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La disoccupazione giovanile e lo scarso interesse della classe politica italiana. Intervista a Luciano Monti

La disoccupazione giovanile è un problema che affligge l’Italia ormai da anni. La percentuale dei “neets”, i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro è superiore alla media europea, ma la classe dirigente italiana sembra non farci troppo caso. 

Luciano Monti, Condirettore Scientifico presso la Fondazione Bruno Visentini e Professore di Politica economica europea alla LUISS Guido Carli, ci ha fornito il suo punto di vista a riguardo. 

Si sente spesso la frase “i giovani sono il futuro”. Allora perché in Italia si parla sempre di pensioni e di quota 100 ma mai di modificare e sviluppare i sistemi di finanziamento per l’istruzione e di tutela dei giovani? È possibile invertire questa tendenza?

Dovremmo cercare innanzitutto di invertire il modo di pensare degli attuali politici, il problema è tutto lì. Se la politica continua ad avere un orizzonte temporale breve, il governo soffre di miopia, non riesce a vedere oltre una certa distanza. Quindi tutto ciò che viene fatto, viene fatto in funzione di qualcosa che si deve realizzare subito. 

L’educazione è tra gli investimenti più a lungo termine perché se tu, per esempio, investi su una scuola primaria, vedrai i risultati in termini di competitività solamente 20 anni dopo. E così vale per tutto il resto. È come investire sui semi e non sulla semplice potatura di una pianta. 

La percentuale dei “neets”, i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro, in Italia è del 23,4%. Un’altra domanda sorge quindi spontanea: come mai i giovani di oggi non reclamano lavoro? Perché non scendono in piazza per protestare contro la disoccupazione giovanile? 

Il fenomeno è ben più grave di quello che sembra se uno pensa in valore assoluto, cioè quanti sono effettivamente i “neets” in Italia. Sono ben 3 milioni con una maggiore concentrazione al Sud. Si trasforma dunque in un problema anche meridionale e di genere, perché la quota delle donne è ancora più alta. C’è un contemporaneo problema di pari opportunità, questione meridionale e questione giovanile. 

Il perché si vada in piazza per Greta Thunberg e non si vada in piazza per il lavoro è molto semplice: perché tendenzialmente, soprattutto gli studenti che sono ancora a scuola, percepiscono i rischi di un degrado ambientale perché lo vivono sulla loro pelle, lo sentono. Invece, non percepiscono il rischio di un degrado del capitale umano perché sono ancora troppo lontani dal mondo del lavoro e quando lo scopriranno sarà troppo tardi. Questo è il motivo per cui in piazza ci dovrebbero scendere i genitori o gli universitari prossimi al lavoro.

La povertà economica va di pari passo con la povertà educativa: moltissimi giovani non si interessano minimamente ai problemi del nostro paese perché non ritengono li tocchino in prima persona. Come si potrebbe aumentare la consapevolezza nei giovani che senza istruzione e lavoro si entra in un ciclo vizioso che va a toccare chiunque, dal più anziano al più giovane? Come renderli più sensibili verso quello che li circonda?

Bisognerebbe investire sui processi educativi e migliorare i collegamenti con le filiere delle imprese. Il nostro paese soffre di due problemi a livello educativo: il primo, è lo scarso investimento nell’educazione, infatti abbiamo la percentuale di PIL in educazione più bassa della media europea e anche quello che facciamo non è in linea con le competenze richieste dal mercato del lavoro di domani; il secondo, è che la scuola offre un prodotto educativo ancora legato ai vecchi canoni, anche le università aggiungerei. Oltre a dare più soldi, bisognerebbe ripensare al modo in cui la scuola dialoga con il mondo del lavoro. È un peccato infatti che l’alternanza scuola-lavoro sia stata depotenziata dall’attuale governo.

La “Fondazione Bruno Visentini”, di cui lei è Condirettore Scientifico, ha presentato i principali risultati e la proposta del reddito di opportunità contenuti nel III Rapporto 2019. Può spiegare meglio cosa è il reddito di opportunità e se è veramente attuabile?

Il reddito di opportunità parte da questa idea: ai giovani non bisogna tanto dare la Garanzia Giovani, in quanto misura attiva del lavoro cioè una formazione e un orientamento lavorativo. 

L’idea del reddito di opportunità è quella di rendere autonomo il giovane. E’ lui che decide quando e come usare questi 20.000 euro che noi mettiamo a disposizione giocandosi varie opportunità. 

E’ come se avesse un pacchetto composto da scelte differenti: nel corso di questo periodo, che va dai 15 ai 34 anni, il giovane può investire questi soldi in vari ambiti: in alternanza scuola-lavoro, quindi investirli in aziende lontane da scuola o in un’altra regione; in ambito formativo e specialistico, ad esempio andare a studiare in un’università lontana da casa; in ricerca nelle imprese come assegni di ricerca; in finanziamenti per una start-up; per essere impiegato in un’azienda, porti questi soldi in dote come sgravio fiscale; ed infine come ‘bonus casa’.

La vera questione è come finanziarlo. Bisognerebbe riorganizzare tutte le procedure attualmente in legge di bilancio e azzerarle per avere un solo strumento per i giovani. 

Per fare ciò servono 4,6 miliardi e quindi questo presupporrebbe l’utilizzo di una parte del reddito di cittadinanza (che oggi non va ai giovani) riassegnandolo come reddito di opportunità. 

Per la seconda domanda la risposta è sicuramente sì. 

Tempo fa ha scritto un articolo nel quale si mostrava positivo nei confronti delle PMI italiane a fronte di quelle europee: scarseggiamo di risorse umane e finanziarie, ma dimostriamo comunque di essere un popolo di innovatori. Ma come può tener testa l’innovazione e un’Italia “fai da te”, a una mancanza di risorse finanziarie pubbliche destinate a ricerca e capitali venture?

Non è solo un problema delle PMI, è un problema politico: in Italia non solo non si investe sull’educazione, ma non si investe nemmeno nell’innovazione. Siamo sotto al 2% di PIL investito in ricerca e sviluppo contro un obiettivo Europa 2020 del 3%, ampiamente superato dai paesi dell’Unione.

Il problema non è quello di un clima avverso alle PMI, quanto un clima avverso alle imprese e alla ricerca in generale. È un problema ben più grave: abbiamo un tessuto industriale composto da piccole e medie imprese, è normale sentire questo squilibrio su queste ultime. Lo sentiremmo in qualsiasi caso perché non vengono destinate risorse.

In campo europeo, quali sono le politiche economiche di altri paesi da cui l’Italia potrebbe prendere spunto? 

Ogni paese ha le sue specificità. In realtà per andare a vedere una strategia vera e propria bisogna uscire dall’Europa e guardare verso la Nuova Zelanda o l’Australia, realtà molto lontane dalle nostre, sono le uniche che stanno provando ad attuare una strategia sotto questo punto di vista. Anche nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, l’obiettivo 8.6 impone a tutti i paesi (e soprattutto all’Italia) di attuare un patto per l’occupazione giovanile entro il 2020. Siamo nel 2020 e ancora purtroppo non è successo niente. 

Ci lascia un commento sulla legge di bilancio?

Sulla legge di bilancio il vero problema non è cosa non va, ma cosa non c’è. Non c’è assolutamente nulla per i giovani: si registra una diminuzione del fondo per le politiche giovanili e l’introduzione del Fondo per la Carta Nazionale dei Giovani (CGN) che rimanda a un decreto di attuazione che ancora non c’è. Ma le perplessità non sono tanto sull’ipotesi del decreto, ma sull’importo messo a disposizione che è di 5 milioni di euro per una platea di beneficiari di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Questo importo si commenta da solo. L’auspicio è che questa sia una norma inserita come ‘cavallo di Troia’ che potrebbe permettere in futuro di immaginare uno strumento non inferiore ai 5 miliardi. 

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