materia di protezione dei dati personali (divenute ben più stringenti di quelle statunitensi in seguito all’introduzione del GDPR) è onere dei singoli operatori. GAIA-X punta, dunque, alla creazione di un ecosistema dove la privacy possa essere garantita by default da tutti i fornitori di servizi coinvolti.

Un altro obiettivo dichiarato di GAIA-X è quello di spingere verso un modello di competizione più aperto nel mercato del cloud. Il modello attualmente esistente, in cui i tre cloud services providers  di proprietà di Big Tech detengono una ampia quota di mercato, presenta infatti delle criticità. Affidare dati sensibili e funzioni essenziali allo svolgimento dell’attività aziendale a un unico operatore espone i Paesi europei a un forte squilibrio in termini di potere contrattuale, oltre che al rischio di costosi stop qualora il fornitore di servizi cloud dovesse incorrere in problemi tecnici. Inoltre, le incompatibilità tecniche tra i diversi operatori cloud rendono al momento estremamente difficili passare un provider all’altro. In risposta a queste problematiche, GAIA-X propone un modello basato su interoperabilità e standard condivisi, in grado di arginare i fenomeni di lock in a cui spesso gli utenti di servizi cloud sono stati sottoposti. In questo modo, anche gli operatori cloud europei, che hanno dimensioni nettamente inferiori a quelle delle controparti americane, sarebbero in grado di competere.

In conclusione, il progetto GAIA-X mira a creare un ecosistema europeo in grado di promuovere innovazione e crescita economica, garantire trasparenza nel trattamento dei dati e permettere a nuovi cloud service providers europei di affermarsi grazie al principio di interoperabilità.

2. Le criticità del progetto GAIA-X tra opportunità, sfide e critiche

Al momento del suo annuncio, GAIA-X era stato oggetto di critiche da parte di Microsoft e Amazon. Tali critiche erano dovute al fatto che GAIA-X fosse stato percepito come un tentativo di limitare l’accesso ai servizi cloud sulla base di confini nazionali. In realtà, va sottolineato come GAIA-X sia un progetto aperto anche ad operatori che abbiano sede in Paesi extra-UE, a patto che  siano disposti a rendere la loro tecnologia conforme ai nuovi standard. Microsoft Azure, Amazon Web Services e Google Cloud potrebbero dunque diventare parte integrante di GAIA-X, anche se a fronte dei costi rappresentati dal dover adattare la propria architettura cloud al nuovo ecosistema.

Ma a determinare il successo o il fallimento di GAIA-X sarà, in ultimo ordine, il mercato: GAIA-X dovrà dimostrare di essere in grado di fornire servizi cloud di alta qualità e ad un prezzo concorrenziale. Un obiettivo tutt’altro che semplice da raggiungere, soprattutto in vista del vantaggio accumulato da Big Tech nel corso degli ultimi decenni di supremazia digitale statunitense. Eliminare questo gap nelle competenze specifiche sarà una sfida chiave per un’Europa che ambisce a conquistare una sovranità digitale, sia per quanto riguarda il cloud che per altri settori (si veda, ad esempio, i miliardi di euro investiti da Volkswagen per competere con Tesla nel settore automobilistico del futuro, dove il software avrà un ruolo di primo piano).

Nel caso specifico del cloud, la speranza è quella di compensare questo svantaggio competitivo con i vantaggi specifici garantiti da un ecosistema europeo basato su interoperabilità e privacy by default. Un’infrastruttura digitale integrata, nella quale sia possibile immagazzinare e rendere accessibili dati gestiti da operatori diversi tra loro nel rispetto della normativa vigente, aprirebbe infatti la strada a soluzioni d’impresa innovative e all’avanguardia nel campo di Big Data e AI. E proprio questo punto che GAIA-X si è recentemente impegnata a pubblicizzare, attraverso la raccolta e la pubblicazione di use cases). Tra questi troviamo ad esempio la creazione di una piattaforma che raccolga dati finanziari precedentemente non connessi, allo scopo di realizzare applicazioni che possano sfruttare la quantità di informazioni raccolta anche attraverso algoritmi di Intelligenza Artificiale. Ma applicazioni simili sono facilmente immaginabili anche in altri settori, si pensi ad esempio a quello sanitario.

GAIA-X è quindi un progetto ambizioso, potenzialmente in grado di rivoluzionare le modalità di accesso ai servizi digitali in Europa e di dare una forte spinta in avanti al Vecchio Continente sul fronte Big Data. Allo stesso tempo, il suo successo e tutt’altro che garantito, visto il gap  che separa gli operatori europei da quelli di proprietà di Big Tech. Nonostante queste incertezze, l’appoggio da parte dei Paesi europei al progetto GAIA-X marca un cambio di marcia per quanto riguarda l’approccio alla questione dell’indipendenza tecnologica europea, di per sé un primo passo imprescindibile per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla Commissione per il decennio digitale europeo.

Comunità energetiche come innovazione sociale: ripartire da inclusività, flessibilità e produttività

Roma, 26 marzo 2021

Si è tenuta ieri la tavola rotonda dal titolo “Le Comunità Energetiche: un’analisi politico-sociale”, organizzata dal think tank AWARE e patrocinata da ASviS. L’evento, svoltosi online, ha approfondito i contenuti del paper redatto dagli analisti di AWARE sul tema delle Comunità Energetiche e sul loro ruolo nel processo della transizione energetica, con particolare riguardo ad aspetti di carattere politico-sociale e normativo, dal titolo “Le Comunità Energetiche: un’analisi politico-sociale”. 

Sono intervenuti durante l’evento: il Sen. Gianni Pietro Girotto (M5S), Presidente della Commissione Industria, Mariagrazia Midulla, Responsabile per il Clima ed Energia di WWF Italia, Francesco Leva, Sustainability Strategist di ZeroCO2, Sara Capuzzo, Coordinatrice del Gruppo di lavoro Comunità Energetiche di Italia Solare e Adriano Falcone, direttore dell’Area Sostenibilità di AWARE. Ha moderato il dibattito Daniela Patrucco, collaboratrice esterna della redazione di Qualenergia.it.

A partire dai risultati dell’analisi condotta da AWARE e a cura degli analisti Chiara Celesia, Giulia Salis e Marco Rogai, gli interventi degli ospiti hanno posto l’accento sulle enormi potenzialità delle Comunità Energetiche nell’ambito del processo di transizione energetica e sul contributo che esse possono offrire nell’affrontare problematiche di tipo sociale, come quelle legate alla povertà energetica.

Come ha sostenuto Mariagrazia Midulla: ”Nella transizione una delle questioni più pressanti è quella della giustizia sociale. Nonostante la necessità assoluta di affrontare il pilastro ambientale, non bisogna assolutamente trascurare quello sociale: le fasce di popolazione in situazioni di povertà stanno aumentando. L’accesso alla transizione potrebbe essere un problema perché per prendere parte a questo processo bisogna avere un reddito. Affrontare la povertà energetica e dare la possibilità ai cittadini di esser parte di una comunità e nello stesso tempo di avere una fonte di reddito è molto rilevante. Per questa ragione, le Comunità Energetiche sono uno strumento importante per affrontare il problema della povertà energetica e dello spopolamento”.Il Senatore Girotto ha richiamato l’attenzione sulla dimensione umanitaria della questione energetica: “La miglior soluzione a tantissimi conflitti nazionali e internazionali è arrivare quanto più possibile all’autosufficienza energetica, perché energia vuol dire cibo, vestiti, mobilità, industria, servizi, tutto. Quindi quanto più noi riusciamo ad auto-produrre energia, tanto più non solo risparmiamo denaro, ma soprattutto tuteliamo l’ambiente, evitiamo i conflitti e creiamo un circolo virtuoso di sviluppo sostenibile”.

Sara Capuzzo ha evidenziato come le Comunità Energetiche possano imprimere un impulso positivo anche allo sviluppo della mobilità elettrica in Italia dal momento che le stazioni di ricarica per veicoli elettrici potranno essere alimentate proprio dall’energia prodotta all’interno delle Comunità Energetiche. E’ stato introdotto anche il tema del mercato della flessibilità, ad oggi ancora poco strutturato, che potrà svilupparsi proprio grazie alla produzione e vendita di energia accumulata dalle stazioni di ricarica, che diventerebbero stazioni di accumulo.

Inoltre, le Comunità Energetiche possono essere considerate una vera innovazione sociale. Su questo punto si è soffermato Adriano Falcone, che ha messo in evidenza la necessità di valorizzare le dinamiche sociali all’interno delle Comunità Energetiche, tra cui “la trasformazione di coloro che compongono la Comunità Energetica, che da semplici consumatori passivi si trasformano in prosumer. Dunque, il partecipante alla Comunità Energetica smette di essere un semplice utilizzatore passivo di energia e si trasforma in un soggetto attivo nella valutazione delle scelte di consumo. La figura del prosumer evidenzia il potenziale delle Comunità Energetiche per la creazione di un nuovo sistema decentralizzato e democratico che incoraggia un maggiore coinvolgimento sociale nel mercato dell’energia”.

Successivamente, sono state messe in evidenza le maggiori criticità legate allo sviluppo delle Comunità Energetiche. Francesco Leva ha individuato come principali limiti quello della potenza degli impianti fissata a 200 kW e del perimetro limitato. Di fatti, al fine di massimizzare i benefici sociali garantiti dalle Comunità Energetiche, ha sostenuto che: “Serve un sistema di welfare energetico, che passi per l’energia al fine di avere un impatto sociale. Questo sistema di welfare deve essere gestito dal pubblico locale, in cui i comuni svolgono una funzione primaria, quella di enti promotori ed implementatori delle Comunità Energetiche, riuscendo in questo modo a condividere con il territorio e con le popolazioni locali i benefici economici. In questo processo vanno coinvolti tutti i livelli di istituzioni. Serve un’azione del legislatore che faccia venir meno questi vincoli”. 

Su questo punto ha concordato anche Sara Capuzzo di Italia Solare, dichiarando che “sarebbe importante che ci fosse un soggetto su scala comunale che possa gestire più iniziative, invece che far nascere tante associazioni, onde evitare un’esagerata frammentazione delle comunità. Questo sarà uno tra gli adeguamenti normativi che Italia Solare caldeggerà nel rispondere alla consultazione, in scadenza il prossimo 7 aprile, che il GSE ha rivolto ai portatori di interesse”. L’evento si è concluso con l’intervento di Marco Rogai, analista di AWARE che, sottolineando la pluralità di attori coinvolti nell’organizzazione interna delle Comunità Energetiche e la conseguente diversità di interessi da tutelare, ha auspicato l’inserimento di una definizione di Comunità Energetiche nella normativa che tenga conto di inclusività, flessibilità e produttività, al fine di delineare il ruolo che esse ricoprono nel mercato energetico e sottolineando l’importanza del loro sviluppo nella transizione energetica del nostro Paese.

Sistemi innovativi di riciclaggio e tecnologia blockchain per un settore tessile più sostenibile

L’impatto ambientale del settore tessile

Il concetto di sostenibilità è ormai radicato nell’industria tessile: le decisioni di acquisto non vengono più prese solo sulla base della moda e del comfort ed i consumatori tendono a richiedere tessuti sempre più ecologici. Tuttavia l’offerta di essi è molto ampia, e risulta perciò difficile fare scelte consapevoli  specialmente riguardo l’utilizzo di risorse naturali, i metodi di produzione, le emissioni e l’impatto complessivo sull’ambiente. Spesso i consumatori non sono al corrente, in maniera trasparente, dei materiali che compongono  i capi che indossano. 

I due terzi delle fibre utilizzate per i prodotti tessili, igienici e cosmetici, equivalenti a 100 milioni di tonnellate ogni anno, sono di origine sintetica. La maggior parte, come il poliestere e la poliammide, sono prodotti attraverso l’uso di petrolio greggio. Molte di queste fibre sono lavate e consumate nelle abitazioni o impiegate nei detergenti industriali. Di conseguenza, questo materiale si trasforma in microplastica e provoca ingenti danni agli oceani, ai pesci e, quindi, agli esseri umani. 

Solo un terzo di tutte le fibre prodotte ogni anno è di origine cellulosica di derivazione naturale (cotone, viscosa, lyocell, modal). La cellulosa è un materiale naturale e quindi non aggrava il crescente problema dei rifiuti marini grazie alla sua biodegradabilità. 

A differenza di carta, alluminio o acciaio, non esiste ancora un concetto di riciclaggio largamente riconosciuto e applicato per i miliardi di tonnellate di articoli prodotti con fibre non biodegradabili. Annualmente circa 60 milioni di tonnellate di nuove fibre vengono utilizzate per realizzare indumenti e non esiste alcun concetto plausibile su cosa farne quando non sono più necessari. Di conseguenza, tre quarti di questi prodotti vengono smaltiti in discariche o impianti di incenerimento. 

L’industria tessile è una delle principali fonti di emissioni di gas serra a causa delle tecnologie non sostenibili di produzione e trasporto. Solo recentemente sono stati pubblicati studi [8] sul calcolo delle emissioni di CO2 del settore. La Ellen MacArthur Foundation [9] , per esempio, ha valutato le emissioni dell’industria tessile globale a 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti annue, un livello che si avvicina a quello delle emissioni dell’industria automobilistica. 

Tuttavia, l’industria tessile ha iniziato a prendere sul serio la sua forte impronta ecologica. Sono emerse recentemente varie iniziative: una di queste è la Fashion Industry Charter for Climate Action [10], firmata da importanti marchi di moda, fornitori e altri partner sotto gli auspici dell’iniziativa delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. I firmatari si sono impegnati a ridurre del 30% le emissioni di gas serra entro il 2030.

Riciclaggio per combattere gli sprechi

L’impatto ambientale della filiera tessile è riconducibile alle diverse fasi di lavorazione lungo la catena produttiva. Ad esempio, la produzione di fibre sintetiche influisce profondamente sull’ambiente a causa dell’utilizzo di risorse non rinnovabili. Riguardo la produzione di fibre naturali, vengono utilizzate grandi quantità di acqua e pesticidi, vanificando l’impatto benefico di questo tipo di fibre sull’ambiente. Inoltre, le quantità di rifiuti rappresentano un problema notevole sia che siano prodotti durante la produzione e la lavorazione di materiali tessili, come scarti ed eccessi di produzione, sia a fine vita dei prodotti, una volta venduti e usati.

Per questo bisognerebbe prestare attenzione ai processi di riciclo sia dei prodotti che dei rifiuti con l’obiettivo di reintrodurli in un nuovo processo industriale attraverso nuove modalità di produzione. In questo modo si potrebbe avviare un nuovo ciclo di vita.

Ad esempio, Assosistema [3] (marchio made green in Italy per i servizi di lavanderia industriale) ha affermato che il riciclaggio di indumenti usati potrebbe:

– ridurre del 53% l’impatto ambientale dei tessili sul riscaldamento globale;

– ridurre del 45% l’inquinamento causato dall’industria tessile;

– ridurre del 95% l’eutrofizzazione dell’acqua (causata dall’eccesso di nitrati e fosfati nei flussi d’acqua).

Considerati i dati, lo step successivo è l’identificazione delle tecnologie adatte che potrebbero portare la produzione del prodotto verso una notevole riduzione dei costi di produzione, attraverso l’uso di materiali riciclabili come un’alternativa reale ed efficiente. Tra queste ci sono le tecnologie per il recupero degli scarti di produzione.

In Italia, tonnellate di fibre tessili sprecate potrebbero essere destinate ad altre applicazioni, riducendo l’impatto ambientale del settore. Il riciclaggio dei tessuti potrebbe fornire materie prime a basso costo ed a basso impatto ambientale per molti campi di applicazione, come l’automotive, l’arredamento, la nautica o la produzione di pannelli isolanti.

Secondo i dati diffusi da Assosistema [11], ogni anno in Italia vengono prodotte 124.300 tonnellate di rifiuti tessili provenienti dai nuclei domestici, ma solo una piccola parte viene recuperata a fine vita.

Poiché la qualità dei materiali considerati rifiuti è superiore alle attese, potrebbe essere buona norma recuperarli attraverso un vero e proprio piano di riciclo, sia meccanico che chimico. Questa soluzione si rivelerebbe efficace dato che questi processi di recupero sono spesso più sostenibili della produzione di materie prime.

Tuttavia, è necessario migliorare l’efficienza di tali processi così come la qualità dei materiali riciclati. Ad esempio, al fine di creare sistemi che potrebbero rendere più facile il riciclaggio dei tessuti, la fase (automatica) di separazione dei materiali post-consumo dovrebbe essere migliorata. Contemporaneamente dovrebbero essere sviluppate tecnologie avanzate per i coloranti, l’estrazione del finissaggio (raffinazione del tessuto) e la separazione delle fibre miste nei tessuti. Questo eviterebbe danni alle fibre che potrebbero rappresentare un grave problema in termini di qualità.

Per questo, negli ultimi anni sono stati effettuati molti studi per migliorare il riciclaggio tessile dei rifiuti industriali e post-consumo.

Recentemente sono state messe a punto numerose tecniche innovative per migliorare il processo di riciclo. Tra tutte, l’azienda italiana Cibitex ha creato una nuova soluzione in grado di riciclare le acque reflue e quindi riutilizzarle per rimuovere coloranti, reagenti ed agenti dai tessuti stampati digitalmente. L’innovazione, più adatta al cotone e al poliestere, è stata presentata alla 18esima edizione della Textiles & Garment Technology Exhibition a Barcellona lo scorso giugno.

Il prodotto innovativo, denominato Easywash, è dotato di un’unità di riciclaggio unica che recupera le acque reflue, le raffredda e quindi le reintroduce nel processo senza che sia necessario che venga scaricata fino al completamento del lotto. La macchina agisce sull’intero processo di stampa digitale, dal pre-rivestimento al lavaggio e al post trattamento, risparmiando energia e acqua in ogni fase. L’apparecchio immagazzina l’acqua di scarico del ciclo di lavaggio che rimuove i coloranti in eccesso e le sostanze chimiche ausiliarie, la raffredda e la riutilizza più volte fino al completamento del ciclo. Questo rappresenta un notevole passo avanti rispetto ai sistemi di lavaggio convenzionali, i quali riscaldano continuamente acqua dolce durante il processo e scaricano ogni ciclo nei rifiuti una volta terminato.

L’esclusiva tecnologia motionless, frutto di molti anni di esperienza nella costruzione di impianti di finissaggio tessile, permette alla stampante di lavare rotoli di tessuto fino a 200 metri, senza distorsioni fisiche in meno di un’ora.

L’eccellenza sostenibile di Easyline è stata riconosciuta da The Acimit Green Label [12], uno standard ideato dall’Industria tessile italiana per identificare e rendere facilmente riconoscibili le prestazioni energetiche e ambientali delle macchine tessili.

La Blockchain come soluzione per tracciare i materiali

Considerati tutti gli aspetti relativi ai differenti materiali impiegati nella produzione di abbigliamenti, la tracciabilità è la chiave per effettuare decisioni di acquisto consapevoli.

L’utilizzo di nuove tecnologie digitali come la blockchain possono fornire una soluzione decisiva per creare un’industria più eco-compatibile. In particolare, la Blockchain consente ai consumatori di identificare abiti sostenibili. Il Gruppo Lenzing, in collaborazione con TextileGenesis, è una delle primissime aziende ad offrire la tracciabilità digitale a clienti, partner e consumatori. La tecnologia blockchain consente a marchi e consumatori di identificare fibre sostenibili a base di legno negli indumenti finiti o nei tessuti per la casa in ogni fase di produzione e distribuzione, dalla lavorazione della fibra alla vendita al dettaglio. La tecnologia consente inoltre ai consumatori di verificare la composizione dell’indumento e la catena di fornitura tessile sottostante nel punto vendita, semplicemente scansionando il codice a barre con un dispositivo mobile.

Recentemente è stata lanciata nel mercato dalla startup olandese “The Movement” un’iniziativa, AWARE blockchain Recycled Fabric, che  si concentra sull’autenticazione della catena di fornitura della moda utilizzando blockchain. In un settore della moda in cui espressioni come “biologico” e “sostenibile” stanno diventando sovrautilizzate, questa tecnologia offre un futuro in cui i consumatori possono conoscere con precisione i materiali di cui è fatto un capo.

AWARE applica particelle traccianti al cotone riciclato grezzo e quindi utilizza la blockchain per garantire che il materiale che entra nella catena di fornitura sia lo stesso che esce dall’abbigliamento. Offrendo convalida, trasparenza e verifica ad AWARE Blockchain Recycled Fabric, questa tecnologia ibrida sarebbe determinante per eliminare il greenwashing e stabilire una maggiore fiducia nell’industria tessile.

Si stima che la produzione di 1 kg di cotone convenzionale richieda circa 10.000 litri di acqua (dati “The Guardian” [13]) e che gran parte del cotone mondiale venga prodotto in paesi che non dispongono di una pronta fornitura di acqua potabile. Inoltre, si considera che circa l’80% del cotone necessario all’industria della moda esista già. L’aumento dei programmi di riciclaggio può evitare che questo cotone finisca in discarica, consentendo di riutilizzarlo. 

In questo caso la tecnologia AWARE può quindi essere utilizzata per autenticare questo processo per il consumatore finale. In particolare, diversi filatori partner accuratamente selezionati aggiungono il materiale tracciante AWARE brevettato nella materia prima riciclata originale. Una volta effettuato, viene creata una rappresentazione virtuale del filo/fibra come token digitale e archiviata su una blockchain decentralizzata e open source. Da questo punto in poi, i marchi possono utilizzare il filato allo stesso modo di qualsiasi altro tessuto grezzo. La differenza è che alla fine della produzione il prodotto finale può essere scansionato per confermare che è realizzato con materiali riciclati certificati originali.

Questa conferma è quindi collegata al relativo token digitale memorizzato su blockchain, all’ordine di acquisto originale e al certificato di autenticità AWARE. Tutte queste informazioni verranno quindi trasferite al portafoglio digitale del rivenditore o del marchio, completo di un’interfaccia blockchain di facile comprensione che documenta tutti i risparmi sull’impatto ambientale.

In conclusione, la trasparenza della catena di fornitura diventerà uno dei campi di battaglia chiave per le aziende della moda che si sforzano di diventare più sostenibili. Per i brand del tessile, la capacità di comunicare in modo chiaro e trasparente  la provenienza del prodotto al consumatore, rappresenterà un  vantaggio competitivo determinante.

Inoltre, solo attraverso una ricerca della trasparenza sarà possibile promuovere un’industria tessile davvero sostenibile, oltre che fornire ai consumatori gli strumenti per delle decisioni consapevoli.

Fonti

[1]https://www.sistemamodaitalia.com/it/sostenibilita

[2]https://www.greenplanner.it/2020/09/23/tessile-innovazione-sostenibile/

[3]http://www.assosistema.it/tag/tessile/

[4]https://www.cibitex.it

[5]https://www.theidfactory.com/it/blog/blockchain-e-tracciabilita-per-lindustria-tessile/

[6]https://www.blockchain4innovation.it/mercati/industria4-0/come-la-blockchain-puo-cambiare-il-settore-della-moda-in-modo-etico-e-sostenibile/

[7]https://www.wearaware.co

[8]https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20201208STO93327/l-impatto-della-produzione-e-dei-rifiuti-tessili-sull-ambiente-infografica

[9]https://www.green.it/settore-tessile-ed-economia-circolare-rapporto-della-ellen-macarthur-foundation/

[10]http://climateinitiativesplatform.org/index.php/Fashion_Industry_Charter_for_Climate_Action

[11]http://www.assosistema.it/wp-content/uploads/2017/04/Ecoscienza-2-2017-Il-tessile-riutilizzabile-cerca-nuova-vita.pdf

[12]https://www.cibitex.it/wp-content/uploads/2018/05/easy-wash-17-EN.pdf?x58115[13]https://www.theguardian.com/sustainable-business/2015/mar/20/cost-cotton-water-challenged-india-world-water-day

SULLA GUIDA AUTONOMA E L’AI. IL CASO TOYOTA-AURORA E I PROBLEMI LEGISLATIVI ED ETICI

Una introduzione sulla guida autonoma

All’interno del grande sistema dell’automotive sta avvenendo, in questo ultimo periodo, una immensa rivoluzione, legata principalmente al settore della tecnologia e dell’innovazione. La guida autonoma è arrivata all’interno delle case automobilistiche in maniera ponderata, specifica. 

L’acquisizione delle competenze specifiche è solamente il primo passo compiuto dalle aziende, che si sono dovute aggiornare, evolvere ad uno step successivo: la guida autonoma non è altro che il risultato finale di tutti questi studi, messi in pratica a loro volta con l’impiego dell’intelligenza artificiale. 

La guida autonoma non è altro che una vettura automatica in grado di compiere le stesse azioni di una macchina tradizionale, capace tuttavia di capire e rilevare la navigazione senza l’intervento umano. Per poter comprendere al meglio i vari gradi (o livelli) di guida autonoma corre in aiuto una classifica, stilata dall’Istituto Federale di Ricerca per i Trasporti e la Mobilità tedesco, che differenzia le autovetture in 5 livelli

Al livello 1 si trovano le vetture accessoriate con sistemi di supporto utili al guidatore, come il Cruise Control; all’interno del livello 2 le macchine sono dotate di sistemi di assistenza, come quello di mantenere l’auto all’interno della giusta corsia. 

Proseguendo per il livello 3 la situazione cambia notevolmente: a partire da questo settore l’auto inizia una sua completa autonomia, dovuta ad un insieme di sistemi e controlli che consentono alla persona di non intervenire durante la corsa. A partire dal livello 4 la situazione in cui ci si trova è ancora in fase prototipi: le auto che faranno parte di questo settore saranno totalmente autonome, anche per possibili situazioni imprevedibili e complesse. 

Il livello 5 conclude la classifica: qua le automobili diventano veicoli super-intelligenti, connessi con le varie infrastrutture e con tutte le altre macchine presenti su strada, trasformando definitivamente il guidatore in un normale passeggero. 

Ovviamente la strada da percorrere sull’incontro tra la guida autonoma e l’intelligenza artificiale è ancora lunga e impegnativa. Tuttavia vi sono dei casi, come quello di Toyota con Aurora, che hanno compreso al meglio il prossimo cambiamento tecnologico. Aiutata anche dai sistemi cloud, fondamentale per una ramificazione organizzata delle competenze specifiche, la partnership svilupperà ancora di più l’essenza dell’automotive, un settore storicamente protagonista dell’avanzamento tecnologico. 

Il caso Toyota-Aurora

Il primo esempio riportato riguarda la partnership venutasi a creare tra la Toyota e Aurora. Per quanto riguarda la prima, non necessita di ulteriori presentazioni, visto che si tratta di una delle case automobilistiche più famose e importanti al mondo, basti pensare alle innovazioni portate dalla casa giapponese nell’ambito ibrido e elettrico. 

Per quanto riguarda invece Aurora la situazione prende una piega differente. Questa startup, fondata nel 2016 da Sterling Anderson, Chris Urmson e Drew Bagnell, ex-membri di Tesla, Google e Uber, ha scalato, passo dopo passo, i vertici del settore automobilistico, ritagliandosi così un ruolo di grande importanza nel mondo delle quattro ruote. 

Dopo aver acquisito a fine 2020 l’Advanced Technologies Group, il reparto di guida autonoma di Uber, Aurora è riuscita a portare il suo valore ad una cifra di circa 2.5 mld di dollari. Forte di questa esorbitante impennata, la startup di Palo Alto è stata notata da Toyota, che si è trovata quindi a collaborare con una delle aziende più interessanti dell’ultimo periodo. 

L’obiettivo principale della partnership sarà quello di realizzare una flotta di taxi a guida autonoma, da portare su strada entro la fine del 2021. Toyota e Aurora, con l’aiuto di Denso, produttore di componenti automobilistiche, svilupperanno un nuovo veicolo da lanciare nel mondo del ride-hailing

Utilizzando gli hardware e i software di casa Aurora, l’auto verrà assorbita all’interno dell’Aurora Computer, un sistema hub dove saranno incamerati i dati e processati subito dopo da un autonomy software

Nonostante il target reale di Toyota fosse  quello dell’ingresso dei taxi a guida autonoma per le olimpiadi di Tokyo 2020, la pandemia ha obbligato la casa giapponese a posporre lo sviluppo del progetto, obbligando così uno dei main sponsor dell’olimpiade ad un ripiego strategico.

Questo ripiego in verità si è trasformato, in pochissimo tempo, in una mossa di grande sapienza, perché ha aiutato Toyota a cercare (e trovare) ulteriori collaborazioni, volte a sviluppare ancora di più il settore dell’AI: è il caso delle startup Nauto, SLAMcore e Boxbot, entrate nel 2019 all’interno del programma Toyota AI Ventures. 

Problemi legislativi e problemi etici

Nonostante l’importante lavoro effettuato dalle grandi case automobilistiche non si possono non notare i possibili riscontri in ambito legislativo e, ovviamente, etico. 

Per quanto riguarda il primo, il lavoro svolto dall’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza è un faro in mezzo al mare: il rapporto stilato dall’Enisa è di fondamentale importanza per capire i pregi dell’impiego dell’intelligenza artificiale all’interno della guida autonoma e i suoi difetti. 

Il primo punto analizzato riguarda l’aspetto della cybersecurity, che con un aumento del sistema di digitalizzazione del veicolo avrà necessariamente a che fare con un aumento spropositato della superficie di lavoro. Ergo, maggiore sarà questa superficie, più facile sarà una sua possibile attaccabilità. 

A tal proposito, il rapporto afferma come tutta l’industria automobilistica debba, necessariamente, andare a sposare il concetto di una sicurezza durante la progettazione e lo sviluppo o “Security by design”, in modo tale da andare a standardizzare il futuro sviluppo della conoscenza dell’AI. 

Per quanto riguarda la sicurezza dei dati del conducente/passeggero, la linea del rapporto si intreccia con la disciplina europea in materia di dati personali, il GDPR, e le linee guida stilate dall’ EDPB, l’European Data Protection Board. Come affermato anche dal direttore generale del Joint Research Centre (JRC): “È importante che i regolamenti europei assicurino che i benefici della guida autonoma non siano controbilanciati da rischi per la sicurezza. Per sostenere il processo decisionale a livello UE, il nostro rapporto mira ad aumentare la comprensione delle tecniche di IA utilizzate per la guida autonoma, nonché i rischi di cybersecurity ad esse collegati, in modo che le misure possano essere adottate per garantire la sicurezza dell’IA nella guida autonoma”. 

A proposito dei possibili problemi etici, più che andare contro la guida autonoma, la mente umana (almeno, di alcune. ndr) reagisce in maniera negativa ad una costrizione, ad un’imposizione dettata da un mercato. Come affermava il personaggio di Jack Nicholson nel film Easy Rider (1969), “Non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare per dimostrarlo”. 

E l’essere umano già si sta mobilitando, già si dà da fare per trovare implicazioni morali, da utilizzare per difendersi da questo avvento delle macchine: il suo sistema di autodifesa lo aiuta in questo preciso momento storico, dove l’automazione non è mai sembrata così vicina da una sua realizzazione. 

Alcuni giuristi e ricercatori hanno proposto una soluzione per una “libertà” di decisione. Visto che una delle principali paure dell’essere umano è la possibilità della macchina di compiere delle scelte etiche, questi studiosi hanno proposto l’applicazione di un ethical knob

Questa “manopola etica” consente alla persona a bordo del veicolo autonomo, in prossimità di un incidente, di poter compiere una fra  tre scelte: altruistica, egoistica e imparziale. Questa azione, vista in un determinato contesto, potrebbe essere forse l’unica possibilità di scelta che l’uomo può avere. 

Ovviamente bisogna considerare anche il fattore territoriale e porsi la seguente domanda: in quale nazione ci si trova? È logico e fondato presupporre una maggiore libertà nei paesi come la Cina, nazione che si è sempre impegnata a tracciare, come nel 5G, un sentiero della nuova tecnologia. Il Dragone Rosso però non sembra essersi ancora posto il problema della messa su strada di veicoli autonomi, estremamente pericolosi se non brevettati al meglio ed estremamente volubili nel settore legislativo. 

I casi degli incidenti con protagonisti dei veicoli autonomi, datati 2016 e 2020, sono stati fortunatamente dei casi isolati. Tuttavia, per ovviare alla ancora poca funzionalità della guida autonoma e alla sempre presente incoscienza dell’uomo, bisognerebbe innanzitutto regolamentare il percorso legislativo, in modo da risolvere, almeno in parte, la questione etica, permettendo così la completa innovazione tecnologica anche nell’ambito dell’automotive.

Comunità energetiche: un interessante strumento per affrontare al meglio la transizione energetica?

COMUNITA’ ENERGETICA: DI COSA SI TRATTA  

Da febbraio 2020 lo Stato italiano ha iniziato a mostrare volontà di investire sulle comunità energetiche e sull’autoconsumo collettivo. Nello specifico con il Decreto Milleproroghe pubblicato nello stesso mese, si è dato avvio ad una fase sperimentale di autoproduzione e di autoconsumo collettivo (inerente impianti con potenza complessiva inferiore ai 200 kWp) che si concluderà in data 30 giugno 2021.

Diviene quindi rilevante introdurre brevemente la descrizione di comunità energetica e autoconsumo collettivo. Nel primo caso si intendono un “gruppo di utenze appartenenti alla stessa rete in bassa tensione, ovvero utenze che fanno riferimento alla stessa cabina di bassa-media tensione”[1]. Quando si fa riferimento all’autoconsumo collettivo, si rimette al “gruppo di consumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente, trovandosi nello stesso edificio o condominio”[2].

In questo articolo si prenderanno quindi in considerazione punti di forza e di debolezza di questa nuova possibilità energetica che fa della condivisione il suo punto centrale.

BENEFICI 

Risparmio economico

Il principale beneficio è il risparmio economico inteso come risparmio sulla bolletta: infatti, maggiore è il consumo dell’energia auto-prodotta e minori sono i costi delle componenti che vengono definite come “variabili” all’interno di una bolletta (la cosiddetta quota energia, composta dal prezzo dell’energia, dalle perdite di rete e dal prezzo di dispacciamento).

Inoltre, rimanendo sull’impatto economico che una comunità energetica può provocare, vi sono da ricordare le numerose agevolazioni economiche (superbonus del 110%) di cui i privati possono usufruire nella costruzione, ad esempio, di un impianto fotovoltaico sul tetto di un edificio (l’ex Super ammortamento è stato sostituito con la legge di bilancio 2020, dal nuovo credito d’imposta al 6%).

Per quanto riguarda l’influenza delle comunità energetiche sulla riduzione dell’inquinamento, essa si può definire positiva. La produzione dell’energia da fotovoltaico ad esempio, permette l’eliminazione di emissioni di CO2.

Infine, data l’impossibilità di garantire la completa utilizzazione dell’energia autoprodotta da parte del produttore, vi è una quantità che viene acquistata dalla rete. Al fine di evitare questa parziale mancata utilizzazione, l’uso comunitario si rivela la miglior soluzione; la messa in comune delle singole utenze permette infatti, la massimizzazione del consumo. 

Contrastare la povertà energetica 

Un altro elemento da considerare è il ruolo che le comunità energetiche ricoprono all’interno della battaglia contro la povertà energetica.

Nel 2021 vi è ancora una fetta della società che non può accedere ai servizi energetici di base. Questo in particolare è caratteristico dei paesi del terzo mondo, ma anche in Europa il problema non è da sottovalutare. Facendo un breve riferimento ai dati dell’Osservatorio della Commissione Europea, si evince come nel 2018 circa 80 milioni di persone non abbiano avuto la possibilità di acquisire i beni energetici minimi (tra questi 4 milioni sono italiani). 

Proprio per questa ragione, in molti Stati sono presenti degli osservatori i quali si occupano della mitigazione della difficoltà di accesso ai beni definiti minimi dal punto di vista energetico.

Le strategie italiane per la riduzione del mancato accesso a questi servizi sono incentrate maggiormente sul sostentamento di un’adeguata possibilità di spesa riguardante il consumo energetico (il PNIEC, tra il 2012 e il 2030, prevede 1.200 miliardi di investimenti, un terzo dei quali diretti al settore residenziale). Vi è poi anche una componente orientata all’incentivazione finanziaria e culturale, al fine di garantire allo stesso tempo comfort abitativo ed efficienza energetica. Questo perché un importante indicatore della povertà energetica è quello che rappresenta il rapporto (elevato) tra la spesa energetica e la capacità di spesa complessiva. 

In considerazione di quest’indicatore, l’importanza delle comunità energetiche diviene rilevante. Innanzitutto, vi è una componente di solidarietà, intesa come la possibilità per i soci di una comunità di usufruire di accesso a buon mercato ad energia prodotta da fonti rinnovabili e di condivisione di strategie efficaci per il risparmio energetico. Esso si traduce ad esempio, nell’installazione di sistemi comuni di monitoraggio dei consumi energetici individuali coinvolgendo al tempo stesso i consumatori e rendendoli consapevoli dei propri comportamenti. 

COMUNITA’ ENERGETICHE FOTOVOLTAICHE 

Aspetti positivi 

Se ci si focalizza maggiormente sulle comunità energetiche che sfruttano l’energia solare, bisogna sottolineare come uno dei maggiori vantaggi di questo tipo di comunità sia, proprio come per le altre tipologie, il risparmio associato bolletta elettrica. L’importo che è possibile salvare con la comunità solare varia a seconda di una serie di fattori, tra cui, ma non limitato a:

– il modello di prezzo del programma a cui partecipi;
– le attuali tariffe dell’elettricità;
– il costo dell’acquisto o dell’abbonamento solare per la comunità, e quanta elettricità si riceve dal centro fotovoltaico condiviso.
Come regola generale, molti partecipanti alla comunità solare risparmiano dal 5 al 15% [3] delle loro bollette elettriche tipiche. Tuttavia, alcuni programmi solari della comunità possono essere più costosi della bolletta elettrica corrente, quindi è importante valutare sia le bollette mensili attese che i risparmi a lungo termine mentre si decide se aderire o meno a un programma fotovoltaico comune.

Storicamente, una delle difficoltà nella diffusione dell’adozione di impegni energetici comuni era la struttura dei programmi e dei contratti. Molti programmi fotovoltaici della comunità includevano contratti a lungo termine con pesanti spese di cancellazione, rendendo difficile per alcuni clienti impegnarsi. Oggi, le aziende solari della comunità stanno spesso aprendo nuovi programmi che rimuovono queste barriere, permettendo ai clienti di scegliere in contratti a breve termine o semplificando il processo di annullare o trasferire il loro contratto solare comunitario.

Difficoltà nella diffusione delle comunità

Vi sono però alcune difficoltà nella diffusione delle comunità energetiche e queste si incontrano proprio quando si affronta la tipologia di comunità energetica che basa la propria produzione sull’utilizzo dell’energia solare.

Ad esempio, quando si progetta una comunità energetica solare, viene richiesto uno spazio che sia molto soleggiato e che possa definirsi ininterrotto. Può dunque avvenire che, nel caso di progettazione di comunità molto ampie, si incorra in deforestazioni e conseguente compromissione di habitat naturali. Molti degli aspetti negativi associati all’impronta del suolo della comunità solare possono essere risolti astenendosi dal disboscare nuovi terreni e progetti di costruzione su appezzamenti di terreno precedentemente sgomberati, altrimenti inutilizzabili, come discariche o brownfields

Se la gestione ambientale è uno dei motivi principali per cui si sta considerando un progetto solare comunitario, si potrebbe prendere in considerazione di andare avanti nel processo di scelta, con un’azienda che dimostra pratiche sostenibili di utilizzo del territorio.

Per dare un’immagine esplicativa di questa disponibilità limitata prendiamo l’esempio di uno dei paesi più estesi del mondo, gli Stati Uniti nel quale, a settembre 2019, solo 19 stati avevano politiche attive riguardanti la comunità solare, ma il numero cresce ogni anno.
Al fine di costruire un mercato comunitario del solare statale, i governi locali devono approvare una legislazione che consenta ai clienti di sfruttare l’elettricità solare prodotta a distanza. La maggior parte degli stati con la comunità solare offrono benefici di misura virtuali netti. Invece, in altri, ci sono forme di accreditamento remoto di energia solare.

Ad una prima analisi sembrerebbero prevalere gli aspetti positivi rispetto a quelli negativi. La consapevolezza sociale intorno a questo tema sta crescendo notevolmente, anche grazie agli importanti sgravi fiscali offerti dal governo italiano su indicazione della Comunità europea. Come si è visto all’inizio, il primo vero periodo di prova si concluderà a breve e al termine di questo si potrà stilare un bilancio.

Bibliografia:

  1. Comunità energetiche: via alla rivoluzione green. LEGGI QUI

2. Comunità Energetiche e Autoconsumo Collettivo: Cosa sono? Le definizioni e le differenze. LEGGI QUI

3. Pros and Cons of community solar. LEGGI QUI

4. Le comunità energetiche in Italia. LEGGI QUI

Soeiro, Susana & Ferreira Dias, Marta. (2020). Community renewable energy: Benefits and drivers. Energy Reports. 6. 134-140. 10.1016/j.egyr.2020.11.087.

Sviluppo digitale dell’Italia: intervista a Francesco Mete

Sempre più, ci rendiamo conto di quanto la trasformazione digitale in corso sia pervasiva, comprendendo trasversalmente ambiti diversi di sviluppo della nostra società, dal settore privato alle pubbliche amministrazioni. Il processo di digitalizzazione dell’Italia si compone di diverse azioni strategiche e l’esecutivo, insediatosi da poco e guidato da Draghi, dovrà definire i prossimi fondamentali passi per tendere ad una piena transizione digitale del nostro Paese.

Grazie ad un confronto avuto con Francesco Mete, laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni e attualmente CEO di EBWorld, azienda ICT che sviluppa soluzioni basate su mappe geografiche per la gestione di infrastrutture e asset distribuiti sul territorio, abbiamo cercato di analizzare lo stato di sviluppo digitale del nostro Paese.

D- Il mondo delle infrastrutture digitali e di rete appare spesso come qualcosa di immateriale e metafisico. Tuttavia, non differentemente dalle infrastrutture “tradizionali”, esse sono strettamente fisiche. La “fisicità” della catena del valore di tali opere emerge dall’analisi di società come EBWorld, nata nel 1983 a Pesaro, mediante forme di intelligence applicata al territorio (intelligence in maps), realizza Sistemi Informativi Geospaziali (GIS), integrandoli altresì con applicazioni e basi dati esterne. EBWorld, grazie alla sua unica e particolare conoscenza del dato geografico e dei processi caratteristici del ciclo di vita delle reti infrastrutturali, è un potenziale partner naturale di tutti i principali operatori delle telecomunicazioni, che possono usufruire inoltre di servizi di geomarketing, business intelligence e gestione automatizzata delle operazioni. Questo è chiaramente un settore meno noto al cittadino fruitore di servizi. Come spiegherebbe quindi l’operato di EBWorld e l’importanza dei suoi servizi per la realizzazione e gestione di reti infrastrutturali a chi non si occupa del settore? Cos’è, per esempio, un Sistema Informativo Territoriale (GIS)?

R- Il cittadino si aspetta che quando apre il rubinetto esca sempre l’acqua e che la stessa sia di buona qualità. Allo stesso modo si aspetta di poter accedere a internet quando è in viaggio o dalla poltrona di casa. Ma dietro la fruizione di un servizio esiste un mondo estremamente complicato, fatto di processi complessi che coinvolgono aspetti estremamente variegati e comportano costi significativamente alti.

EBWorld è uno dei tanti importanti tasselli che permettono ai gestori dei servizi di fare in modo che tutto funzioni bene e che i problemi si possano risolvere il prima possibile. Come? Digitalizzando la rete, creando un “gemello digitale” su una mappa e consolidando un database di inventario in cui tutte le risorse della rete siano consultabili, visualizzabili e interrogabili in modo visuale su una mappa. Sulla stessa mappa poi possono convergere altre tipologie di informazioni in modo da creare una serie di livelli informativi, geograficamente sovrapposti gli uni con gli altri.

La mappa diventa un vero e proprio cruscotto in cui comprendere cosa sta succedendo sul territorio, quanto vale il mio asset e dove devo indirizzare la strategia aziendale. Ecco perché è fondamentale che i fornitori di tecnologia che vogliono affiancare operatori di TLC, utility ma più in generale gestori di infrastrutture critiche sul territorio debbano prima avere una profonda conoscenza di tutti i processi che ruotano intorno la creazione e la gestione di un’infrastruttura di rete. Compresi i processi si ha la possibilità di disegnare, come facciamo noi, soluzioni software volte a digitalizzare tali processi, garantendo efficacia ed efficienza all’organizzazione e assicurando nel contempo una qualità del servizio ottima al cliente finale.

D- Uno dei maggiori freni alla transizione digitale italiana è il capitale umano spesso poco preparato. Nella vostra esperienza aziendale, è capitato di interfacciarvi con candidati poco preparati o addirittura vedere posizioni da voi aperte finire non ricoperte per assenza di domanda? Dal punto di vista dell’azienda, quali potrebbero essere delle soluzioni valide per rafforzare il capitale umano italiano, in particolare in ambito STEM?

R- Questo è un grosso problema per le società hi-tech come EBWorld. La richiesta di candidati è altissima ma paradossalmente l’offerta non è sufficiente. Ciò può derivare, a mio parere, da due fattori: da un lato la scuola e l’università sono ancora troppo distanti dal mondo del lavoro, dall’altro lato le aziende spesso sono troppe chiuse in loro stesse. Quello che manca è un ponte solido tra le due realtà. Noi stiamo cercando di invertire la rotta. Crediamo che la soluzione sia quella di fare sistema, intercettando i talenti nelle Università, da non considerare come “centri di recruiting” ma interlocutori privilegiati con cui costruire  un rapporto pluriennale e di reciproco arricchimento. Un’altra direttrice da percorrere è quella di lavorare con tutte le scuole superiori: dagli Istituti Tecnici al Liceo Classico, cercando di diffondere quella cultura che serve a far maturare nei ragazzi curiosità ed entusiasmo verso un mondo digitale che è sempre meno “nerd” e sempre più multidisciplinare. Infine, è fondamentale comunicare al meglio possibile quello che si fa e soprattutto perché lo si fa.

D- È mai capitato ad EBWorld di lavorare con le pubbliche amministrazioni? In quale misura le tecnologie correlate ai processi di acquisizione, elaborazione e gestione dei dati georiferiti possono dare al settore pubblico italiano la spinta innovatrice di cui ha bisogno?

R- Sì, EBWorld lavora con le Pubbliche Amministrazioni. La dimensione geospaziale può essere un potentissimo motore di accelerazione per una P.A. più efficiente e più vicina al territorio. Chi più di una P.A. (centrale o locale) governa un territorio? Quindi ben venga l’open data, ben venga la condivisione di informazioni e dati tra tutte le Amministrazioni. La creazione di mappe multi-livello con tutti i dati afferenti il territorio può essere un supporto essenziale sia per le P.A. che per soggetti privati che devono gestire servizi distribuiti. Pensiamo ad esempio alle informazioni relative alle unità immobiliari sul territorio: la disponibilità di questo dato (preciso ed affidabile al 99%) sarebbe di grandissimo aiuto per accelerare il roll-out di reti internet a banda ultra – larga.

D- Nel nostro Paese si parla spesso di Grandi Opere o opere strategiche ed è diffusa la percezione di un notevole ritardo infrastrutturale nella penisola. Quali sono a suo avviso le causali di tale ritardo e le possibili soluzioni? I servizi di innovazione come quelli da voi forniti possono rappresentare un acceleratore in tal senso o c’è invece bisogno di compiere prima alcuni passi in altri settori?

R- Sicuramente l’eccessivo carico burocratico della macchina dello Stato ha grandi responsabilità. Dietro la burocrazia si annida spesso molta inefficienza. Quindi la cosiddetta “sburocratizzazione” di cantieri e opere è sicuramente un passo importante. La ricostruzione del ponte Morandi a Genova ha dimostrato che è possibile operare in modo rapido, efficiente e sicuro. Con riferimento ai dati georeferenziati, sicuramente un contributo potrebbe arrivare dalla condivisione di informazioni gestite da enti o amministrazioni diverse. Pensiamo alla banda larga: la creazione di un catasto condiviso e federato, consultabile da tutti gli operatori le cui infrastrutture potenzialmente possono ospitare un cavo in fibra ottica, ridurrebbe la necessità di nuovi scavi accelerando la creazione di nuovi reti. E questo a prescindere dalla sburocratizzazione dei permessi di scavo. Qualcosa c’è già ma è lontano da quel livello di utilizzo e consapevolezza che invece si dovrebbe avere.

D- In occasione della nostra tavola rotonda di giovedì 25 febbraio, Lei ha più volte fatto emergere la necessità di un approccio olistico per garantire un corretto sviluppo delle infrastrutture telco del nostro Paese. Quali sono gli elementi che potrebbero effettivamente essere propedeutici a questa soluzione?

R- Immaginiamo un semplice portale web, in cui sia consultabile una mappa con le stesse modalità con cui cerchiamo una pizzeria o un punto di interesse nel nostro tempo libero. Su questa mappa posso visualizzare diversi livelli: la rete in fibra ottica, le antenne cellulari, le torri, le infrastrutture civili che ospitano la rete, le ferrovie o gli assi viari  – lungo i quali esistono già cavidotti – , aree industriali o distretti specializzati (es. porti), punti di interesse (es. scuole o ospedali), civici con tanto di indicazione delle unità immobiliari.

Immaginiamo poi che su questa mappa siano disponibili semplici strumenti per stimare la fattibilità di connessione dei vari punti della rete (es. le scuole di un Comune). Tutto questo è più vicino alla realtà di quanto sembri, basterebbe “solo” una visione sistemica, superando specifici interessi e inefficienze di un sistema che, come è sotto gli occhi di tutti, dovrebbe funzionare meglio. E credo che una “visione unica della rete” gioverebbe in primis agli operatori di tlc, sia ai “wholesale only” che a quelli verticalmente integrati.

D. L’indice DESI 2020 vede l’Italia agli ultimi posti in diversi degli aspetti presi in esame dalla statistica. Eppure in termini di connettività 5G il nostro Paese si posiziona tra i primi posti in classifica. Se, come sappiamo, è importante avere un approccio olistico e quindi sviluppare trasversalmente più aspetti legati alla connettività, come si può effettivamente evitare di perdere questo vantaggio competitivo?

R- Esattamente come per il 4G, l’Italia parte benissimo con l’accesso al 5G. Questo perché spesso si è considerata la rete mobile come un’alternativa alla rete in fibra ottica. Durante i lockdown tantissime famiglie hanno usato ancora hotspot cellulari per accedere alla didattica a distanza o per lo smart working. Ma le due reti in fibra e mobile non sono alternative. La fibra intanto deve collegare tutte le antenne 5G che saranno fittissime; allo stesso modo deve arrivare nelle case e negli uffici. Il 5G serve ad altro, a garantire l’accesso in mobilità, a sostenere applicazioni a prova di futuro come l’edge computing che è alla base del paradigma delle Smart City.

La rete è unica anche in questo caso. Accesso 5G da una parte ed accesso e trasporto in fibra ottica dall’altra devono essere visti in modo sistemico e la progettazione deve tenere conto allo stesso tempo di tutte le tecnologie. Altrimenti il vantaggio di cui parla rimarrà apparente. Avremo sicuramente il più alto numero di cellulari 5G in Europa, avremo una rete 5G densa e un sacco di offerte da parte degli operatori per la clientela “consumer”, ma non saremo in grado di sfruttare le enormi potenzialità del 5G e rimarremo indietro nelle applicazioni strategiche e industriali.

Francesco Mete, Ingegnere delle Telecomunicazioni e CEO di EBWorld

Autori: Alessandro Passamonti e Marco Baticci

Blockchain per il Made in Italy

L’obiettivo di questo articolo è quello di fornire ai lettori una panoramica generale circa le caratteristiche e il potenziale della tecnologia Blockchain per innumerevoli settori della catena industriale. Il sistema dei cosiddetti ‘registri distribuiti’ presenta molti vantaggi in termini di sicurezza e qualità, in particolare per le aziende rappresentanti il marchio Made in Italy.

L’eccellenza del Made in Italy è riconosciuta in tutto il mondo grazie alle aziende italiane che pongono una forte attenzione all’origine delle materie prime e alla qualità del prodotto. Tale sistema imprenditoriale implica una certa complessità della filiera produttiva. È prevista una prima fase di ricerca di materie prime da fornitori affidabili, seguita dalla lavorazione del prodotto da artigiani competenti e infine la vendita nel mercato. La fiducia gioca dunque un ruolo fondamentale per i consumatori che ad oggi sono sempre più attenti non solo alla provenienza, ma anche alla qualità del prodotto. Eppure sembra sempre più difficile tutelare il Made in Italy dalla contraffazione. Ogni anno un crescente numero di soggetti decide  di arricchirsi sfruttando il buon nome del rinomato marchio italiano. Italian Sounding è il termine che descrive il fenomeno di aziende che costruiscono il proprio business imitando i prodotti Made in Italy, sfruttando l’asimmetria informativa tra produttore e consumatore.

Blockchain è la tecnologia in grado di soddisfare questo fondamentale bisogno di fiducia grazie ad applicazioni che permettono di garantire trasparenza della filiera produttiva, tracciabilità e autenticazione del prodotto e, conseguentemente, l’apertura a nuovi mercati.

Per dare un minimo di contesto pratico, nelle reti decentralizzate come Blockchain i dati delle transazioni non vengono processati da un unico intermediario o affidati ad un un’autorità centrale (come ad esempio una Banca), ma in singoli “nodi”, e ogni nodo contiene una copia dell’insieme di dati contenuti nel nodo precedente. Una volta raggiunto un certo numero di transazioni approvate, viene formato un nuovo “blocco”. Chiunque può partecipare alla Blockchain installandola sul proprio server e avere libero accesso alla rete per poter verificare gli eventi, senza il rischio di poterli eliminare o modificare. Immaginatelo come una catena formata da scatole trasparenti inviolabili e indistruttibili, ma il cui contenuto è ben visibile a tutti.

E quindi in che modo un fornitore di materie prime o un’azienda manifatturiera possono utilizzare tale tecnologia? 

Attraverso l’utilizzo di strumenti digitali che possono essere connessi alla Blockchain, noti anche con il nome IoT (Internet of Things), come ad esempio satelliti, gps e termometri, è possibile certificare la provenienza e la qualità dei prodotti, dimostrare il rispetto di determinati criteri come ad esempio il luogo di produzione o specifiche temperature di lavorazione. La registrazione di tutti i passaggi permette di verificare l’operato altrui in tempo reale, senza porsi il dubbio che eventuali informazioni siano state omesse o manovrate. 

In questo contesto si inserisce anche la tecnologia degli ‘smart contracts’, letteralmente contratti intelligenti, scritti in forma di codice informatico, che si auto-eseguono al verificarsi di condizioni predeterminate. Un fornitore di prodotti che stipula un accordo con un distributore tramite uno smart contract, si assicura, ad esempio, che dal momento in cui la merce viene consegnata al destinatario, scatta in automatico il pagamento. Applicati a un ecosistema Blockchain, gli smart contracts garantiscono il successo degli accordi tra due o più parti in maniera trasparente e verificabile. L’integrazione della tecnologia Blockchain nei processi operativi aziendali aumenta dunque non solo la credibilità e la competitività agli occhi del consumatore, che sarà in grado di informarsi sulla vita dei prodotti semplicemente attraverso un Qr Code o un’app per smartphone, ma anche la fiducia e l’interoperabilità tra le aziende operanti nella stessa filiera.

Molti sono gli esempi da poter fare circa i vantaggi nell’impiego della tecnologia Blockchain  nei vari settori industriali, da quello della moda e del lusso a quello agroalimentare. La filiera produttiva di un brand di abbigliamento Made in Italy che utilizza un sistema Blockchain può certificare l’originalità dei prodotti, dimostrare di non favorire il mercato nero e di non alimentare lo sfruttamento del lavoro. Aziende agricole possono garantire sicurezza circa la freschezza e la qualità di carne, pesce, frutta e verdura, dimostrandone provenienza, modalità di coltivazione o allevamento e trattamenti subiti in lavorazione.

Bisogna tuttavia specificare che tale tecnologia risulta efficace ed efficiente a condizione che tutti gli anelli della filiera produttiva partecipino al sistema, caratterizzato da azioni basate sul consenso e su standard comuni. In caso contrario, il sistema risulterebbe poco scalabile e finalizzato all’unico scopo di cavalcare l’onda dell’innovazione, senza produrre effettivi miglioramenti. 

L’aspetto rivoluzionario delle tecnologie distribuite nel campo industriale è quello di incentivare e beneficiare coloro che basano la propria  attività sulla precisione e la trasparenza, a discapito di coloro che per anni si sono accaparrati, senza merito, fette cospicue di mercato. Infatti, già da un paio d’anni, la Blockchain è considerata, dallo stesso governo Italiano, uno strumento efficace per tutelare il marchio Made in Italy.

Tavola rotonda: “Rete unica: sì o no? Stato dell’arte e possibili sviluppi della BUL”

Roma, 26 febbraio 2021

Si è tenuta ieri la tavola rotonda dal titolo “Rete unica: sì o no? Stato dell’arte e possibili sviluppi
della BUL”, organizzata dal think tank AWARE in partnership con EBWorld S.r.l.. L’evento, svoltosi
online, ha evidenziato i contenuti del paper redatto dagli analisti di AWARE sul tema
dell’infrastruttura in fibra ottica e tutti i possibili benefici ad essa collegati, dal titolo “Fibra ottica in
Italia: quale strada seguire?”.
Sono intervenuti durante l’evento: Francesco Mete, CEO di EBWorld; Enza Bruno Bossio, deputata
del Partito Democratico; Federico Mollicone, deputato di Fratelli D’Italia; Massimiliano Capitanio,
deputato della Lega; Edoardo Crivellaro, direttore dell’Area Digitale&ICT di AWARE. Ha moderato
il dibattito Federica Meta, redattrice della testata Corriere Comunicazioni.


I primi interventi si sono concentrati sullo stato dell’arte del Piano BUL. Edoardo Crivellaro ha
posto l’accento sull’importanza della crescita infrastrutturale del Paese, sottolineando come le
ragioni a sostegno del progetto per una Rete Unica non solo siano legate ai ritardi nell’operato di
Open Fiber ma anche alla presenza di intricati percorsi burocratici e giudiziari che minano l’operato
della compagnia. Anche l’On. Capitanio ha ribadito che sia “necessaria una sburocratizzazione”.


L’On. Mollicone ha concordato in parte: “ci sono sì ritardi burocratici, ma ci sono in primis problemi
cronici. Il governo deve riuscire a sintetizzare i legittimi interessi di Tim e Open Fiber, evitando di far
scontrare gli apparati dietro queste aziende.” Inoltre, ha portato all’attenzione la necessità di
instaurare una “commissione centrale di autorizzazioni tecnologiche per cui i Presidenti delle Regioni
dovrebbero diventare commissari al fine di riuscire ad accelerare il processo”.


Una delle criticità emerse con maggiore frequenza durante il dibattito è la mancanza di
un’adeguata mappatura della capillarità della rete italiana. Su tale questione, Francesco Mete ha
dichiarato come sia necessario adottare un approccio olistico: “la connettività in Italia è la
sommatoria di tante macchie di leopardo”, spesso gestite da più operatori insieme e lasciate
incustodite. Un approccio sistemico permetterebbe di rispondere a tale frammentazione risultando
fondamentale anche per un buon utilizzo degli ingenti fondi stanziati per la digitalizzazione nel
PNRR. Lo sviluppo delle nuove tecnologie si basa sull’interdipendenza tra le stesse al fine di
valorizzare le potenziali opportunità che offrono: senza autostrade digitali, come l’infrastruttura in
fibra ottica, sarà difficile potenziare la Telemedicina e la digitalizzazione delle pubbliche
amministrazioni.


L’On. Bruno Bossio ha sottolineato però che non basta concentrarsi sulle infrastrutture perché “il
problema principale dell’Italia è la connettività: una cosa è infrastrutturare e una cosa è attivare la
capacità di connessione”. La pandemia che stiamo vivendo ha portato a galla la necessità di essere
connessi e ribadisce come il “Superbonus del 110% per consentire di portare la fibra fin dentro la
casa dei singoli condomini è un’iniziativa fondamentale per affrontare il digital divide”.

La realizzazione del piano BUL però non può prescindere dalla risoluzione della questione degli
operatori coinvolti in quest’opera: Open Fiber e Tim sono da mesi al centro del dibattito sulla
realizzazione della “Rete Unica”. Su questo tema le opinioni sono diverse: l’On. Capitanio
promuove l’idea di una Rete Unica fondata su una federazione nazionale: “la proprietà fisica
dell’infrastruttura non è un problema, piuttosto sono la gestione, l’accesso al servizio universale e la
sicurezza gli elementi fondamentali”. Per l’On. Bruno Bossio quello della Rete Unica è soprattutto
un tema di carattere industriale: il governo non deve incidere negli scacchieri aziendali. Bisogna
invece favorire il coinvestimento, una formula che permetterebbe di ottimizzare il rapporto tra
infrastrutturalità e connettività senza ledere la naturale forza equilibratrice del mercato.


Ma la questione della rete unica non riguarda solo dinamiche politiche o di governance, come ha
sottolineato il CEO di EBWorld, Mete, il quale ha offerto un punto di vista tecnico affermando che
“la Rete Unica è un progetto complesso che non può essere solo l’unione di reti esistenti:
tecnologicamente le reti sono sovrapposte e adiacenti ma non sono integrabili facilmente. Il primo
passo è creare i percorsi fisici per far passare la fibra. Laddove è possibile si deve interconnettere la
rete”.
L’evento si è concluso con l’intervento di Crivellaro che, auspicando il mantenimento della competizione infrastrutturale definita “non perfetta, ma comunque efficace”, ha ribadito che “la rete
unica rischia di ritardare ancora il piano BUL: servono riforme di sistema e non piccoli palliativi di
breve respiro”.