Agricoltura di precisione: la chiave per ottenere raccolti migliori?

Cosa significa agricoltura di precisione?

La crescita esponenziale della popolazione mondiale ha provocato un aumento significativo della domanda di prodotti agricoli. Ma, allo stesso tempo, le capacità di approvvigionamento si stanno riducendo a causa della ridotta disponibilità di terra e dei cambiamenti climatici. Quindi, per nutrire le circa 8,5 miliardi di persone c’è un urgente bisogno di nuove tecniche di produzione alimentare, una maggiore efficienza delle pratiche attuali e la riduzione dell’impronta ambientale dell’agricoltura. 

Gli analisti affermano che è necessaria una rivoluzione “agri-tecnologica” e l’agricoltura di precisione sta emergendo come la soluzione più innovativa ed efficace. L’agricoltura di precisione mira a perfezionare l’accuratezza e il controllo nella gestione dell’azienda agricola per aumentare le prestazioni e l’impatto ambientale, riducendo al contempo input e costi. Questa tecnica sfrutta la tecnologia dell’informazione e una vasta gamma di tecniche come guida GPS, sistemi di controllo, sensori, robotica, droni, veicoli autonomi, tecnologia a velocità variabile, campionamento del suolo basato su GPS, hardware automatizzato, satelliti e riconoscimento delle immagini. Prendendo come esempio un determinato terreno, l’agricoltura di precisione gestisce ed ottimizza gli input in base alle effettive esigenze colturali e le proprietà di quel terreno.

I droni sono una soluzione alle principali sfide nell’ambito dell’analisi del suolo e del campo, della semina, dell’irrorazione dei raccolti, delle valutazioni della salute delle colture, del monitoraggio e dell’irrigazione sperimentate. Ad esempio, la tecnologia dei droni in combinazione con il riconoscimento avanzato delle immagini può essere utilizzata per rilevare problemi di nutrienti e malattie prima che siano visibili all’occhio umano. Fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi saranno forniti alle piante incapsulate in nanoparticelle, consentendo il rilascio lento e sostenibile di sostanze nutritive e prodotti chimici per l’agricoltura, riducendo e persino eliminando il grande deflusso di fertilizzanti che causa l’inquinamento dei nostri corsi d’acqua. Allo stesso tempo i nano-biosensori forniscono informazioni sui livelli di pesticidi nelle colture consentendo un monitoraggio più preciso. 

Valutazioni economiche

La dimensione del mercato è destinata a raddoppiare, ma solo nei paesi sviluppati. Inoltre, gli esperti prevedono che l’enorme domanda di cibo da parte della popolazione in aumento, in combinazione con le mutevoli condizioni meteorologiche indotte dai cambiamenti climatici e le iniziative governative verso l’adozione di moderni processi agricoli rispettosi dell’ambiente, guideranno il mercato dell’agricoltura di precisione. L’impatto maggiore si vedrà nei paesi con economie sviluppate e grandi terreni agricoli, in particolare in Europa e negli Stati Uniti. Si prevede che il mercato globale dell’agricoltura di precisione crescerà da 4,84 miliardi di USD nel 2018 a 10,16 miliardi di USD entro il 2024 e continuerà a crescere verso il 2030. Pur offrendo la possibilità di ridurre il lavoro manuale e quindi la manodopera legata all’agricoltura tradizionale, l’agricoltura di precisione creerà nuovi posti di lavoro nelle zone rurali per la manutenzione e la produzione delle nuove apparecchiature ad alta tecnologia. È inoltre necessaria forza-lavoro per il collegamento e analisi dei dati delle varie tecnologie in modo che possano essere tradotti e pronti all’uso. Ci si aspetta un impatto minimo o nullo nei paesi in via di sviluppo, dove gli agricoltori producono cibo per una parte sostanziale della popolazione mondiale, pur essendo allo stesso tempo poveri, con insicurezza alimentare e con accesso limitato a elettricità, acqua, mercati e servizi. Inoltre, richiede investimenti iniziali molto elevati per piccole realtà e questo aspetto frena molte piccole aziende ad abbracciare queste tecniche

L’esempio di Agrisfera

In Italia le aziende che hanno adottato i principi e le tecnologie dell’agricoltura di precisione sono poche e gestiscono meno dell’1% della Sau (Superficie Agricola Utilizzata) nazionale. Strumentazioni come la guida parallela e le mappe di produzione e prescrizione sono sfruttate da un numero limitato di aziende agricole. Inoltre, pedometri e robot per la mungitura sono perlopiù assenti nella maggior parte delle stalle. Un brillante esempio di agricoltura di precisione in Italia è rappresentato da Agrisfera, cooperativa di Ravenna che possiede circa 4mila ettari di terreno. L’azienda ha iniziato da circa un decennio ad utilizzare la tecnologia per migliorare la produzione e risparmiare tempo e risorse. Il primo intervento ha riguardato la geolocalizzazione dei terreni per accelerare i processi relativi alla Pac (Politica agricola comune: identifica l’insieme delle regole e dei meccanismi con cui l’UE ha regolamentato il comparto agricolo). Il passo successivo è stato quello di implementare tecnologie Gps per la riduzione degli errori in campo, spiega Giovanni Gambi, direttore generale di Agrisfera. Questo ha permesso di ridurre inefficienze dei trattoristi che si traducevano in passaggi ripetuti nella stessa zona di campo oppure assenza di fertilizzazione in alcune zone. Questo problema è stato risolto grazie all’utilizzo della guida parallela: il margine di sovrapposizione delle linee del trattorista si è ridotto dall’8-10% a meno dell’1% in una giornata intera. Oltre all’aumento di produzione annuale, queste innovazioni hanno consentito di risparmiare in minori costi di produzione e circa €77,6 ad ettaro per un ammontare totale di 199mila euro circa. Considerando che l’azienda ha speso nell’ultimo decennio 195mila euro per l’acquisto di sistemi di guida Gps e sensori, in un solo anno sono riusciti a ripagare l’intero investimento. Questo è un esempio di come l’agricoltura di precisione sia uno strumento efficace e profittevole, a fronte di un significativo investimento iniziale. 

CropX Technologies all’avanguardia nel settore

CropX Technologies è una delle numerose aziende che utilizzano l’agricoltura di precisione ottenendo risparmi significativi di acqua, fertilizzanti, energia e manodopera. La tecnologia di CropX è stata testata sul campo con ottimi risultati come il 30% di risparmi idrici. Il loro primo prodotto è stato venduto nel 2017 ed ha rappresentato uno strumento rivoluzionario di gestione agricola: una piattaforma composta da un sensore del suolo unico e integrato in una piattaforma di big data insieme a tutti i livelli di dati rilevanti aggiuntivi. L’azienda utilizza modelli che si adattano costantemente alla fase di crescita del raccolto ed alle mutevoli condizioni del suolo e del tempo, fornendo raccomandazioni specifiche per generare un miglioramento della resa del raccolto del 10%. Per rendere di nuovo sostenibile l’attività agricola, ottimizzano gli input e monitorano il movimento dell’acqua e dei prodotti chimici nel suolo per ridurre al minimo l’inquinamento ambientale e prevenire il deflusso e il dispendio di risorse non necessarie. CropX ha inoltre creato un’App che fornisce informazioni utili agli users; ad esempio, può aiutare a capire esattamente quanto irrigare il campo, fornendo una previsione che si adatta costantemente alle mutevoli condizioni del campo. Analizzando la crescita delle coltivazioni rispetto ai modelli colturali, il software è in grado di prevedere le esigenze della coltura e la crescita prevista. Può inoltre rilevare qualsiasi deviazione e identificare la variabilità del campo nella fase iniziale e la non uniformità della crescita delle colture. Un altro compito essenziale del programma CropX è la gestione dell’azoto per ridurre al minimo la perdita di raccolto. Questo grazie ad un complesso sistema che integra modelli di colture, immagini satellitari e dati sulle previsioni del tempo insieme ai dati del suolo per creare raccomandazioni specifiche per l’applicazione dell’azoto in una determinata zona.

L’agricoltura di precisione si presenta come una soluzione efficace al problema dell’incremento della domanda di beni alimentari. Nonostante i costi iniziali elevati, i benefici sono immediati e consentono un ritorno notevole. In Italia queste tecnologie sono ancora poco utilizzate; tuttavia, l’agricoltura di precisione svilupperà sempre di più il proprio potenziale come servizio integrato di tecnologie avanzate e competenze agronomiche. L’adozione, infatti, permette di diminuire, fino ad annullare quasi completamente, gli sprechi di input e crea risparmi di fattori superflui ai fini produttivi e nocivi dal punto di vista ambientale.

Fonti:

https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/53/agricoltura-di-precisione-italia-unopportunita-di-aggiornamento-delle
https://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:LVlWc2ybqzEJ:https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/3%25252Fa%25252Fa%25252FD.36e2eae45a403f206d9a/P/BLOB%253AID%253D10349/E/pdf+&cd=15&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=safari
https://terraevita.edagricole.it/nova/nova-agricoltura-di-precisione/agricoltura-di-precisione/
https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/53/lanalisi-economica-dellagricoltura-di-precisione-criteri-generali-e
http://www.agrisfera.it/attivita/agricoltura/
https://www.cropx.com
http://news.agropages.com/News/NewsDetail—33725.htm

L’importanza delle strategie di valorizzazione dei Big Data nel mondo delle utilities: il caso Acea S.p.A

1. Il valore dei dati in un’ottica 4.0

La quarta Rivoluzione Industriale ha innescato il processo della Digital Transformation delle aziende a livello globale. Il ruolo dei dati in queste realtà sta cambiando radicalmente ed è necessario implementare strategie di Data Driven per ottenere un vantaggio competitivo. In ogni azienda, infatti, la gestione dei dati avviene in un’ottica di profitti, di vantaggio strategico e di innovazione. I Big Data sono al centro di questa grande trasformazione e presentano caratteristiche diverse rispetto a quelli strutturati prodotti nelle ere passate; rappresentano dei dati da valorizzare con nuovi modelli di business che rispecchino la nuova realtà dinamica, tecnologica, digitale e in continua e perenne evoluzione. Al termine Big Data, inoltre, è necessario associare quello di Analytics. Mentre il primo si riferisce alla grossa mole di informazioni che l’Industry 4.0 ha generato, il secondo termine mette in risalto l’insieme delle metodologie e degli strumenti da utilizzare per comprenderne l’utilizzo. 

A tal proposito, la celebre frase di Chris Anderson “Data don’t speak for themselves”, sottolinea la necessità di correlare e di interpretare l’enorme mole di dati, abilitando diversi tipi di analisi real time per assicurare nuove opportunità alle aziende. Di conseguenza, emergono due modalità di gestione: una propria dei dati, definita big data management e l’altra relativa all’analisi predittiva e consuntiva di questi ultimi, la big data analytics. Per capire meglio queste strategie, è necessario comprendere nello specifico il concetto di Big Data.

2. Cosa sono i big data

Secondo uno studio del 2001, l’analista Douglas Laney aveva definito un modello di analisi dei dati chiamato modello delle “3V”. Questo modello, pur essendo ancora valido, è stato poi successivamente esteso, dando origine alla teoria delle 5 V:

  • Volume: i dati, soprattutto quelli non strutturati tipici del mondo internet, crescono giornalmente in modo esponenziale, poiché sono prodotti da sorgenti eterogenee come sensori, log, eventi, social media e database tradizionali;
  • Velocità: i dati vengono prodotti con sempre maggiore velocità e frequenza. Questo rende necessario far arrivare questi dati in maniera real-time per svolgere analisi su di essi;
  • Varietà: i dati sono sempre più eterogenei: a quelli classici, provenienti dal sistema informativo aziendale, si aggiungono quelli esterni, tipicamente destrutturati, come email, immagini, video;
  • Variabilità: il significato o l’interpretazione di uno stesso dato può variare in funzione del contesto in cui questo viene raccolto ed analizzato;
  • Veridicità: i dati vanno verificati al fine di ottenere dalle analisi condotte risultati verificati e attendibili.
  • Valore: il valore dei dati non è solo quello intrinseco, ma è anche collegato al contesto da cui si ricavano, per cui è necessario capire in maniera preventiva quale sia il valore effettivo che quel dato porterà al proprio business.
  • Viralità: i dati si diffondono in modo virale, cosi come le informazioni che si possono estrarre da essi.

Dunque, dopo aver descritto l’importanza e i modelli per valorizzare i Big Data possiamo portare l’esempio di un caso aziendale di successo: quello di Acea Spa

3. La valorizzazione dei dati in azienda: il caso Acea 4.0

Quando le aziende hanno compreso la necessità di gestire i dati come un asset chiave, hanno deciso di sviluppare una corretta data strategy. Cosa si intende con questo termine?  Una data strategy consiste in un processo tramite il quale migliorare il modo in cui un’azienda acquista, archivia, gestisce, condivide e utilizza i dati. Impostare una corretta data strategy è dunque fondamentale tanto che alcuni studi hanno dimostrato che molti progetti di data strategy falliscono perché manca una cultura data-centric

Le multi-utilities si rivolgono ai Big Data per cercare di aumentare il tasso di soddisfazione del proprio cliente e per migliorare efficienza e affidabilità. Grazie all’analisi dei dati, hanno la possibilità di coinvolgere i clienti con modalità differenti che potrebbero aumentarne la soddisfazione, ridurre i costi di servizio e promuovere nuovi prodotti.  

Negli ultimi anni, ACEA ha portato avanti il progetto ACEA 2.0, un’ambiziosa iniziativa strategica di Business Transformation. La realizzazione del processo di digitalizzazione ha permesso la creazione di una nuova unità denominata Data Driven Management. Gli obiettivi raggiunti hanno visto la realizzazione di un modello di “Data Driven Decision” che ha permesso a tutte le Direzioni, Funzioni e Società del Gruppo di poter eseguire attività di analisi dati.

Attraverso la creazione e implementazione di questi tools, il Gruppo ACEA è riuscito a modificare nel corso degli anni l’approccio al dato e lo ha valorizzato sotto ogni sua forma.

Anche in ACEA si è giunti alla conclusione che il dato è una risorsa chiave per l’impresa; poiché è una realtà asset intensive è stato necessario coniugare questo aspetto con quello dell’intangibilità del dato. Da quanto detto, si evince che ad un determinato livello minimo di qualità del dato è necessario utilizzare sistemi informatici per ottenere informazioni oggettive e veritiere. In questo modo si è riusciti a raggiungere un grande traguardo della Digital Transformation, ovvero la capacità di trasformare il dato in un vettore di informazione.

Quanto descritto finora , si è realizzato grazie all’implementazione di tecniche di Data Governance. Con questo termine non si intende un progetto, ma un programma e una necessità di business. La governance dei dati è un processo organizzativo e anche una struttura. In ACEA ha stabilito una responsabilità per i dati: ha organizzato il personale e le risorse rendendole capaci di sfruttare i dati e di gestirli per garantirne la qualità attraverso la creazione e l’applicazione sistematiche di politiche, ruoli, responsabilità e procedure. Se applica alla Quarta Rivoluzione Industriale la Governance prende il nome di IT Governance. Questo processo, implementato in ACEA, opera attraverso due modalità che prevedono da un lato la Data Governance e dall’altro la Project Governance. Questi tre elementi rappresentano un elemento di svolta in chiave tecnologica in ACEA poiché la governance dei dati completa la governance del progetto ed entrambi esistono sotto la struttura generale dell’ IT governance.
La IT governance, quindi, è la struttura generale che si concentra sull’infrastruttura IT, incluso la gestione delle risorse e dei rischi, per garantire che gli sforzi e le soluzioni IT siano in linea con quelli della mission dell’organizzazione aziendale. La governance dei dati, quindi, aiuta a definire regole generali coordinando, soppesando e bilanciando le esigenze di tutti gli stakeholder identificando un processo decisionale, ruoli e responsabilità delle parti interessate, regole e processi coerenti all’interno dell’organizzazione. In conclusione, quindi, possiamo affermare che un framework di IT governance dei dati consente alle organizzazioni di “decidere come decidere”. Infatti, descrive come prendere decisioni sulla gestione dei dati, realizzarne il valore, minimizzare i costi e la complessità, gestire i rischi e garantire la conformità. ACEA, sebbene operi in un mercato regolamentato dove la competizione è pressocché inesistente, è riuscita a innovarsi e ad attuare una trasformazione digitale che l’ha resa una delle utilities più “intraprendenti” a livello nazionale. “I contatori girano e continuano a girare” in ACEA dove si è innescato un cambiamento organizzativo e radicale che ha visto come protagonisti la tecnologia e le persone in tutte le sfumature dei loro rapporti, delle loro contraddizioni e delle loro contaminazioni. 

Combattere la deforestazione: droni e intelligenza artificiale al servizio dell’ambiente

Deforestazione: dati e soluzione al problema

Il 2020 è stato teatro di numerosi incendi in tutto il mondo, dai 45 milioni di acri bruciati durante la stagione degli incendi australiana alla quantità record di anidride carbonica rilasciata in Siberia. Questo ha portato a significativi decrementi delle aree verdi in tutto il mondo. Tuttavia, le attività umane sono tra le principali cause della deforestazione globale: secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), l’espansione agricola ha causato quasi l’80% della deforestazione globale, con la costruzione di infrastrutture come strade o dighe, insieme alle attività minerarie e all’urbanizzazione, che costituiscono le restanti cause di deforestazione. Nel bacino amazzonico, la distruzione delle foreste è guidata principalmente da attività illegali come incendi boschivi indotti (solitamente effettuati per liberare terreni per l’agricoltura, l’allevamento e la speculazione fondiaria), l’estrazione e il disboscamento illegali. 

Ciò provoca non solo impatti ambientali massicci su scala planetaria, ma anche enormi costi economici. La perdita di entrate stimata dal solo disboscamento illegale costa ai paesi produttori di legname tra i 10 ei 15 miliardi di dollari all’anno. Si stima che il legno rubato abbassi i prezzi mondiali del legname fino al 16% ogni anno. Nonostante questi impatti, è difficile trovare strategie efficaci per frenare la deforestazione illegale. 

Eppure, le foreste sono ecosistemi essenziali ed unici nel nostro pianeta: sono serbatoi di carbonio, nel senso che immagazzinano anidride carbonica al di fuori dell’atmosfera, e la loro distruzione sta contribuendo al cambiamento climatico. Parte del problema è la mancanza di un monitoraggio forestale adeguato, complicato dalle difficoltà nell’ottenere dati satellitari accurati e coerenti sulla deforestazione.

Per combattere questo fenomeno e proteggere l’ambiente, i governi, le associazioni, gli scienziati e le comunità locali puntano sempre di più sui progressi tecnologici. Più specificamente, l’intelligenza artificiale e i droni hanno trovato la loro applicazione nelle battaglie ambientali. 

L’Intelligenza artificiale per arginare la deforestazione 

Il disboscamento illegale è difficile da identificare in tempo, soprattutto nelle grandi aree protette. Nonostante il significativo rumore prodotto dalle motoseghe e dai veicoli che si fanno strada nella vegetazione, il suono è coperto dai rumori della foresta e spesso passa inosservato. Tuttavia, l’intelligenza artificiale può identificare questi suoni su una traccia audio. Rainforest Connection, fondata dall’ingegnere americano Topher White, fornisce “orecchie” alla foresta pluviale grazie a vecchi telefoni cellulari riciclati. Installato sugli alberi, il dispositivo RFCx è costituito da un telefono cellulare dotato di microfoni che captano il rumore di fondo entro un raggio massimo di 1 km. Un sistema di pannelli solari, anch’esso realizzato con materiali riciclati, alimenta il dispositivo. 

Un altro sistema interessante è stato sviluppato da Outland Analytics, il quale ha implementato un dispositivo periferico utilizzando algoritmi di riconoscimento audio, istruiti grazie alle centinaia di ore di registrazioni sul campo e dati pubblici, per rilevare i primi segni premonitori di deforestazione. Un singolo dispositivo può monitorare fino a 100 acri di foresta. Una volta raccolti, i segnali acustici vengono esaminati in tempo reale grazie al TensorFlow, lo strumento di machine learning metodo di analisi dei dati che automatizza i sistemi computazionali per permettere alle macchine di identificare modelli autonomamente e prendere decisioni riducendo l’intervento umano al minimo open source sviluppato da Google. Quando viene riconosciuto il rumore di un motore, il dispositivo, che è connesso alla rete cellulare, trasmette un avviso a un server che invia un’e-mail e un SMS alle guardie forestali. Rispetto alle immagini satellitari, questa tecnica ha il vantaggio di fornire alle autorità informazioni praticamente istantanee su vaste distese di foresta, consentendo loro di ridurre i tempi di risposta. 

Una piattaforma lanciata di recente basata sull’intelligenza artificiale, OpenSurface” ha come obiettivo quello di aiutare i governi, le aziende e i ricercatori a segnalare, monitorare e stimare il mutamento dell’uso del suolo in modo dinamico ed produttivo. OpenSurface dichiara di essere in grado di monitorare,e persino prevedere, il progresso della deforestazione, valutare i livelli di biodiversità presenti e futuri e monitorare e progettare le condizioni delle colture e del suolo nel tempo aggregando in modo ingegnoso enormi quantità di dati sull’uso del suolo provenienti da diverse fonti. 

David Dao, a capo dell’iniziativa Clima + AI al DS3Lab di Zurigo, supporta la piattaforma dal lato della ricerca sull’intelligenza artificiale. Egli spiega che “ciò che rende OpenSurface intelligente è il modo in cui prevediamo la deforestazione” e che “miriamo a sfruttare l’apprendimento automatico più moderno possibile per prevedere le aree a rischio di deforestazione ricavandole da immagini satellitari grezze”. https://en.reset.org/blog/opensurface-pioneering-ai-tracks-land-use-and-deforestation-outer-space-03312020 OpenSurface calcola la deforestazione con un modello di previsione video che consente agli utenti di rilevare le imminenti minacce di deforestazione. La piattaforma potrebbe, in futuro, essere utilizzata per raccogliere in modo efficiente prove su come le foreste siano state protette e mantenute in una determinata Nazione. Questo consentirebbe di facilitare il calcolo degli incentivi previsti da REDD+, il programma delle Nazioni Unite sulla riduzione delle emissioni dovute alla deforestazione e al degrado forestale. REDD+ fornisce incentivi finanziari alle economie emergenti che hanno fermato la deforestazione per un certo periodo di tempo. Ad esempio, il Fondo verde per il clima ha effettuato un pagamento di 96,5 milioni di dollari al Brasile nel 2014 e 2015 per intensificare gli sforzi per fermare la deforestazione dell’Amazzonia. 

La loro “Application Programming Interface” (API) incorpora varie tecnologie, tra cui apprendimento automatico, registri sicuri, rilevamento remoto e “Internet of things”, combinandole per fornire servizi di gestione del territorio personalizzati e digitalizzati. L’intelligenza artificiale aiuta il sistema a classificare l’uso e la copertura del suolo e ad analizzare immagini spaziali rapidamente e con maggiore precisione rispetto alle tecniche attualmente in uso. Pur utilizzando immagini di droni di alta qualità, queste tecnologie sono persino in grado di misurare le diverse specie di alberi presenti nelle foreste e il loro potenziale di sequestro del carbonio. 

L’uso di droni per velocizzare la riforestazione

La deforestazione continua a superare in modo significativo i nostri migliori sforzi di conservazione. Il disboscamento illegale, l’eliminazione del suolo e la distruzione dell’habitat contribuiscono tutti alla perdita globale netta di circa 6,6 miliardi di alberi ogni anno. Ma, mentre la deforestazione è una questione complessa che presenta molte sfide, c’è un concetto che può essere facilmente compreso: poiché la piantumazione di alberi è un’attività costosa e richiede un importante livello di manodopera, il reimpianto con le tecniche attuali semplicemente non è in grado di tenere il passo con la velocità della perdita di habitat.

Diversi ambiziosi progetti di riforestazione sono attualmente in corso in tutto il mondo e diverse aziende hanno quindi sviluppato iniziative innovative con l’uso dei droni per seminare pacchetti di semi. Questa soluzione presenta vantaggi in fatto di rapidità ed efficienza economica rispetto ai metodi tradizionali. L’utilizzo del machine learning permette di valutare le condizioni del terreno, identificare siti di impianto idonei, monitorare la crescita delle piante, e via dicendo.

In particolare, sono gli Stati Uniti che quest’anno hanno registrato la loro stagione più devastante, con oltre 8 milioni di acri di terra bruciati in tutto il paese. La rigenerazione delle foreste che si trovavano su gran parte di quella terra normalmente richiederebbe anni, con il coinvolgimento diretto di centinaia di persone per ripiantare manualmente gli alberi coltivati ​​in vivai dedicati. La start-up DroneSeed ha proposto una soluzione molto più veloce ed efficace: come suggerisce il nome dell’azienda, utilizza flotte di droni (noti anche come “sciami”) per rimboschire le aree che sono state bruciate, lasciando cadere quelli che chiama “vasi di semi” nelle aree in cui hanno le migliori possibilità di ricrescere. Secondo il CEO di DroneSeed Grant Canary, i droni, che agiscono in gruppi di cinque e volano insieme su rotte pre-programmate, possono coprire fino a 50 acri al giorno e ciascuno trasporta fino a 26 kg di semi. “Siamo sei volte più veloci di un piantatore di alberi là fuori con una pala che fa circa due acri al giorno”, ha detto Canary. “E abbiamo ridotto le catene di approvvigionamento (per ottenere nuovi semi nel terreno) da tre anni a tre mesi”.https://edition.cnn.com/2020/12/03/tech/droneseed-wildfire-california-oregon/index.html L’azienda sta già ripristinando le foreste colpite dall’incendio di August Complex in California e dall’Holiday Farm Fire dell’Oregon, e sta esaminando altre aree colpite da incendi lungo la costa occidentale dove la sua tecnologia potrebbe essere utilizzata. 

Un altro brillante esempio è la start-up BioCarbon Engineering, la quale ha cercato di sfruttare questa tecnologia per rivoluzionare il processo di semina, aiutare a ricostituire gli habitat e garantire un approvvigionamento sostenibile di materiali di origine forestale. Questa pratica è in linea con gli obiettivi dell’Unione Europa: passare dal modello lineare di produzione e consumo a quello circolare. L’azienda ha infatti ricevuto una sovvenzione dall’UE dedicata all’aumento del potenziale delle piccole imprese per l’eco-innovazione e l’approvvigionamento sostenibile di materie prime. Ciò ha contribuito a finanziare un progetto su larga scala per la semina automatizzata, da impiegare in diversi ecosistemi in tutta Europa. Il progetto di quattro mesi è stato completato alla fine di marzo 2016 e questo nuovo sistema di semina consiste in un veicolo aereo di mappatura senza pilota (UAV) e un software di apprendimento automatico. La tecnica è completamente automatizzata e promette di essere un mezzo di rimboschimento significativamente più economico e veloce. L’azienda stima che si possano piantare dieci semi per UAV al minuto e BioCarbon mira a piantare un miliardo di semi all’anno in tutta Europa. Oltre al costo e alla velocità, la nuova tecnica offre una serie di altri vantaggi. La tecnologia di mappatura viene utilizzata per valutare i tassi di assorbimento del terreno e la probabilità di uno sviluppo sano delle foreste. Dato che la piantumazione è effettuata da un veicolo aereo, ora è possibile raggiungere terreni normalmente inaccessibili da terra. I baccelli vengono sparati nel terreno dal drone molto velocemente permettendo la piantagione di un gran numero di alberi in un breve periodo di tempo. Ogni baccello può essere caricato con semi pre-germinati e un nutriente idrogelSoluzioni di polimeri per creare un serbatoio da cui le piante potranno attingere acqua. Utile quando si è impossibilitati ad innaffiare il terreno periodicamente, dandogli tutti i minerali e l’umidità di cui ha bisogno per iniziare. La tecnologia rappresenta un significativo allontanamento dalle attuali tecniche di piantagione di alberi, che includono la semina a mano e la consegna di semi secchi per via aerea. La semina manuale è lenta e costosa, mentre la diffusione di semi secchi si traduce in bassi tassi di assorbimento. Offre anche un’opportunità per aiutare i paesi a rispettare i loro obblighi ambientali. Al Summit delle Nazioni Unite sul clima a Parigi, è stato preso l’impegno di ripristinare 350 milioni di ettari di terra degradata e deforestata entro il 2030, ed è chiaro che le tecniche di semina tradizionali non saranno sufficienti. I prossimi passi includono il potenziamento dell’innovazione, il continuo perfezionamento della tecnologia di dispersione dei baccelli di semi così da attirare ulteriore interesse da potenziali investitori e collaboratori al fine di portare il concetto sul mercato. 

In conclusione, gli esempi riportati in questo articolo mostrano come le nuove tecnologie possono rivelarsi alleati importanti per preservare il pianeta che chiamiamo casa. L’intelligenza artificiale deve essere collegata e supportata da politiche efficaci per la conservazione dell’ambiente e una migliore applicazione della legge sia all’interno sia all’esterno dei confini nazionali. Infine, con l’automatizzazione dei droni, possiamo mitigare i rischi e persino invertire il trend mediante massicci progetti di riforestazione.

Fonti:

https://sustainiaworld.com/watching-listening-and-learning-how-ai-can-reduce-deforestation/

https://www.nationalgeographic.com/news/2017/11/drones-plant-trees-deforestation-environment/

https://www.quotidiano.net/tech/una-flotta-di-droni-contro-la-deforestazione-1.2487673

https://www.eni.com/it-IT/low-carbon/riforestazione.html

https://www.green.it/droni-piantano-alberi-la-tecnologia-aiuta-pianeta/

https://www.impakter.it/tre-startup-che-combattono-la-deforestazione/

https://cordis.europa.eu/article/id/119479-innovative-drone-technology-to-tackle-deforestation/it

https://www.nonsoloambiente.it/ambiente/droni-la-nuova-frontiera-della-riforestazione

Il tortuoso percorso di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione: maggiori criticità, stato attuale e alcune considerazioni alla luce dell’emergenza pandemica

1. Il tema in nuce: nascita e sviluppo del concetto di “e-government” 

Lo scopo del presente elaborato è quello di delineare e prendere in considerazione – senza alcuna pretesa di esaustività – il diuturno e impervio “sentiero” che le Amministrazioni Pubbliche stanno da alcuni anni percorrendo, il cui punto di arrivo – nonché obiettivo finale – è costituito dal raggiungimento della c.d. digitalizzazione dei processi e delle funzioni attraverso cui queste operano, perseguendo in maniera ancor più efficace, semplice, e immediata, il pubblico interesse. Sul tema attività amministrativa e dei suoi principi guida – ex plurimis – si veda F. CARINGELLA, Manuale di diritto amministrativo parte generale e parte speciale, Roma, p. 879 ss.
Questo fenomeno di informatizzazione del pubblico potere è più comunemente conosciuto con il termine “e-government Chiara crasi di “electronic government(Amministrazione digitale), la cui essenza più profonda può essere colta citando letteralmente quanto previsto dalla Commissione Europea Comunicazione della Commissione Europea del 26 settembre 2003 “Il ruolo dell’e-government per il futuro dell’Europa”. In letteratura, si vedano anche: F. BASSANINI, Twenty years of administrative reforms in Italy, in Review of Economic Conditions in Italy, 3/2009, p. 369 e ss., e F. MARTINES, La digitalizzazione della pubblica amministrazione, in Rivista di diritto dei media, n. 2/2018, p. 146-157., “l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle pubbliche amministrazioni, coniugato a modifiche organizzative ed all’acquisizione di nuove competenze al fine di migliorare i servizi pubblici ed i processi democratici e di rafforzare il sostegno alle politiche pubbliche”.  Il nostro Paese, poco dopo, si è dotato del c.d. CAD (Codice dell’amministrazione digitale, D.lgs., 7 marzo 2005, n. 82 e successive modificazioni), un testo unico ove sono riunite in maniera sistematica tutte le disposizioni riguardante il processo di informatizzazione dell’Amministrazione nei rapporti con i cittadini e le imprese. Per un ulteriore approfondimento, si veda https://www.agid.gov.it/it/agenzia/strategia-quadro-normativo/codice-amministrazione-digitale
È chiaro però come nel frattempo la testè detta nozione si sia chiaramente evoluta, in quanto i mezzi e gli strumenti informatici (ICT) Acronimo di “Information and Communication Technologies”. sono in continuo e incessante sviluppo e divenire. Qui, contrariamente al tipico approccio e forma mentis del giurista – in ispecie del giuspubblicista – basata su una rigorosa e sistematica fissazione e cristallizzazione di concetti e categorie base da cui prendere le mosse, è necessario – stante la costante mutevolezza della questione – adottare un approccio elastico, mobile e finanche flessibile
Qualche anno fa, proprio la Commissione Europea, attraverso una comunicazione COM(2016)/179 del 19/04/2016, ha stabilito quali fossero i principi guida su cui imperniare la concreta azione dell’e-governmentGli impegni sul fronte della digitalizzazione dell’Amministrazione non derivano solamente da fonti europee, ma bensì anche internazionali. Vedasi a tal proposito i Rapporti annuali delle Nazioni Unite sull’e-government quale strumento di sviluppo sostenibile. V. https://publicadministration.un.org/egovkb/Portals/egovkb/Documents/un/2020-Survey/2020%20UN%20E-Government%20Survey%20(Full%20Report).pdf. per l’appena trascorso quadriennio (2016-2020), prevedendo come l’implementazione digitale nel settore amministrativo debba tendere ai valori di massima efficienza, trasparenza ed inclusività, di guisa che sia fattibile rendere “servizi pubblici end-to-end senza frontiere, il più possibile personalizzati ed intuitivi a tutti i cittadini e a tutte le imprese della UE”.
La modalità d’elezione prevista per il raggiungimento di tale – ambizioso, ma quanto mai necessario – obiettivo, si rinviene nel principio del libero accesso ai dati e ai servizi delle Amministrazioni, tanto a livello domestico, quanto transfrontaliero. Si fa qui riferimento all’accesso ai c.d. Open Data. Per ulteriori approfondimenti e riferimenti ai vari tipi di accesso previsti dall’ordinamento giuridico, G. GARDINI, Le regole dell’informazione. L’era della post-verità, Torino, 2017 e https://awarepec.com/digital/unopportunita-di-grande-rilievo-poco-sfruttata-il-f-o-i-a/.
A conclusione di questo breve quadro d’insieme iniziale, non si possono non citare i vantaggi e i benefici derivanti dal processo di informatizzazione delle Pubbliche Amministrazioni, che si riverberano tanto nelle c.d. attività di back office (e cioè all’interno dell’Amministrazione), quanto in quelle c.d. di front office (le relazioni instauratesi con il pubblico).
Sembra di chiara e cristallina evidenza come in relazione al primo versante, il diffuso e ampio ricorso alle più recenti tecnologie digitali permetta alle Amministrazioni di svolgere i propri compiti, e adempiere alle proprie funzioni in maniera decisamente più celere, immediata, e soprattutto con un dispendio economico ben inferiore rispetto alle modalità “tradizionali” sinora utilizzate. Per ciò che concerne il risparmio in termini eminentemente economici, uno studio di qualche anno fa, ha stimato come all’incirca si potesse stimare in 200 miliardi annuali, di cui 40 imputabili alla Pubblica Amministrazione, e 160 riguardanti invece il mercato delle imprese private. Ci si riferisce alle considerazioni effettuate il 24 maggio 2012 dall’Osservatorio Fatturazione e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano. La data non è casuale, perché è proprio dal 2012 che si inizia ad affrontare in maniera ben più seria e decisa il tema della digitalizzazione dell’Amministrazione, grazie al D.lgs. 179/2012, il quale introduce nell’ordinamento i concetti di anagrafe unica nazionale, di dematerializzazione, di Pec (posta elettronica certificata), di cittadinanza digitale, e infine di piattaforme abilitanti.
Per converso, i fruitori, e cioè i cittadini, possono accedere ai servizi da queste garantiti in qualsiasi momento, abbisognando solamente di una connessione Internet, evitando or dunque di recarsi fisicamente presso gli sportelli fisici, con evidente risparmio di tempo, energie e risorse. Si pensi alla possibilità di ottenere una qualsivoglia informazione in possesso delle Amministrazioni (es. il certificato di nascita, o lo stato di famiglia), ovvero svolgere un necessario adempimento o pratica con un “semplice click”. Ciò permette chiaramente anche di rilanciare la competitività del sistema Paese, in quanto così facendo si cerca di rendere meno farraginoso e intricato, l’attuale sistema “burocratico”.

2. Le maggiori criticità ostative nel nostro Paese

È giunto adesso il momento di comprendere a che punto sia lo sviluppo di un sistema amministrativo digitale in Italia, cercando di scattare una ”istantanea” dello stato attuale, e ponendo in evidenza le principali difficoltà e resistenze che questo sta incontrando sul proprio cammino.
È bene però operare un discrimen, valutando quanto sia accaduto fino allo scoppio dell’evento pandemico, e quanto invece si stia ora verificando.
Per acclarare e rilevare lo stato di avanzamento del processo di digitalizzazione delle Amministrazioni ante crisi sanitaria, ci si può riferire alle osservazioni restituiteci dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla digitalizzazione della P.A. Qui integramente disponibile: https://docs.italia.it/italia/relazioni-commissioni-parlamentari/relazionecommissionedigitale-docs/it/bozza/index.html., la quale dopo un anno di lavoro, ha messo in luce i seguenti fattori negativi: in primis, una scarsa conoscenza – e conseguente applicazione – delle disposizioni riguardanti il digitale, e in subordine, l’omessa dotazione negli anni da parte delle Amministrazioni di competenze tecnologiche, manageriali e di informatica giuridica necessarie.
E – ça va sans dire – sul versante degli investimenti in ICT, non si trovano di certo elementi maggiormente positivi e “rasserenanti”, tra totale assenza di misurazione degli impatti migliorativi del digitale sulla qualità dei servizi e riduzione della spesa, e scarsa capacità di controllo di quanto destinato all’acquisto di sistemi informatici.
Ciò è palesemente evidente in relazione al mancato rispetto dell’obbligo di quantificazione dei risparmi derivanti dall’applicazione dell’art. 15 CADEx comma 2 terLe pubbliche amministrazioni, quantificano annualmente (…) i risparmi effettivamente conseguiti (…). posto in capo ai vari dicasteri.
È anche bene però rammentare, come di certo l’impegno profuso dal legislatore (in ispecie quello europeo) sia indubbio e meritevole – nonostante la scarsità di risultati prodotti sinora (derivanti da annosi problemi che affliggono le Amministrazioni) – ma, allo stesso tempo, deve scontrarsi con una carenza (soprattutto culturale) tipicamente italica, il divario e l’arretratezza digitale, Si fa riferimento al fenomeno della c.d. digital divide, su cui influisce in maniera determinante il fatto che oltre il 50% della popolazione italiana si rappresentata da individui con un’età compresa tra i 35 e i 100 anni, e soprattutto il dato secondo cui meno del 60% della popolazione abbia conseguito un titolo di studio superiore alla licenza media. Cfr. Istat, 2014 e 2017:http://www.tuttitalia.it/statistiche/popolazione-eta-sesso-stato-civile-2017 ,  e http://www.istat.it/files/2014/10/ItaliaInCifre2014.pdf. tra coloro che conoscono ed utilizzano gli strumenti informatici, e coloro che – per le più svariate ragioni – non sono in grado di farlo. tra coloro che conoscono ed utilizzano gli strumenti informatici, e coloro che – per le più svariate ragioni – non sono in grado di farlo.
Questo rappresenta indubbiamente un’altra spinosità non indifferente, da tenere necessariamente presente, e che non ha permesso al fenomeno della digitalizzazione amministrativa di prendere piede in maniera più celere e “impetuosa”.

3. Postilla 

Se è vero come da ogni evento negativo e nefasto – quale l’attuale emergenza pandemica – derivano anche grandi opportunità, che se colte con coraggio e lungimiranza permettono di superare inaspettatamente problemi che in condizioni di “quiete” avrebbero richiesto ben più tempo e sforzi, questo vale indubbiamente anche per il tema in questione.
Infatti, si può affermare, e notare, come la crisi epidemiologica da Covid-19 abbia fornito una brusca accelerazione al sistema digitale del Paese, derivante in particolar modo dal necessitato stile di vita che questa ha imposto a chiunque Basti pensare al fenomeno dello “smart working” mai diffuso e necessario come ora, ma anche da una sempre maggior presa di coscienza circa l’imprescindibilità delle nuove tecnologie, tanto per il potere pubblico, quanto per le imprese private.
Basti pensare all’obbligo – da assolvere entro il 28 febbraio – da parte di tutte le Amministrazioni, di avviare il passaggio dalle diverse modalità di autenticazione online al Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) e alla Carta d’Identità Elettronica (CIE), ovvero anche l’integrazione della piattaforma pagoPa nei sistemi di riscossione delle proprie entrate, così come il graduale avvio di tutti i servizi amministrativi forniti dall’app IO.
In conclusione, è vero che finora il processo di digitalizzazione delle Amministrazioni è stato connotato da oggettive ed evidenti difficoltà – le quali sono state sopra brevemente compendiate –, ma è anche altrettanto vero come il tremendo “nemico invisibile” che si sta combattendo, ha avuto l’innegabile effetto benefico di accelerare finalmente lo sviluppo di un Paese per certi aspetti sin troppo carente e arretrato

L’Italia inizia a muovere i primi passi verso lo sviluppo dell’idrogeno verde

Idrogeno verde, di cosa si tratta?

Uno dei vantaggi dell’idrogeno verde è rappresentato dal processo di combustione, il quale produce solamente vapore acqueo, è infatti assente l’emissione di anidride carbonica (CO2). Nonostante ciò la sua produzione risulta ancora molto inquinante. L’idrogeno è un elemento chimico non rilevabile allo stato puro nell’ambiente naturale, ma lo si può trovare all’interno di sostanze quali l’acqua, il petrolio o il gas naturale. Al fine dell’estrazione da questi, è necessario quindi l’utilizzo di energia, ma a seconda della fonte, il processo finale si potrà definire inquinante o sostenibile. Se la produzione deriva (come attualmente avviene) dall’utilizzo di combustibili fossili, quindi appartenente alla prima categoria e associata alla definizione di idrogeno “grigio”, “blu” (nel caso di stoccaggio della CO2 (qui un nostro articolo al riguardo). Quando invece si impiega energia prodotta da fonti rinnovabili quali quella solare, eolica o di riciclo, allora si ha un forte abbattimento delle emissioni inquinanti (si parla dunque di idrogeno verde). Ciò è possibile tramite un processo di trasformazione che prende il nome di elettrolisi: la separazione dell’idrogeno e dell’ossigeno presenti nell’acqua. Il processo avviene tramite una macchina, l’elettrolizzatore, che risulta essere molto costosa. Per dare un valore di riferimento, l’idrogeno verde ha attualmente costi che si aggirano tra i 4 e gli 8 dollari al chilo (contro 1,18 dollari per un kg di metano).

Al fine di permettere un balzo in avanti nella produzione dell’idrogeno verde, risulta necessario un forte investimento nell’acquisto di elettrolizzatori, oltre che lo sviluppo dei successivi sistemi di distribuzione e stoccaggio.

Investimenti esteri ed italiani 

Negli ultimi mesi, sia nel settore pubblico che in quello privato, sono stati stilati degli accordi volti al finanziamento di questo tipo di combustibile, potenzialmente rinnovabile.

Nel settore pubblico, un grande flusso di investimenti dovrebbe arrivare dal Piano Nazionale di Ripresa e Ripartenza (Recovery Plan). Nell’ultima bozza del piano da presentare alla Commissione Europea, il Governo ha stanziato una spesa di circa 8,6 miliardi da investire nel settore dell’energia rinnovabile, con una percentuale del 18% esclusivamente destinata alla filiera dell’idrogeno.

Appare evidente che vi sarà nei prossimi anni una partecipazione maggiore da parte dello Stato, nello sviluppo delle infrastrutture relative a questa forma di energia.

Per quanto riguarda la partecipazione privata, da mesi essa si affianca e coopera quella nazionale, ad esempio con la “Strategia nazionale sull’idrogeno” scritta da Eni e Snam e finanziata da Cassa Depositi e Prestiti, la quale ha come obiettivo finale la decarbonizzazione del sistema energetico italiano. La stessa è stata più volte criticata in quanto, d’accordo con le annotazioni del Professor Angelo Gagliani, si tratterebbe di una strategia basata su dati vecchi. Questi farebbero riferimento al Piano Nazionale Energia e Clima, all’interno del quale (quando si definisce il mix energetico) non si fa menzione dell’idrogeno. 

Spostando per un attimo l’attenzione al di fuori dei confini italiani, va fatta menzione dell’investimento che la multinazionale Enel sta compiendo sul suolo statunitense. Enel Green Power ha sottoscritto (tramite la controllata nordamericana Enel Green Power North America, Inc.), il 9 dicembre 2020, un protocollo d’intesa con Maire Tecnimont (attraverso la controllata NextChem). Il progetto che riguarda gli Stati Uniti d’America, vedrà la società del gruppo Enel mettere a disposizione un impianto solare che fornirà energia pulita; mentre la società del gruppo Maire curerà la parte tecnologica e ingegneristica del progetto. L’energia solare proveniente dall’impianto di Enel, tramite la tecnologia messa a disposizione da NextChem, servirà per produrre idrogeno verde attraverso l’elettrolisi. L’idrogeno verde prodotto sarà a sua volta impiegato per la produzione in una bioraffineria. Questo tipo di sinergia rappresenta qualcosa di veramente innovativo.

Lo stesso tipo di progetto è stato redatto anche in Italia, tramite una lettera d’intesa sottoscritta da Edison, Tenaris e Snam. Il progetto è finalizzato alla decarbonizzazione dell’acciaieria di Tenaris a Dalmine. Le tre società coopereranno per individuare le migliori soluzioni per l’introduzione nel processo produttivo dell’idrogeno verde. Il progetto ha come obiettivo primario la produzione di ossigeno e idrogeno attraverso un elettrolizzatore della potenza di 20 MW da installare presso lo stabilimento Tenaris. Esso svolgerà le sue funzioni attraverso l’utilizzo dell’idrogeno verde anziché del gas naturale. Il progetto permetterà la riduzione significativa delle emissioni di CO2 nel processo di produzione dell’acciaio. Solo in seguito le società valuteranno se estendere agli altri processi produttivi il coinvolgimento dell’idrogeno verde. Si tratta quindi del primo vero utilizzo di questo idrogeno “pulito” all’interno di un processo produttivo.

Italia hub europea dell’idrogeno 

Si parla ormai da mesi dell’Italia come di un possibile hub per la filiera dell’idrogeno a livello europeo. Ciò dipende dalla storica tradizione italiana riguardo l’utilizzo del gas naturale, con conseguenti strategici asset per lo sviluppo di una logistica per l’idrogeno; dalla presenza di una delle migliori reti infrastrutturali del gas, in termini di estensione e struttura, in Europa; e dalla importante posizione geografica, vista la sua interconnessione tra la regione europea e le restanti aree del Mediterraneo (in particolare il Nord Africa).

L’Italia gioca un ruolo di primo piano nello sviluppo delle rinnovabili grazie al buon posizionamento sia in termini di adozione che di dotazione di risorse naturali che si possono ricondurre a tale tipologie di energia. Questo è un elemento discriminante se si tiene a mente che il costo dell’idrogeno verde è legato alla disponibilità sul proprio territorio, di energia derivante da fonti rinnovabili. Facendo riferimento ai numeri: l’Italia ha la possibilità di avere accesso 1.600 ore di sole all’anno (sud Italia) contro i 1.300 della Germania. Calcolando una riduzione nel costo degli elettrolizzatori, che sarà verosimilmente omogenea nei paesi dell’UE, la differenza tra le nazioni la farà la minore o maggiore disponibilità di energia rinnovabile sul proprio territorio.

Per ciò che concerne la tradizionale dipendenza italiana dal gas naturale, questo ha permesso nel corso degli ultimi anni di sviluppare una delle reti infrastrutturali del gas più grandi d’Europa e nel mondo. La stessa, con le opportune modifiche, può essere utilizzata per permettere la diffusione sia in forma miscelata con il gas, che in forma pura. L’idrogeno ha il privilegio di poter usufruire dell’infrastruttura esistente abbattendo i tempi di costruzione di una nuova intera struttura di distribuzione. In più, la già presente infrastruttura, può avere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’idrogeno: vi sarebbe la possibilità di connettere poli di produzione e di domanda, consentendo la riduzione dei costi di fornitura; inoltre questo rappresenterebbe una garanzia di sicurezza e stabilità degli approvvigionamenti attraverso la facilitazione di scambi nazionali ed internazionali.

Infine, oltre alla possibilità di sviluppo della rete dei gasdotti italiani, l’Italia avrebbe una posizione strategica come ponte energetico con il continente africano. Una possibile implementazione della rete di trasmissione energetica tra i due continenti, permetterebbe la produzione, e conseguente sfruttamento, dell’idrogeno verde. Infatti, l’alta esposizione solare della parte settentrionale africana (in termini di ore giornaliere) garantirebbe una disponibilità di energia solare tale da poter essere in parte trasformata in idrogeno (da utilizzare o da esportare) e in parte consumabile direttamente dalle industrie e dalle abitazioni italiane.

In aggiunta la produzione di energia rinnovabile in Africa non subisce la notevole stagionalità del territorio italiano, mantenendo un regime medio-alto di fornitura energetica durante l’intero anno.

In conclusione, l’incertezza derivante dalla conferma delle quote di investimento, relative alle diverse voci del Recovery Plan, non permette di definire a pieno titolo quale sarà il ruolo dello Stato italiano nello sviluppo dell’idrogeno verde. E’ al contrario ormai manifesta, la volontà di impegnarsi a pieno nel processo di transizione energetica da parte del settore privato.  

E’ necessario dunque che le due realtà procedano di pari passo in modo tale da poter utilizzare questo tipo di energia sia nel settore pubblico (trasporti ed infrastrutture) che in quello privato (diverse filiere di produzione). 

Fonti:

Enel Green Power e Nextchem del Gruppo Maire Tecnimont firmano un Protocollo d’Intesa per un impianto di produzione di idrogeno verde negli Stati Uniti. Leggi qui.

Dall’idrogeno alla mobilità sostenibile: cosa c’è di green nel Recovery Plan. Leggi qui.

Tenaris, Edison e Snam insieme in un progetto per sperimentare la produzione di acciaio con idrogeno verde a Dalmine. Leggi qui.

NextChem e Enel Green Power insieme per la rivoluzione dell’idrogeno verde. Leggi qui.

Mobilità elettrica, Enel X: “Nel 2021 dimentichiamo l’ansia da ricarica”

Comunicato stampa

Roma, 22 gennaio 2021

Si è tenuta ieri la tavola rotonda dal titolo “Le sfide connesse alla mobilità elettrica nella transizione energetica”, organizzata dal think tank AWARE. L’evento, svoltosi online, ha evidenziato i contenuti della ricerca svolta da AWARE sul tema della mobilità elettrica e le criticità ad essa collegate dal titolo “​Il ruolo della mobilità elettrica nella transizione energetica e il caso “Enel X​”.
Sono intervenuti durante l’evento: ​Fabio Orecchini​, Direttore del CARe – Centro di ricerca sull’auto e la sua evoluzione, Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma; ​Luca Cerimele​, dall’Assessorato della Città in Movimento, Roma Capitale; ​Luigi Antonio Poggi​, Head of e-Mobility Ecosystem Development presso Enel X e ​Andrea Poggio​, Responsabile Mobilità Sostenibile e Stili di Vita presso la segreteria nazionale Legambiente, che ha moderato l’incontro. La discussione portata avanti dagli ospiti e dal moderatore ha toccato diverse tematiche: dalla produzione di energia rinnovabile alla “​range anxiety”​ , fino ai problemi legati all’infrastruttura di ricarica.
Tutti gli ospiti hanno contribuito ad arricchire il dibattito attraverso interessanti spunti di riflessione, sottolineando l’importanza di iniziative come quella di AWARE al fine di offrire la possibilità di affrontare temi di centrale importanza, come quello della transizione energetica e della e-mobility, evidenziandone anche le attuali criticità.

La tavola rotonda si è aperta con un confronto tra i relatori sul ​tema delle tecnologie di produzione di energia rinnovabile ​e su quali siano quelle più adatte alla transizione energetica per quanto riguarda il territorio italiano. Il dott. ​Cerimele nel suo intervento afferma che “​serve un approccio integrato delle varie fonti, in considerazione delle specificità dell’ambiente​”.

Le criticità relative alla mobilità elettrica non sono solo legate alle fonti di energia, ma anche a problematiche sociali. ​Fabio Orecchini sottolinea infatti come “​L’ansia da autonomia, da ricarica, tipico limite dell’auto elettrica, è in realtà un limite di qualsiasi tecnologia di accumulo che si vada a confrontare con vettori energetici (combustibili fossili). Nell’uso quotidiano, l’ansia da ricarica esiste se uno vuole usare l’auto per farci tutto, anche i viaggi, altrimenti l’auto elettrica svolge tutte le funzioni tranquillamente.” Bisogna intervenire, in modo integrato, sul sistema di mobilità nel suo complesso, prevedendo dei piani di mobilità che siano sempre più sostenibili.

La range anxiety è strettamente collegata alla mancanza di infrastrutture di ricarica. Il dott. Poggi  sottolinea come “Enel X sta anticipando il mercato dei veicoli accelerando un piano nazionale di infrastrutturazione pubblica capillare e flessibile. Stiamo dando maggiore attenzione alle installazioni di stazioni di ricarica veloce ed ultra-veloce, sui principali corridoi e nei centri urbani. Lavoriamo perché il 2021 sia l’anno in cui dimenticarsi dell’ansia da ricarica, anche per gli e-driver che non hanno un parcheggio privato o un box con la possibilità di ricaricare a casa o a lavoro”.

Scendendo nel particolare, ​i vantaggi della e-mobility si intersecano con la necessità di fornire un miglioramento concreto per cittadini che il dott. ​Cerimele esplica in questo modo “​L’ amministrazione locale deve considerare l’esigenza di fornire realmente un servizio. La mobilità elettrica è un’innovazione ma non è una soluzione a molti problemi che abbiamo. Dobbiamo bilanciare da un lato un approccio volto a contenere le emissioni inquinanti e dall’altro la necessità di fornire un servizio importante.“​

Il dott. ​Poggio ​ha concluso il dibattito sottolineando come “Il TPL elettrico è la scommessa del futuro: città come Torino, Milano, Bergamo, Cagliari, hanno deciso che nel 2030 il trasporto pubblico sarà tutto elettrico. Io penso che questa scelta, magari anche per sfruttare utilmente i soldi del Next Generation Plan, potrebbe diventare una scelta di tutte le città di Italia”.

In questa occasione ​AWARE, attraverso l’intervento conclusivo di Chiara Celesia​, research fellow presso AWARE e co-autrice del paper, ha avanzato una proposta: ​bisognerebbe lanciare una campagna di comunicazione e informazione a livello nazionale che possa sensibilizzare la popolazione verso un ​nuovo approccio della mobilità​. In questo modo, in collaborazione con il Ministero dei Trasporti e con il Ministero dell’Ambiente, sarà possibile informare i cittadini italiani sugli innegabili benefici della mobilità elettrica e sulle diverse iniziative che permettano di superare le criticità riscontrate. Il fine è proprio quello di diffondere una maggiore consapevolezza sul tema al fine di aiutare la crescita di questo settore nel mercato italiano.

Maggiori informazioni:

AWARE
Sito: ​https://awarepec.com
Mail to: ​[email protected]
Fiammetta Del Mancino: 388 3757439

Il sistema di cattura e stoccaggio della CO2: gli sviluppi in Europa e in Italia

L’importanza del CCS

Il cambiamento climatico è una delle sfide più grandi che l’umanità abbia mai affrontato, essendoci in gioco centinaia di milioni di vite, innumerevoli specie ed ecosistemi e la futura abitabilità del  pianeta. Secondo il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) l’obiettivo da raggiungere e soddisfare è quello di limitare l’aumento della temperatura, fino ad arrivare al di sotto dei due gradi, come ratificato nell’accordo di Parigi. Infatti, per evitare gli effetti catastrofici del cambiamento climatico è necessario dimezzare le emissioni globali nel prossimo decennio per poi raggiungere le zero emissioni nette entro la metà del secolo. 
Le conseguenze del cambiamento climatico sono legate ai gas serra cumulativi rilasciati nell’atmosfera, il che significa che ogni anno ritardiamo l’azione verso il raggiungimento delle zero emissioni nette. La gravità del problema continuerà a crescere, e lo farà velocemente. 
I governi seriamente intenzionati ad affrontare il cambiamento climatico hanno già iniziato a utilizzare una tecnologia innovativa che si rivelerà sempre  più essenziale per ridurre le emissioni: il sistema di cattura e stoccaggio della CO2 (CCS). Si tratta di un processo che consiste nella separazione dell’anidride carbonica dagli scarichi prodotti da impianti di combustione nelle operazioni, per consentirne il trasporto verso un deposito (solitamente compressa ad alta pressione), e nel suo stoccaggio, ovvero la sua corretta conservazione, evitando così dispersioni in atmosfera.
Dalla Norvegia agli Stati Uniti fino al  Giappone, il CCS è diventato una delle armi principali nella battaglia contro il cambiamento climatico. Questa tecnologia non solo riduce le emissioni dei settori ad alta energia, come l’estrazione di petrolio e gas, il funzionamento delle centrali elettriche e la produzione di idrogeno, ma lo fa estraendo CO2 dall’atmosfera e immagazzinandola in modo sicuro sottoterra o negli impianti dedicati. Il CCS è già stato impiegato in molti impianti industriali per la produzione energetica. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’energia (IEA), I sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 possono ridurre le emissioni globali di gas serra del 14% nel 2050: questo implicherebbe la cattura e lo stoccaggio di circa 120 miliardi di tonnellate di CO2 tra il 2015 e il 2050.

Oltre a catturarla e stoccarla, è possibile anche utilizzare la CO2; in questo caso si parla di CCUS, cattura, stoccaggio e riutilizzo dell’anidride carbonica. Si tratta di una serie di tecnologie che prevedono la cattura dell’anidride carbonica da grandi fonti di emissione costanti, come centrali elettriche o impianti industriali che utilizzano combustibili fossili o biomasse come combustibile. Finora però “la CCUS non ha mantenuto le sue promesse”, scrive l’IEA nel suo ultimo report dedicato, intitolato “CCUS in clean energy transition”. Sebbene la sua importanza per centrare gli obiettivi climatici sia stata riconosciuta da tempo, la diffusione finora è stata lenta: gli investimenti annuali in CCUS hanno rappresentato meno dello 0,5% degli investimenti globali in tecnologie pulite per l’energia e l’efficienza energetica.

Le iniziative Europee

Con maggiori investimenti in progetti di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) e la necessità per l’UE di ridurre rapidamente le proprie emissioni di carbonio, l’ottimismo nei programmi è in crescita, scrive Guloren Turan, direttore generale per la difesa e la comunicazione presso il Global CCS Institute, un think tank internazionale la cui missione è accelerare l’implementazione della tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS).
Nella sola Europa la capacità di stoccaggio è stimata a circa 300 miliardi di tonnellate di CO2, che è più delle 220 che devono essere catturate e immagazzinate a livello globale da qui al 2070, secondo l’International Energy Agency (IEA). Tuttavia, il potenziamento di questi sistemi e l’aumento degli stabilimenti a livello globale entro il 2050 richiederà un significativo dispiegamento di infrastrutture, capitale umano e sostegno finanziario. 
Quindi, cosa è necessario per accelerare l’implementazione del CCS e garantire che possa contribuire come richiesto al raggiungimento delle emissioni nette zero? Nel corso dei prossimi 10 anni le azioni politiche attuate, così come gli investimenti in infrastrutture e innovazione, determineranno se lo zero netto sarà possibile nelle nostre vite. Per raggiungere questo obiettivo, sarà cruciale un’azione di sostegno del governo. Tre sono le priorità di alto livello necessarie per accelerare il progresso della CCS nel prossimo decennio: 

  1. Creazione di condizioni finanziarie per gli investimenti tramite incentivi (ad es. sovvenzioni, crediti d’imposta, obbligazioni verdi) o attraverso l’attribuzione di  un valore alla riduzione delle emissioni (ad es. mandati, standard di emissioni, cap and trade). 
  2. Coordinazione e sottoscrizione di infrastrutture di trasporto e stoccaggio di CO2, soprattutto condutture di CO2, hub, cluster industriali e siti di stoccaggio. 
  3. Chiarire le principali questioni normative e politiche in sospeso, la risoluzione della responsabilità a lungo termine e il trasporto internazionale di CO2 per lo stoccaggio.

Fortunatamente, nell’ultimo anno l’Europa ha compiuto notevoli progressi nell’affrontare queste tre priorità politiche. Oltre all’aumento del prezzo del carbonio nel sistema di regolamentazione delle emissioni dell’UE, la Commissione europea ha lanciato a luglio il primo bando del Fondo per l’innovazione da 10 miliardi di euro, che da allora ha ricevuto 311 adesioni, di cui 14 da progetti CCS. Nei Paesi Bassi, il sistema di sovvenzioni SDE++ incentiverà l’ampliamento degli impianti CCS industriali pagando la differenza tra il costo di cattura, trasporto, stoccaggio e il prezzo del carbonio dell’UE, fissato attraverso lo Schema per lo scambio di quote di emissioni (ETS), per un periodo di 15 anni. Questi meccanismi di supporto sosterranno i flussi di entrate per i progetti CCS e contribuiranno a rendere coerente il business case per gli investimenti. 
Nel frattempo, il governo norvegese ha annunciato a settembre di essere pronto a finanziare quasi due terzi (16,8 miliardi di corone) del progetto Longship CCS. Appena avviato, Longship catturerà e immagazzinerà le emissioni prodotte dai termovalorizzatori e dai cementifici in Norvegia.
Poche settimane dopo l’annuncio della Norvegia, il progetto Porthos nel porto di Rotterdam ha ricevuto un finanziamento di 102 milioni di euro dal Connecting Europe Facility. Abilitati da un significativo sostegno e investimenti governativi, sia Longship sia Porthos vengono ampliati per fornire servizi chiave di infrastruttura di trasporto e stoccaggio per una serie di emettitori situati in tutta Europa. 
Dall’altra parte del canale, all’inizio di novembre, il governo britannico ha annunciato un piano di transizione che include la CCS come uno dei suoi pilastri chiave. L’annuncio includeva anche un finanziamento di 1 miliardo di sterline per l’infrastruttura CCS, con l’obiettivo di sviluppare quattro hub e cluster e di immagazzinare 10 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030, la prima ambizione quantitativa di stoccaggio di CO2 al mondo.

CCS in Italia

In Italia l’evoluzione del sistema CCS è più incentrata sulla ricerca e sviluppo, ed i principali attori sono Eni ed Enea.
Eni ha diversi progetti in corso, seguiti dal Centro Ricerche di San Donato Milanese e dal Centro Ricerche per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente di Novara. Per la cattura della CO2 sono in fase di sviluppo sistemi che utilizzano liquidi più efficienti di quelli convenzionali. Inoltre, Eni sta lavorando nel processo di conversione a metanolo per la riutilizzazione della CO2 assorbita.
Le modalità e i siti di stoccaggio geologico della CO2, invece, sono ancora in fase di studio e di monitoring. Altre linee di ricerca sono dedicate a metodi per utilizzare la CO2 nella produzione di polimeri (come policarbonati) e per fissarla chimicamente in residui dell’industria mineraria, ottenendo materiali per l’edilizia. Un progetto di più ampio respiro, inoltre, punta a catturare la CO2 direttamente a bordo dei veicoli.
Dal punto di vista operativo, Eni intende creare il più grande hub dedicato allo stoccaggio di anidride carbonica al mondo a Ravenna, impiegando intelligentemente giacimenti di petrolio ormai esauriti. Le operazioni inizieranno entro il 2025 e secondo le stime preliminari il sito servirà a stoccare fino a 300-500 milioni di tonnellate di CO2

Enea, al contrario,  punta sull’uso degli scarti dell’industria siderurgica e del cemento per lo stoccaggio della CO2 e, contemporaneamente, sulla produzione di materiali di qualità e a basso costo da impiegare in edilizia e nella cantieristica stradale. Si parla di un progetto a carattere CCUS che sarà testato nell’impianto pilota Zecomix presso il Centro Enea Casaccia (Roma). Enea fa sapere che, grazie a queste attività, Zecomix è stato inserito come infrastruttura di ricerca nel progetto europeo ‘Eccselerate’, finanziato dall’UE con circa 3,5 milioni di euro nell’ambito di Horizon2020. 
Queste iniziative fanno ben sperare in una crescita significativa degli impianti di cattura e stoccaggio della CO2 nei prossimi anni. Gli ostacoli da superare sono il costo elevato della tecnologia e l’elevato rischio finanziario legato ai progetti, per cui gli investitori impongono premi di rischio più elevati che aumentano il costo privato del capitale necessario. La mitigazione del rischio per gli investitori è fondamentale per incentivare gli investimenti e lo sviluppo di CCS. Per realizzare una distribuzione su vasta scala, sono necessari ulteriori ricerche e sviluppo per ottimizzare la progettazione e l’integrazione della tecnologia.

Fonti:

https://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2018/ee/c7ee02342a#!divAbstract
https://www.infobuildenergia.it/ccs-cattura-sequestro-carbonio-ma-ne-serve-di-piu/
https://www.enea.it/it/seguici/pubblicazioni/pdf-eai/marzo-aprile-2012/9-primo-piano-cattura-carbonio.pdf
https://www.iea.org/reports/ccus-in-clean-energy-transitions

Eolico Offshore e Onshore. Un investimento conveniente a lungo termine?

Il primo passo dell’UE verso l’eolico offshore

La Commissione Europea, in data 19 Novembre 2020, ha presentato un dettagliato piano strategico che concerne l’obiettivo, più volte esplicitato, delle zero emissioni nette entro il 2050. Più precisamente si prevede un aumento della capacità eolica dell’Europa, dagli attuali 12 GW ai 300 GW entro il 2050, con un termine intermedio fissato al 2030, nel quale l’incremento dovrebbe raggiungere i 60 GW.

Questo documento si focalizza in primo piano sulle energie rinnovabili di tipo “offshore”, ovvero quelle ricavate da centrali eoliche al largo delle coste dei paesi europei. Attualmente questo tipo di sfruttamento copre circa il 10% della percentuale di energia eolica prodotta in Europa, il restante 90% appartiene all’eolico prodotto sulla terraferma (onshore). Proprio per questo la Commissione ha proposto un’integrazione di queste capacità con 40 GW provenienti da eolico e fotovoltaico galleggianti. 

Tra i paesi maggiormente coinvolti nella transizione dell’eolico non si può non menzionare la Gran Bretagna. Durante la riunione del Partito Conservatore del 6 di Ottobre, il Premier Boris Johnson ha di fatto proiettato la Gran Bretagna in testa alla corsa verso un eolico sempre più offshore. Il leader conservatore ha infatti annunciato un piano da 160 milioni di sterline da investire in energia eolica con il fine di diventare la nazione numero uno in termini di energia derivante dal vento. Secondo quanto affermato da Johnson, la Gran Bretagna diventerebbe la leader nell’energia rinnovabile proprio come l’Arabia Saudita lo è per il petrolio; andando così a soverchiare il “record” di maggior numero di turbine eoliche attualmente detenuto, nel vecchio continente, dalla Danimarca.

Vantaggi e svantaggi dei due tipi di energia eolica 

È necessario valutare se un investimento di grande portata come quello che l’UE intende portare avanti per l’eolico offshore, possa essere vantaggiosa nel periodo compreso tra il 2020 e il 2050.

Sicuramente questo tipo di sfruttamento è più efficiente in termini di energia netta, rispetto alle installazioni onshore. Infatti le “offshore” sono distanti dalla terraferma, ad esempio a nord della sopracitata Danimarca e a largo delle coste inglesi, e possono beneficiare di quasi il doppio delle correnti ventose presenti nel territorio continentale. Non sono presenti barriere di alcun tipo che possano ostacolare la ricezione del vento da parte delle pale componenti il sistema eolico. 

L’isolamento in mezzo al mare permette poi di creare delle intere isole galleggianti composte da molte più turbine di quelle che si avrebbero sulla terraferma. Difatti, nei luoghi corrispondenti alle centrali onshore, si deve tenere conto della morfologia del territorio e soprattutto del rispetto della popolazione residente nelle relative aree, due elementi che impediscono l’installazione di un numero troppo elevato di turbine. Questo isolamento permette in aggiunta di non interferire né sul panorama esistente, né di produrre inquinamento acustico e tantomeno compromettere l’attività umana (in particolar modo l’agricoltura) nei luoghi limitrofi le centrali.

Inoltre, ciò che contraddistingue la produzione di energia di tipo offshore è il rispetto della fauna acquatica: grazie alla costruzione delle piattaforme, si vengono a creare dei nuovi ecosistemi artificiali completamente protetti dall’esclusività d’accesso di tali zone. 

Se però tale forma di energia rappresenta attualmente una percentuale piuttosto bassa nella totale produzione eolica, questo non può che dipendere da altrettanti fattori che ne ostacolano la diffusione.

Dal punto di vista economico, la costruzione di tali impianti risulta nel breve periodo meno vantaggiosa rispetto a quelli sulla terraferma. L’installazione di tali sistemi richiede degli ingenti lavori subacquei, il trasporto dei materiali di costruzione e le componenti delle turbine che verranno poste sull’acqua, si caratterizzano per un costo quasi doppio rispetto ad una centrale eolica onshore. Sempre relativamente alla componente economica, occorre sottolineare come la posizione di queste isole renda le turbine soggette al deterioramento atmosferico, derivante da onde, correnti marine e venti oceanici. Questo porta ad un aumento dei costi di manutenzione o, alternativamente, a componenti più costose ma durature nel tempo. Anche la manutenzione diviene molto complicata da svolgere a causa dei fattori logistici sopramenzionati, e potrebbero servire mesi per la sostituzione di una componente della turbina rendendo quest’ultima inattiva nel tempo di attesa. A ciò si aggiunge una notevole dispersione di energia che si verifica nel lungo percorso dalla centrale eolica sino alle centrali di distribuzione; al contrario, essa si riduce notevolmente quando si tratta di eolico onshore. Proprio sotto questo aspetto risultano fondamentali i finanziamenti messi in conto dall’Unione Europea al fine di migliorare le strutture di trasferimento dell’energia.

Per concludere, se come detto la lontananza dai centri abitati permette una maggiore numerosità delle turbine componenti le centrali, essa rappresenta dei mancati vantaggi per le economie locali che al contrario, traggono benefici dalla presenza di centrali eoliche offshore, tramite l’utilizzo diretto dell’energia prodotta in situ. Ciò conferisce, per lo più, notevole autonomia alla comunità sfruttante tale energia.

Una valida soluzione per il raggiungimento degli obiettivi dell’UE

Dunque, la forte apertura dell’Unione Europea all’eolico offshore rappresenta un tentativo deciso di investimento in una forma di energia costosa nel breve periodo, economicamente parlando, ma di sicuro effetto nel lungo periodo. L’intensiva crescita di questo settore energetico consentirà dal 2050 di escludere dalla lista delle fonti energetiche primarie, il carbone, il petrolio ed il gas. 

Naturalmente nazioni come la Germania o la Polonia, fortemente incentrate sullo sfruttamento di tali risorse, beneficeranno di sostegni economici per la riconversione delle proprie industrie, forniti dal Fondo per una transizione giusta: esso rappresenta un salvadanaio composto da finanziamenti provenienti da fondi strutturali già esistenti, dal cofinanziamento degli Stati e da una parte del fondo INVEST EU.

Fonti:
https://cordis.europa.eu/article/id/18083-eus-offshore-wind-technology-ready-for-application-study-finds/it
https://www.greenreport.it/news/energia/boris-johnson-entro-il-2030-leolico-offshore-alimentera-tutte-le-case-del-regno-unito/
https://www.tonello-energie.com/eolico-onshore-eolico-offshore-quale-scegliere/
https://energiaoltre.it/eolico-offshore-perche-le-mega-turbine-da-14-mw-riducono-i-costi/
https://www.linkiesta.it/2020/11/green-eolico-piano-commissione-ue/
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=LEGISSUM:en0001&from=FR
https://ec.europa.eu/energy/sites/ener/files/offshore_renewable_energy_strategy.pdf

Articolo a cura di: Andrea Cardarelli



Tavola rotonda “Responsabilità Sociale d’Impresa nel settore agroalimentare: le dinamiche di un’unione indispensabile”

Comunicato stampa

Roma, 16 dicembre 2020

Si è tenuta ieri la tavola rotonda dal titolo “Responsabilità Sociale d’Impresa nel settore agroalimentare: le dinamiche di un’unione indispensabile”, organizzata dal think tank AWARE. L’evento, svoltosi online, ha evidenziato i contenuti della ricerca svolta da AWARE sul tema RSI nel settore agroalimentare dal titolo “Il settore agroalimentare: Responsabilità Sociale d’Impresa e impegni europei” a firma di Adriano Falcone e Lorenzo Giacomella.

Sono intervenuti durante l’evento: Myriam Finocchiaro, Responsabile Comunicazione, Relazioni Esterne e CSR presso Granarolo; Lucia Briamonte e Raffaella Pergamo ricercatrici presso CREA e Daniele Fattibene, research fellow presso IAI, che ha moderato l’incontro. Tutti gli ospiti hanno contribuito ad arricchire il dibattito attraverso interessanti spunti di riflessione, sottolineando l’importanza di iniziative come quella di AWARE al fine di offrire la possibilità di affrontare temi di centrale importanza, come quello della RSI nella filiera agroalimentare, che troppo spesso sono destinati al solo confronto tra addetti ai lavori.

Il tavolo di discussione ha avuto come focus principale il concetto di responsabilità sociale d’impresa che la dott.ssa Briamonte ha definito come “una forte leva di innovazione, in quanto costituisce un’opportunità per le imprese e per l’intera economia, di promuovere progetti sia a livello di processo produttivo sia a livello gestionale, che favoriscano lo sviluppo economico e sociale, in senso competitivo e sostenibile.”

Il tema diviene particolarmente centrale se si discute della transizione sostenibile per le piccole e medie imprese e delle sfide che esse devono affrontare. La dott.ssa Pergamo ha sottolineato quanto “le tecniche di produzione sostenibili, biologiche e biodinamiche, sono costose per il bilancio aziendale. Gli agricoltori le utilizzano, però, perché migliorano la propria reputazione e conquistano la fiducia dei propri consumatori”. Per fare in modo che nessuno rimanga indietro, è necessario tutelare la diversità biologica e riequilibrare il rapporto tra produzione e consumo, ha aggiunto.

Anche la dott.ssa Finocchiaro, riportando l’esperienza di Granarolo, ha ribadito come il cliente, il consumatore, sia di vitale importanza per migliorare la qualità del cibo, della produzione e del consumo: “nel corso degli ultimi anni è molto cambiato il ruolo del consumatore. L’avvento dei social ha cambiato la relazione che le aziende hanno con i propri clienti, permettendo alle aziende di avvalersi proprio delle opinioni dei consumatori per migliorare i propri processi produttivi e i prodotti. Granarolo lo fa attraverso piattaforme evolute di analisi semantica che, lavorando su mappe concettuali, consentono di intercettare le  osservazioni e le considerazioni che i consumatori fanno sull’azienda e i suoi prodotti, anche al di fuori dei social aziendali, sempre ovviamente nel rispetto delle impostazioni di privacy”.

In un momento come quello che stiamo vivendo è “necessario sfruttare tutti gli incentivi attivati durante questa fase emergenziale – aggiunge Briamonte – perché la pandemia ha evidenziato la necessità di aumentare e garantire il livello di autosufficienza alimentare”. A livello aziendale la dott.ssa Finocchiaro dice che “la grande sfida di fronte alla quale si trova Granarolo è indubbiamente quella dell’allevamento e dell’agricoltura sostenibili: l’obiettivo di medio termine è quello di ridurre del 30% entro il 2030 l’emissione di gas ad effetto serra”.

Fattibene, ha concluso il dibattito sottolineando la necessità di “una vera presa di coscienza sul fatto che la responsabilità  sociale d’impresa debba diventare una guida per una reale trasformazione dei nostri sistemi agroalimentari, “dal campo alla forchetta”, coinvolgendo produttori e consumatori.

In questa occasione AWARE, attraverso l’intervento conclusivo di Adriano Falcone, Direttore dell’Area Sosteinbilità, ha avanzato due proposte: da un lato, di predisporre una strategia nazionale specifica per il settore agroalimentare per favorire la completa integrazione della Responsabilità Sociale d’Impresa tramite  pratiche che devono essere accostate a metriche di valutazione chiare e comuni, che permettano una misurazione delle performance; dall’altro di integrare tale strategia, anche al fine di dare maggiore visibilità all’intera iniziativa, con la creazione di un portale che si occupi di raccogliere le migliori pratiche di RSI nel settore agroalimentare, ed impegnarsi alla diffusione delle stesse attraverso incontri e workshop.

Per maggiori informazioni:
Mail to: [email protected]
Fiammetta Del Mancino: 388 3757439

La transizione energetica del Regno Unito: un piano rivoluzionario

Il piano della Green Industrial Revolution

Il Regno Unito di Boris Johnson, nonostante le numerose difficoltà e le trattative sull’accesso al mercato energetico europeo ancora in corso, accetta la sfida sulle energie rinnovabili e alza la posta stanziando 16 miliardi di sterline. Il 18 novembre, “BoJo” ha annunciato i 10 punti della Green Industrial Revolution, un piano senza precedenti e che mira a raggiungere zero emissioni nette entro il 2050. Johnson aveva già annunciato di voler trasformare il Paese “nell’Arabia Saudita dell’energia eolica”e per raggiungere questo scopo sta pianificando delle riforme massive dal punto di vista energetico e delle infrastrutture. 

Un primo step sarà quello di installare 40 GW di eolico offshore entro il 2030, e, come indicato nel National Infrastructure Plan, per compensare l’eventuale intermittenza delle fonti rinnovabili, il Regno Unito punta sulle centrali a idrogeno, a gas naturale, e nucleari. 

Infatti, il secondo punto verte sull’idrogeno, con l’obiettivo di generare, entro il 2030, 5GW di produzione di carbone idrogeno a basse emissioni per l’industria, i trasporti pubblici e le case. Al terzo punto troviamo il nucleare, che però rimane una tecnologia incerta per via dell’obsolescenza dei reattori che andrebbero sostituiti con modelli più avanzati in grado di garantire un energia nucleare “pulita”. I punti 4,5,6 e 7 vedono la riduzione di emissioni da parte dei trasporti e delle infrastrutture, con dei finanziamenti a sostegno della produzione di veicoli elettrici, investimenti nei trasporti pubblici a zero emissioni, la decarbonizzazione delle industrie dei settori marittimo e dell’aviazione, e la transizione volta a rendere “più verdi” e migliorare le prestazioni energetiche di edifici pubblici e privati. Il punto 8 rivela l’ambizione di far diventare il Regno Unito un leader nel settore dello stoccaggio delle emissioni di gas climalteranti, il punto 9 vede la valorizzazione degli spazi verdi e dell’ambiente naturale, mentre il 10 punta a far diventare Londra il centro globale della finanza verde. Secondo alcune stime preliminari in seguito questo piano dovrebbe generare 250.000 posti di lavoro; anche se non è ancora chiaro quanti ne verranno persi per via dell’automatizzazione e della rivoluzione interna a molte industrie e settori che probabilmente richiederà una revisione del personale in termini di quantità e competenze.

Nonostante i dettagli sulla transizione energetica e le modalità di finanziamento siano contenuti in un White Paper energetico la cui pubblicazione è stata ritardata a lungo, il governo ha sottolineato che provvederà ad assicurarsi che i finanziamenti privati continuino a sostenere lo sviluppo e l’implementazione delle nuove tecnologie. Il piano di Johnson sembra essere quello di presentarsi alla Cop26, il vertice Onu sul clima che si terrà a Glasgow nel 2021, con un piano solido e una leadership acquisita nel settore.

Una vittoria per il governo di Sua Maestà, ma a guida italiana

Come sottolinea Il Sole 24ore, nella transizione energetica inglese vi è una notevole impronta italiana. Infatti, già nel 2016 la nave-piattaforma della Saipem, “gioiello ingegneristico italiano”, aveva iniziato a smantellare le piattaforme di British Petroleum, ConocoPhillips e Shell, investendo poi circa 700 milioni di euro solo in Gran Bretagna per la costruzione di cinque parchi eolici off-shore. Sempre nel settore dei parchi eolici, ma su terraferma, un ruolo chiave è svolto da Falck Renewables, storica azienda milanese che soltanto nel Regno Unito genera la metà della sua capacità totale. Anche nella produzione di energia tramite l’idrogeno troviamo, in prima fila, la Snam, che diventa azionista di ITM Power Plc, uno tra i maggiori produttori globali di elettrolizzatori, indispensabili per ricavare l’idrogeno. Tra le eccellenze italiane impegnate nella transizione energetica però, al primo posto, si annovera Eni, promotrice del progetto ENP per la costruzione di un centro di stoccaggio di CO2 al largo della costa dell’Humberside

Un piano energetico dai forti risvolti politici

Dopo un momento di crisi politica, causato da fattori che vanno dai numerosi stalli delle trattative Brexit al crisis-management dell’emergenza Covid-19, l’annuncio di un piano massivo di transizione energetica, volto a far diventare il Regno Unito un leader mondiale nel settore, fornisce un nuovo slancio politico al Premier britannico. Quello della transizione verso le energie rinnovabili sembra infatti essere il nuovo campo di competizione a livello internazionale, sostenuto ormai non soltanto da un gruppetto di ambientalisti incalliti, ma anche dai mercati finanziari, dalle imprese e dai governi. Quella di Johnson però, non è solo una sfida al cambiamento climatico, ma anche all’Europa, che soprattutto grazie alla nuova Commissione guidata da Ursula Von Der Leyen sta incentivando la transizione energetica tramite diverse iniziative. In un momento in cui anche la Cina e gli Stati Uniti del Presidente eletto Joe Biden hanno annunciato dei piani ambiziosi per ottenere la transizione energetica, questa competizione, che ha tutta l’aria di essere una corsa contro il tempo, potrebbe portare a grandi risultati in tempi che prima sarebbero risultati inimmaginabili.

Fonti:
https://www.gov.uk/government/news/pm-outlines-his-ten-point-plan-for-a-green-industrial-revolution-for-250000-jobs
https://www.affaritaliani.it/green/energia-l-italia-in-prima-linea-per-la-conversione-verde-della-gran-bretagna-707125.html
https://energiaoltre.it/regno-unito-energia-20-miliardi-anno/
https://www.ilsole24ore.com/art/la-gran-bretagna-diventa-verdema-dietro-c-e-tecnologia-dell-italia-ADtO3O3
https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-11-25/u-k-signals-investment-in-back-up-generation-to-keep-lights-on
https://energiaoltre.it/regno-unito-energia-20-miliardi-anno/