EnergiaSostenibilità

Eolico Offshore e Onshore. Un investimento conveniente a lungo termine?

Il primo passo dell’UE verso l’eolico offshore

La Commissione Europea, in data 19 Novembre 2020, ha presentato un dettagliato piano strategico che concerne l’obiettivo, più volte esplicitato, delle zero emissioni nette entro il 2050. Più precisamente si prevede un aumento della capacità eolica dell’Europa, dagli attuali 12 GW ai 300 GW entro il 2050, con un termine intermedio fissato al 2030, nel quale l’incremento dovrebbe raggiungere i 60 GW.

Questo documento si focalizza in primo piano sulle energie rinnovabili di tipo “offshore”, ovvero quelle ricavate da centrali eoliche al largo delle coste dei paesi europei. Attualmente questo tipo di sfruttamento copre circa il 10% della percentuale di energia eolica prodotta in Europa, il restante 90% appartiene all’eolico prodotto sulla terraferma (onshore). Proprio per questo la Commissione ha proposto un’integrazione di queste capacità con 40 GW provenienti da eolico e fotovoltaico galleggianti. 

Tra i paesi maggiormente coinvolti nella transizione dell’eolico non si può non menzionare la Gran Bretagna. Durante la riunione del Partito Conservatore del 6 di Ottobre, il Premier Boris Johnson ha di fatto proiettato la Gran Bretagna in testa alla corsa verso un eolico sempre più offshore. Il leader conservatore ha infatti annunciato un piano da 160 milioni di sterline da investire in energia eolica con il fine di diventare la nazione numero uno in termini di energia derivante dal vento. Secondo quanto affermato da Johnson, la Gran Bretagna diventerebbe la leader nell’energia rinnovabile proprio come l’Arabia Saudita lo è per il petrolio; andando così a soverchiare il “record” di maggior numero di turbine eoliche attualmente detenuto, nel vecchio continente, dalla Danimarca.

Vantaggi e svantaggi dei due tipi di energia eolica 

È necessario valutare se un investimento di grande portata come quello che l’UE intende portare avanti per l’eolico offshore, possa essere vantaggiosa nel periodo compreso tra il 2020 e il 2050.

Sicuramente questo tipo di sfruttamento è più efficiente in termini di energia netta, rispetto alle installazioni onshore. Infatti le “offshore” sono distanti dalla terraferma, ad esempio a nord della sopracitata Danimarca e a largo delle coste inglesi, e possono beneficiare di quasi il doppio delle correnti ventose presenti nel territorio continentale. Non sono presenti barriere di alcun tipo che possano ostacolare la ricezione del vento da parte delle pale componenti il sistema eolico. 

L’isolamento in mezzo al mare permette poi di creare delle intere isole galleggianti composte da molte più turbine di quelle che si avrebbero sulla terraferma. Difatti, nei luoghi corrispondenti alle centrali onshore, si deve tenere conto della morfologia del territorio e soprattutto del rispetto della popolazione residente nelle relative aree, due elementi che impediscono l’installazione di un numero troppo elevato di turbine. Questo isolamento permette in aggiunta di non interferire né sul panorama esistente, né di produrre inquinamento acustico e tantomeno compromettere l’attività umana (in particolar modo l’agricoltura) nei luoghi limitrofi le centrali.

Inoltre, ciò che contraddistingue la produzione di energia di tipo offshore è il rispetto della fauna acquatica: grazie alla costruzione delle piattaforme, si vengono a creare dei nuovi ecosistemi artificiali completamente protetti dall’esclusività d’accesso di tali zone. 

Se però tale forma di energia rappresenta attualmente una percentuale piuttosto bassa nella totale produzione eolica, questo non può che dipendere da altrettanti fattori che ne ostacolano la diffusione.

Dal punto di vista economico, la costruzione di tali impianti risulta nel breve periodo meno vantaggiosa rispetto a quelli sulla terraferma. L’installazione di tali sistemi richiede degli ingenti lavori subacquei, il trasporto dei materiali di costruzione e le componenti delle turbine che verranno poste sull’acqua, si caratterizzano per un costo quasi doppio rispetto ad una centrale eolica onshore. Sempre relativamente alla componente economica, occorre sottolineare come la posizione di queste isole renda le turbine soggette al deterioramento atmosferico, derivante da onde, correnti marine e venti oceanici. Questo porta ad un aumento dei costi di manutenzione o, alternativamente, a componenti più costose ma durature nel tempo. Anche la manutenzione diviene molto complicata da svolgere a causa dei fattori logistici sopramenzionati, e potrebbero servire mesi per la sostituzione di una componente della turbina rendendo quest’ultima inattiva nel tempo di attesa. A ciò si aggiunge una notevole dispersione di energia che si verifica nel lungo percorso dalla centrale eolica sino alle centrali di distribuzione; al contrario, essa si riduce notevolmente quando si tratta di eolico onshore. Proprio sotto questo aspetto risultano fondamentali i finanziamenti messi in conto dall’Unione Europea al fine di migliorare le strutture di trasferimento dell’energia.

Per concludere, se come detto la lontananza dai centri abitati permette una maggiore numerosità delle turbine componenti le centrali, essa rappresenta dei mancati vantaggi per le economie locali che al contrario, traggono benefici dalla presenza di centrali eoliche offshore, tramite l’utilizzo diretto dell’energia prodotta in situ. Ciò conferisce, per lo più, notevole autonomia alla comunità sfruttante tale energia.

Una valida soluzione per il raggiungimento degli obiettivi dell’UE

Dunque, la forte apertura dell’Unione Europea all’eolico offshore rappresenta un tentativo deciso di investimento in una forma di energia costosa nel breve periodo, economicamente parlando, ma di sicuro effetto nel lungo periodo. L’intensiva crescita di questo settore energetico consentirà dal 2050 di escludere dalla lista delle fonti energetiche primarie, il carbone, il petrolio ed il gas. 

Naturalmente nazioni come la Germania o la Polonia, fortemente incentrate sullo sfruttamento di tali risorse, beneficeranno di sostegni economici per la riconversione delle proprie industrie, forniti dal Fondo per una transizione giusta: esso rappresenta un salvadanaio composto da finanziamenti provenienti da fondi strutturali già esistenti, dal cofinanziamento degli Stati e da una parte del fondo INVEST EU.

Fonti:
https://cordis.europa.eu/article/id/18083-eus-offshore-wind-technology-ready-for-application-study-finds/it
https://www.greenreport.it/news/energia/boris-johnson-entro-il-2030-leolico-offshore-alimentera-tutte-le-case-del-regno-unito/
https://www.tonello-energie.com/eolico-onshore-eolico-offshore-quale-scegliere/
https://energiaoltre.it/eolico-offshore-perche-le-mega-turbine-da-14-mw-riducono-i-costi/
https://www.linkiesta.it/2020/11/green-eolico-piano-commissione-ue/
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=LEGISSUM:en0001&from=FR
https://ec.europa.eu/energy/sites/ener/files/offshore_renewable_energy_strategy.pdf

Articolo a cura di: Andrea Cardarelli



Related posts
Sostenibilità

Flussi, quantità e potenziale per l’economia circolare dei RAEE

Sostenibilità

Comunità energetiche come innovazione sociale: ripartire da inclusività, flessibilità e produttività

Sostenibilità

Sistemi innovativi di riciclaggio e tecnologia blockchain per un settore tessile più sostenibile

Sostenibilità

Comunità energetiche: un interessante strumento per affrontare al meglio la transizione energetica?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *