La banca centrale europea: un’istituzione fondamentale. Ma sappiamo che cos’è?

Oggi, giovedì 7 marzo, la Banca Centrale Europea prenderà alcune decisioni in materia di politica monetaria andando a determinare il valore dei tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principale, che rappresentano gli strumenti più importanti che essa ha a disposizione. Attraverso queste scelte la BCE cerca di conseguire gli obiettivi stabiliti nello statuto di fondazione.

Dopo 20 anni dalla sua nascita, sappiamo cos’è e quali sono le funzioni svolte dalla BCE?

La BCE, la cui sede si trova a Francoforte, è la Banca Centrale dell’Eurozona, ovvero lo spazio non solo geografico ma anche economico composto dai 19 paesi che adottano l’Euro come moneta unica di scambio tra di loro. Istituita il 1°giugno 1998 essa divenne pienamente operativa a partire dal 1° gennaio 1999, quando le funzioni di politica monetaria, prima appartenenti alle banche centrali nazionali, furono trasferite alla BCE.

La politica economica e monetaria dell’Unione Europea viene decisa ed attuata dalla BCE attraverso lo svolgimento di numerose funzioni, ma fra le principali e più conosciute ci sono le seguenti:

  • controllo sull’emissione, sulla circolazione e sulla contraffazione delle banconote;
  • erogazione di prestiti alle banche commerciali (che svolgono attività di raccolta di depositi ed erogazione dei prestiti) dei paesi dell’eurozona;
  • determinazione dei tassi di interesse al fine di manovrare il livello dei prezzi;
  • vigilanza sulle istituzioni, bancarie e finanziarie, sui mercati ed i sistemi di pagamento;

L’indipendenza sulle attività e la responsabilità per le sue operazioni

La Banca Centrale Europea, come viene affermato nello statuto, è indipendente da qualsiasi ingerenza politica o commerciale. Se ciò non fosse si verrebbe a creare una situazione in cui il prevalere degli interessi privati metterebbe a rischio il raggiungimento degli obiettivi necessari a mantenere l’economia di un paese in equilibrio nel lungo periodo. Si rischierebbe, nella migliore delle ipotesi, che essa venga usata come strumento per ottenere consensi, manovrando gli strumenti di politica economica e monetaria a proprio vantaggio.

La BCE è responsabile della propria attività e rende conto del suo operato ai cittadini e alle istituzioni europee. Questa responsabilità è sancita dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che, all’articolo 284, prevede la possibilità che i presidenti del Consiglio dell’Unione e della Commissione partecipino alle riunioni del consiglio direttivo della BCE. Inoltre viene affermato l’obbligo di inviare una relazione annuale sulle attività del SEBC ( Sistema europeo delle banche centrali di cui la BCE rappresenta il vertice) e sulla politica monetaria dell’anno precedente e dell’anno in corso al Parlamento Europeo, che rappresenta i cittadini dell’UE, al Consiglio dell’Unione e alla Commissione, nonché al Consiglio europeo. In aggiunta sono previste audizioni, scambi di opinioni ed interrogazioni scritte tra il Parlamento e la BCE.

Gli organi decisionali della BCE

All’interno dell’istituzione bancaria dell’Unione Europea, le strategie e le modalità di attuazione di queste, al fine del raggiungimento degli obiettivi definiti nello statuto, sono adottate dai 3 organi decisionali della BCE:

  • Comitato esecutivo: composto dal presidente, dal vicepresidente e da altri 4 membri, eletti dal Consiglio europeo; ad essi compete la messa in atto della politica monetaria definita dal consiglio direttivo e la preparazione delle riunioni con quest’ultimo;
  • Consiglio direttivo: ne fanno parte i componenti del comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali dei paesi dell’eurozona; si occupa di definire le strategie della politica monetaria e fissa i tassi di interesse sui prestiti concessi dalla BCE, ciò che avverrà nella riunione di oggi ;
  • Consiglio generale: viene presieduto dal presidente, dal vicepresidente e dai governatori delle banche centrali di tutti i paesi che compongono l’Unione Europea; svolge funzioni consultive, di coordinamento, di redazione del Rapporto annuale della BCE, ed ai preparativi per l’allargamento futuro dell’area euro.

La riunione di oggi e le sue conseguenze

Indiscutibilmente l’incontro più importante nella BCE, avviene due volte al mese, ma le decisioni di politica monetaria vengono assunte, previa valutazione, e rese note, solo una volta ogni 6 settimane. Ad oggi i tassi di interesse di  rifinanziamento principale, quelli in base ai quali la BCE presta i soldi alle banche dell’Eurozona, sono fermi allo 0,00% e rimarranno fissi su questa cifra fino all’estate di quest’anno, come annunciato dal presidente della BCE Mario Draghi. In funzione del tasso applicato, le banche italiane, francesi, austriache ecc., decideranno il tasso di interesse sui prestiti che concederanno a cittadini e imprese, quindi più è basso quello adottato dalla BCE, maggiore sarà la possibilità di ottenere un prestito da una banca dell’Eurozona e minori saranno gli interessi dovuti.

Le divergenze tra BCE e Federal Reserve

Data la pubblicazione avvenuta ieri del Beige Book che riporta le informazioni circa l’andamento dell’economia americana, da parte della FED, la banca centrale degli Stati Uniti d’America, andiamo a vedere le differenze tra le due banche centrali circa gli obiettivi perseguiti e come queste hanno risposto allo scoppio della crisi finanziaria, modificando i tassi di interesse. La Banca Centrale Europea ha iscritto nello statuto vari obiettivi, ma il più importante è la stabilità dei prezzi, intesa dalla BCE come il mantenimento dell’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo, che permetterebbe di conseguire gli obiettivi gerarchicamente inferiori: una crescita economica equilibrata, la piena occupazione ed il progresso sociale. Per ciò che riguarda la FED essa, a differenza della Banca Centrale Europea, ha posto come obiettivo primario la piena occupazione, intesa come il livello più basso di disoccupazione possibile.

Allo scoppio della crisi economica e finanziaria la BCE rispose alzando i tassi di interesse per poi, pochi mesi dopo, dare il via ad una serie di ribassi, riducendo in questo modo il costo del denaro per facilitare la ripresa dell’economia. La FED, al contrario, iniziò immediatamente il processo di riduzione. Questa differenza nelle tempistiche di intervento da parte delle due banche centrali, congiuntamente a numerosi altri fattori economici, è la causa dei diversi livelli dei tassi oggi applicati.

Da una parte il vecchio continente dove lo 0,00% della BCE, che verrà oggi confermato, rappresenta la prosecuzione di una politica monetaria accomodante mentre sull’altro versante dell’Atlantico, l’economia statunitense ormai guarita, vanta un 2,50% ed un tasso di disoccupazione ai minimi storici.

Il panorama politico italiano e la sua trasformazione

Le elezioni politiche dello scorso 4 marzo hanno costituito un evento di portata storica per il sistema politico italiano e nei mesi successivi al voto il quadro ha continuato ad evolvere.

Già nel 2013 abbiamo potuto assistere a quello che gli studiosi definiscono un “terremoto elettorale” che ha portato con sé l’ingresso sulla scena politica italiana di nuovi protagonisti e il parallelo indebolimento dei partiti che possiamo definire “tradizionali”. Il 4 marzo 2018 segna il proseguimento di questo corso caratterizzato da continue turbolenze e, al tempo stesso, indica un radicale cambio di marcia tale da far considerare queste elezioni come “straordinarie”, il segno di una frattura tra il mondo politico di ieri e quello di domani.

Queste elezioni hanno messo in evidenza la vittoria netta di quelle forze politiche che meglio delle altre hanno saputo intercettare le richieste di cambiamento provenienti dalla società: M5S e Lega, seppur con modalità differenti e talvolta anche contrastanti, hanno saputo fornire le adeguate risposte. Da una parte protezione culturale, cavallo di battaglia di Matteo Salvini, verso coloro che sentono minacciata la “italianità” dai flussi migratori recenti, dall’ altra protezione economica, sotto forma di reddito di cittadinanza, punto cardine del programma pentastellato, verso coloro che hanno bisogno di tutele in questo momento storico in cui gli effetti della crisi economica sono più evidenti. Sicuramente il punto d’incontro tra questi due vincitori è il tema della protezione politica, ovvero l’obiettivo di una più solida sovranità nazionale non in balia di enti o istituzioni sovranazionali.

La geografia elettorale che esce dal voto del 4 marzo ci presenta un paese diviso e lacerato al suo interno, dove le fratture non passano solo per la fatidica linea verticale tra Nord e Sud, ma tagliano trasversalmente tutti i territori e tutti i settori della società italiana.

Guardando i risultati, i pentastellati hanno toccato il 32%, per poi iniziare a scendere costantemente un punto percentuale mensile in seguito all’accordo di governo con la Lega, poco gradito all’elettorato più a sinistra. Questo calo del M5S potrebbe essere un’occasione per il Pd per recuperare terreno se solo avesse un’offerta credibile e i suoi rappresentanti non fossero impegnati in perenni liti interne. Una sinistra che ha perso il bandolo della matassa da tempo, che ha sostituito il lavoro sul territorio con partecipazioni televisive e la “militanza” sul web.

Un Pd che non riesce a superare i postumi della débâcle del 4 marzo e gli scissionisti di LeU che non riescono ad avvantaggiarsene, dando la netta impressione di non possedere gli strumenti e le energie per una severa autoanalisi. Sembra che il cambio della stagione politica li abbia messi irrimediabilmente fuori corso, incapaci di adattarsi alle nuove esigenze ed istanze dei cittadini; il risultato registrato alle ultime elezioni politiche, ben sotto il 20%, è la metafora dell’avvenuto abbandono del territorio e della fine del legame “sentimentale” con i propri elettori.

Il partito che ha registrato la crescita maggiore, nel periodo di riferimento, è la Lega: dal 4% al 17% con un ulteriore successivo balzo dal 17% al 30%. Un risultato straordinario che non ha eguali nei paesi dell’Europa Occidentale. Siamo in presenza di un “asso pigliatutto” all’interno del panorama della destra e si chiama Matteo Salvini. È lui l’unico protagonista dello stupefacente raddoppio. È l’interprete perfetto, per argomenti e modalità mediatiche, di pulsioni e esigenze che si sono fatte strada tra gli elettori. Può piacere o al contrario inquietare, ma in sede di analisi questo è un dato di fatto.

Ad oggi siamo ben lontani dalla situazione profilatasi lo scorso 4 marzo, in quanto in questo arco di tempo abbiamo potuto assistere a numerosi cambiamenti e colpi di scena che di fatto hanno portato ad una ulteriore diversificazione e articolazione del panorama politico italiano. Le ultime tornate regionali, in Abruzzo e in Sardegna, hanno confermato la crescita della Lega e la flessione dei 5 Stelle. Questi risultati regionali riflettono quello che ormai è il trend politico degli ultimi mesi, ovvero una Lega che non si ferma, ma anzi continua il suo rafforzamento, ormai vicina al 36%, e viceversa un M5S in forte calo, arrivato a toccare il 21%.

Sicuramente è quest’ultimo dato che risalta maggiormente agli occhi, l’arretramento sensibile dei pentastellati causato da una posizione acquiescente verso la Lega su una serie di temi quali le grandi opere, l’immigrazione, il decreto sicurezza e l’autonomia regionale. Ciò porta inesorabilmente ad un allontanamento della propria base elettorale, quella che aveva costituito quel bacino di credibilità che ne aveva permesso l’esplosione, in termini elettorali, soltanto un anno fa.

La Lega ha aumentato la sua capacità di acquisire elettori dalle forze del centrodestra e anche dal M5S: sono in gran parte elettori provenienti dagli strati più popolari, ma anche dai ceti superiori e acculturati; è un vero e proprio esodo di voti dal M5S, perfino di alcuni fedelissimi, che, se aggiunto al numero dei pentiti e dei delusi, può chiarire meglio l’entità della crisi interna al movimento.

Minimi segnali di ripresa per il Partito Democratico che si attesta sulle percentuali di fine 2018 e che non perde più elettori in favore del M5S. Il partito tiene e le manifestazioni e la mobilitazione civile nelle sue varie componenti hanno messo in evidenza un centrosinistra in campo nel suo insieme, in apparenza rinvigorito e determinato ad uscire da questa fase di stallo.

La situazione politica attuale è molto complicata, è stata ed è ancora caratterizzata da continui flussi e migrazioni di consensi da una formazione all’altra. Complessivamente sembra superato il periodo della rabbia e della protesta antisistema e la vera sfida che attende le due formazioni al governo è riuscire a conciliare le istanze di critica verso le istituzioni con il carattere propositivo di progetti concreti futuri.

All’opposizione spetta il compito di rafforzare il proprio ruolo per rendere più compiuta la nostra democrazia.

Verso le elezioni europee 2019: conosciamo davvero il Parlamento Europeo?

Tra il 23 e il 26 maggio di quest’anno, si terranno le elezioni del prossimo Parlamento Europeo, organo rappresentativo dei cittadini dei 27 stati membri dell’Unione. Saranno le prime dopo la Brexit, quindi senza il Regno Unito. Visti i dati delle ultime edizioni l’Europa chiede partecipazione.

Negli ultimi mesi è stata lanciata dal Parlamento Europeo, in vista delle prossime elezioni, una campagna di sensibilizzazione rivolta principalmente ai giovani, chiedendo loro di trasformarsi in attivisti del voto. L’obiettivo di #StavoltaVoto è di raggiungere più cittadini possibili attraverso il passaparola: chi si registra sulla piattaforma, “ci mette la faccia” e può decidere se registrare solamente la propria partecipazione al voto o impegnarsi a coinvolgere altre persone attraverso una reazione a catena, nella speranza che alle prossime elezioni vi sia una percentuale più alta, invertendo la tendenza discendente degli ultimi anni che ha portato a registrare la più bassa affluenza di sempre nel 2014 (era stato circa il 42,6% dei cittadini europei ad esprimersi, ma già nel 2009 fu del 42,97%). I dati riportati dallo stesso Parlamento Europeo dimostrano come siano davvero pochi i Paesi dove la partecipazione alle scorse elezioni abbia superato il 50% dei cittadini, e che le percentuali siano più alte in quegli Stati in cui sono fisicamente presenti gli organi comunitari (Belgio, Lussemburgo).

Fare un po’ di chiarezza sul ruolo dell’organo rappresentativo europeo, potrebbe aiutare a decidere sulla partecipazione alle prossime elezioni.

Il Parlamento Europeo è l’organo attraverso cui si esprime il principio democratico nell’Unione  ed è per questo che i trattati gli attribuiscono un ampio ventaglio di competenze: è responsabile, insieme al Consiglio dell’Unione, dell’adozione della legislazione, secondo il procedimento di codecisione (che può essere derogato in alcuni casi), e insieme devono accordarsi sulla definizione del bilancio annuale dell’UE; esercita anche un potere di controllo sull’attività delle altre istituzioni, in particolare sull’organo esecutivo, la Commissione, e collabora con i parlamenti nazionali in materia di affari europei.

http://www.europarl.europa.eu/elections2014-results/it/turnout.html

Al suo interno i membri si dividono in gruppi politici, così come avviene nei parlamenti nazionali, che riflettono i risultati dei partiti europei alle elezioni. Questi sono fondati, organizzati e composti dai partiti nazionali degli stati membri, attraverso cui fanno campagna elettorale. Non esistono quindi delle sezioni, dei circoli, dei partiti europei sul territorio dei paesi membri.

Attualmente la maggioranza è composta da una coalizione che comprende PPE (Partito Popolare Europeo), S&D (Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici) e ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa): sino a pochi anni fa, questi partiti esaurivano quasi del tutto lo spazio politico europeo, con percentuali medie intorno all’85-90%. Oggi, assommati, superano circa il 60% dell’elettorato. Questo è dovuto al dilagare nei Paesi membri di forze di destra e euroscettiche, che si sono concentrate in ENL (Europa delle Nazioni e della Libertà), e EFDD (Europa della Libertà e Democrazia Diretta), o dalla divisione delle forze di sinistra in piccole nuove formazioni come LEFT; inoltre vi sono i Verdi e ECR (Conservatori e Riformisti) che rappresentano più del 15%.

La composizione interna è quindi determinata dai risultati elettorali: la legge elettorale che regola le elezioni Ue è del 1979 e prevede un sistema proporzionale puro al quale nel 2009 è stata aggiunta una soglia di sbarramento del 4%. È possibile (non obbligatorio) esprimere da uno a tre voti di preferenza per candidati compresi nella lista votata. Ma nel caso di tre preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della terza preferenza.

Si voterà per eleggere i deputati che andranno a comporre il Parlamento europeo per i prossimi cinque anni e rappresenteranno gli interessi dei cittadini dell’Unione europea. Nell’anno passato il Parlamento ha votato a favore di una riduzione del numero dei suoi componenti dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE (il periodo di trattative tra UE e UK terminerà, salvo proroghe, a marzo 2019), che passerebbe da 751 a 705. Il numero dei deputati di uno stato membro è calcolato in base alla sua popolazione: si va da un minimo di 6 a un massimo di 96 deputati per ciascuno stato.

Con queste elezioni si influenzerà anche l’elezione del Presidente della Commissione europea: nel 2014 è stata introdotta la procedura del “candidato principale” che prevede che i partiti politici europei presentino dei propri candidati alla presidenza della Commissione prima delle elezioni.

I risultati elettorali determineranno le decisioni politiche che riguardano la vita di 505 milioni di cittadini, e incideranno sul futuro dell’Unione europea anche per le generazioni future.

L’ordinamento europeo non prevede un obbligo di partecipazione alle elezioni, ma è evidente come nel tempo il Parlamento stia assumendo un ruolo sempre più determinante e centrale nella vita politico-istituzionale dell’Unione.

“Mentre molti di noi danno per scontata la democrazia, questa sembra essere sottoposta a crescenti minacce, sia nei principi che nella pratica.”(slogan di StavoltaVoto)

L’Europa si augura di aver fatto una buona campagna di sensibilizzazione; verso la fine di maggio prossimo se ne vedranno i risultati, avremo una nuova immagine dell’Unione e sapremo cosa sarà cambiato.

Lo zio Oscar

Vi presentiamo gli Academy Awards of Merit, conosciuti popolarmente come Premi Oscar

Se volete sapere perché gli Academy Award of Merit vengono conosciuti popolarmente come Premi Oscar dovete chiedere a Margaret Herrick. La storia narra che questa semplice impiegata della Academy, vedendo per la prima volta la ormai famosissima statuetta, abbia esclamato: “Sembra proprio mio zio Oscar!”. Conferiti dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, nascono nel 1929 come primo premio cinematografico del mondo.

Pensate, appena 3 anni prima della Mostra del Cinema di Venezia.

Ma partiamo dalla base: cos’è questa Academy? Nata nel 1927 come strumento di supporto e risoluzione delle controversie nel mondo di Hollywood, ben presto sfocerà in qualcosa di più grande ed iconico. Essa infatti istituirà il premio due anni dopo, strutturandosi in commissioni affini per tematiche e competenze (montatori, attori, registi, tecnici suono etc etc), le quali avranno la responsabilità prima di selezionare e poi eventualmente di premiare i film, ovvero per ogni commissione ci sarà un premio relativo a chi più si sia distinto in quel campo. Si può entrare a far parte dell’Academy se già vincitori di un Oscar, oppure se invitati da almeno due membri di una commissione. I componenti votanti sono attualmente 6.000 (numero ufficioso perché da pochi anni si è smesso di pubblicare il dato esatto dei membri). Può essere candidata soltanto una pellicola distribuita nei 12 mesi precedenti nella contea di Los Angeles e in programmazione stabile per almeno 7 giorni consecutivi. Per rendere questo evento davvero globale ogni paese estero può candidare un film nell’apposita categoria, con l’unica discriminante che non si può presentare più di un film per nazione.

Immaginate se La Vita è Bella e Mediterraneo fossero usciti lo stesso anno!

Le votazioni dei potenziali candidati avvengono con sistema maggioritario con voto trasferibile dalla commissione competente al premio in cui si è candidati. Solo per il premio di miglior film e di miglior film straniero vengono create apposite commissioni extradisciplinari. Col passare degli anni per ampliare lo spettacolo e rendere omaggio a “mostri sacri” del Cinema internazionale sono stati istituiti vari premi “particolari” fra cui spicca per prestigio il celeberrimo “Oscar alla Carriera”, (quello di cui è stato  insignito Ennio Morricone ultimamente per intenderci).

Recentemente la scarsa presenza di rappresentanti di minoranze e di  donne all’interno dell’Academy ha suscitato più di una polemica negli States

ma la stessa organizzazione, come si riflette dalla scelta dei vincitori, è sempre più sensibile verso le tematiche sociali più attuali della società americana. Quest’anno, a proposito di sensibilità, è stata un’edizione particolare, in quanto priva di presentatore. Alla fine del 2018 era stato scelto l’attore Kevin Hart, scatenando subito polemiche riguardo alcune sue posizioni omofobe, fatte circa dieci anni prima su twitter. A seguito di queste vicende, l’attore ha declinato il pregiato incarico. Nella storia degli Academy Award of Merit ci  fu soltanto un altro precedente di un’edizione senza presentatore, accadde precisamente trent’anni fa, nel 1989.

Gli Oscar per anni hanno “ossessionato” Leonardo Di Caprio, che però nel 2016  ha trovato la gloria con il film Revenant, dopo aver sfiorato nel 1997 la vittoria con il colossal “Titanic”.

L’edizione di quest’anno ha visto trionfare come miglior film “ Green Book” diretto da Peter Farrelly: il film ambientato nel 1962 ha come attori principali Viggo Mortensen nei panni di Tony Lip, e Mahershala Alì, nei panni di Don Shirley.

Nella notte delle celebrità però, una nota di merito va a Alfonso Cuarón, che ha spiccato su tutti con il film “Roma”, ricevendo i premi di Miglior regista e Miglior fotografia e miglior film straniero. Esibizione da applausi per Bradley Cooper e Lady Gaga, che con la canzone Shallow, cantata in duetto, hanno scatenato il pubblico del Dolby Theatre ed anche quello dei social, ricevendo milioni di visualizzazioni.

Blockchain: l’innovazione digitale a blocchi

La blockchain (“catena di blocchi”) può essere definita come un registro pubblico nel quale vengono archiviati in modo sicuro, verificabile e permanente, transazioni che avvengono tra utenti appartenenti ad una stessa rete. Tutti i dettagli riguardanti le transazioni sono salvati all’interno di blocchi crittografici(il cui contenuto può essere visualizzato solo dai destinatari), collegati in maniera gerarchica tra loro. Si viene così a creare un’infinita catena di blocchi di dati che consente di verificare tutte le transazioni. La certificazione delle suddette transazioni è la funzione primaria della blockchain.

Il primo utilizzo della blockchain come registro di dati crittografati, aggiunti in ordine cronologico, risale al 1991 per mano dei crittografi Stuart Haber e Scott Stronetta (inventori di questa tecnologia). I due hanno concepito la blockchain come un modo per ottenere il timestamp (la marcatura temporale), cioè l’associazione di data e ora certe e legalmente valide, di documenti digitali per verificarne l’autenticità. La storia della blockchain inizia quindi negli anni ’90 ma è solo nel 2009 che si inizia a sentir parlare con notevole frequenza di questa tecnologia. Nel 2009 infatti Satoshi Nakamoto, l’ideatore dei Bitcoin, decide di basare il funzionamento di quest’ultimi sulla blockchain. Le caratteristiche tecniche della “catena di blocchi” attribuiscono ai Bitcoin i tanti aspetti positivi che li rendono la criptovaluta per eccellenza. Nel caso della valuta digitale la blockchain viene utilizzata per certificare la transazione tra due utenti, ma è solo uno dei possibili utilizzi di questa tecnologia. Può, infatti, essere utilizzata per certificare lo scambio di azioni e titoli, per convalidare un contratto o per rendere inalterabili e sicuri i voti espressi in una votazione online.

Ma come funziona la Blockchain?  

Quando viene eseguita una transazione si crea un blocco che ne contiene tutti i dettagli. Tale blocco viene inserito nella rete per essere verificato ed approvato dai membri che costituiscono la Blockchain e successivamente si aggiunge alla catena. La transazione deve essere approvata dalla maggioranza dei nodi (membri) della rete. Ogni operazione viene confermata da tutti i partecipanti attraverso software di crittografia che conferiscono l’identità digitale dei singoli nodi grazie alla chiave privata che ogni membro utilizza per firmare le transazioni. In questo modo si crea un archivio decentralizzato e accessibile a tutti i partecipanti. Una volta che la transazione viene salvata all’interno di un blocco non può più essere manomessa o modificata. Questo perché ogni blocco è composto da un puntatore (una variabile che contiene l’indirizzo di memoria, ossia la posizione, di un elemento) che lo collega al blocco precedente, da una marca temporale e dai dati della transazione. Questi elementi garantiscono l’univocità e l’immutabilità di ogni elemento della blockchain. Un’eventuale cambiamento di questi modificherebbe anche i blocchi successivi. Per far si che ciò avvenga è necessario che il 50%+1 della rete approvi il cambio, operazione difficilmente realizzabile in quanto la blockchain conta milioni di utenti.

La digitalizzazione è la base della nuova rivoluzione industriale che stiamo vivendo al giorno d’oggi, ed in questo scenario la blockchain può ricoprire un ruolo fondamentale nell’innovazione consentendo lo scambio di informazioni, di prodotti e di valuta in maniera sicura.

Chi sono e cosa chiedono i gilet gialli

Operai. Disoccupati. Pensionati. Casseurs. Frange politiche estreme. La Francia periferica povera e dimenticata, radiografia di un movimento.

Sono stati definiti gilets jaunes, ovvero “gilet gialli”, i manifestanti che a partire da sabato 17 e domenica 18 novembre scorso hanno iniziato la protesta, in migliaia, contro i rincari della benzina voluti dal governo del presidente Emmanuel Macron, bloccando la circolazione su strade e autostrade. La definizione “gilet gialli” è dovuta al fatto che i manifestanti, durante la protesta, hanno indossato i giubbotti retro-riflettenti che, per la legge francese, così come per quella italiana, vanno indossati da chi scende dal proprio veicolo lungo le strade.

Il movimento dei gilet gialli non presenta un’organizzazione formale né un leader riconosciuto ufficialmente, i comunicati fin qui pubblicati parlano genericamente di una protesta “del popolo francese”. È un movimento che non fa riferimento ad alcun partito politico ed è indipendente dai sindacati; si definiscono persone normali “come me e te (…) un pensionato, un artigiano, uno studente, un disoccupato, un uomo d’affari (…) soprattutto una persona che è preoccupata di non arrivare alla fine del mese”. Si tratta delle fasce colpite più duramente dalla crisi economica, le cui difficoltà hanno aumentato le differenze tra coloro che vivono nei grandi centri urbani e chi invece abita nelle aree periferiche o rurali come la Borgogna, le Ardenne, la Nuova Aquitania.

A spingere in strada i gilets jaunes in una prima fase è stato ufficialmente il rincaro delle accise sui carburanti, arrivate a 0,76€ per il gasolio e 0,39€ per la benzina e la prima ondata di manifestazioni ha riguardato soprattutto i piccoli centri e non a caso alcuni dei membri di spicco dei gilet gialli arrivano da Guerét, nella Nuova Aquitania, in passato simbolo del provincialismo rurale.

L’elenco delle rivendicazioni è piuttosto lungo e variegato: si va dall’eliminazione del crescente fenomeno dei senzatetto alla lotta alla povertà, da una maggiore progressività delle imposte sul reddito al salario minimo di 1.300€ netti, fino alla promozione delle piccole imprese nei villaggi e nei centri urbani e al “no” alla creazione di nuove grandi aree commerciali. Sono inoltre richieste maggiori tasse per i grandi colossi come McDonalds, Amazon e Google e un nuovo sistema pensionistico. Insomma, ad incrociarsi sono idee di antiglobalizzazione e protezionismo e richieste per maggiori servizi sociali e sostegno al reddito.

Le immagini trasmesse delle proteste si sono concentrate quasi esclusivamente sui cortei e sugli atti di vandalismo a Parigi e poca attenzione, invece, è stata riservata alla più vasta protesta lungo le strade periferiche, dove sono andati in scena i cosiddetti “filtri”, posti di blocco che hanno rallentato il traffico per permettere ai gilet gialli di chiedere agli automobilisti di firmare petizioni; è soprattutto in queste zone che potrebbe crescere ulteriormente il malcontento.

Dopo settimane di manifestazioni, di proteste e disordini in tutta la Francia uno spiraglio, seppur minimo, sembra aprirsi a seguito del discorso del presidente Macron che, pur restando fermo sulle misure da adottare un caso di violenze, ha voluto rispondere alla protesta cercando di accogliere le richieste dei gilet gialli, mostrando di aver capito il momento storico. Le misure previste saranno la completa defiscalizzazione degli straordinari, l’aumento dello stipendio minimo di 100€ al mese senza ricarico per i datori di lavoro e la defiscalizzazione completa delle pensioni sotto i 2000€ mensili.

Accanto alle richieste di natura economica si è aggiunta una domanda di protezione sociale e culturale, una domanda trasversale a tutte le classi sociali: è a questo che i partiti devono rispondere per la sopravvivenza della democrazia.

Per la prima volta lo scorso dicembre Macron ha mostrato la necessità di ascoltare e capire e riconoscere i propri errori, una prova di maturità offerta ai gilet gialli ma soprattutto ai tanti francesi che lo hanno portato all’Eliseo, non un secolo ma solo 20 mesi fa.

Il tentativo del presidente Macron è stato quello di indirizzare le domande venute dal movimento nel Grand débat national, un tour di consultazioni di circa due mesi tra governo e rappresentanze locali che possa in qualche modo riattivare la democrazia dal basso; questo insieme alla possibilità di indire un referendum di iniziativa popolare proposto nella piattaforma di rivendicazione dei gilet gialli.

Tutto questo sarà sufficiente? Difficile fare previsioni, probabilmente il movimento si dividerà: per i pensionati sono previste buone misure, per i lavoratori dipendenti una somma di 80€ alla Renzi ma per i lavoratori autonomi e per i disoccupati, vero problema francese, praticamente nulla.

Ora bisognerà vedere se i gilet gialli si sentiranno abbastanza soddisfatti da abbandonare almeno le forme più violente di lotta, se alcuni leader politici continueranno a cavalcare la protesta, se prevarrà la linea più moderata che costituisce gran parte del movimento.

Per il momento le manifestazioni continuano.

La Green Economy sarà in grado di salvare l’ambiente?

Una risposta certa si avrà solo tra molti anni, per adesso possiamo impegnarci a definire il significato della Green Economy, ad osservare in che modo essa, intesa sia come modello che come strumento, stia cercando di risolvere la questione relativa all’inquinamento ambientale, senza comunque rinunciare al raggiungimento di risultati economici positivi ed osservando a proposito i dati riportati nel rapporto GreenItaly 2018.

A partire dalla rivoluzione industriale, i modelli economici furono incentrati esclusivamente sul mero profitto, a discapito di lavoratori e ambiente. Essi si basavano sulla cosiddetta Brown Economy, caratterizzata dall’idea che vi fosse una disponibilità infinita di risorse naturali e dalla concezione secondo cui l’impatto negativo sulla popolazione e sull’ambiente, causato dalla produzione, non avesse alcun rilievo.

L’attenzione verso temi quali lo sviluppo sostenibile, il rispetto dell’ambiente, l’aumento dell’efficienza energetica, l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento, negli ultimi anni è aumentata considerevolmente, portando all’elaborazione  di un nuovo modello di sviluppo economico che ha assunto una rilevanza crescente: la Green Economy.

Questo modello economico ha come obiettivo risolvere il conflitto esistente tra sviluppo e sostenibilità tentando di conciliare queste due condizioni necessarie per il benessere dell’uomo. L’Economia Verde ha il compito di mettere in campo gli strumenti e le misure per poter ridurre al minimo l’impatto negativo, sull’ambiente e sulle persone, derivante dalla produzione, riuscendo così a modificare drasticamente i passati modelli economici che hanno portato alla situazione che oggi è indispensabile affrontare e risolvere, a causa della totale assenza di una visione a lungo termine.

Gli interventi volti all’applicazione di questo modello devono provenire, prima di tutto, dai governi, attraverso:

  • Una legislazione ad hoc e un efficiente sistema di controlli per il rispetto della stessa;
  • Incentivi a imprese e famiglie, al fine di dare impulso, nel primo caso, alla creazione di attività produttive socialmente responsabili, nel secondo, all’utilizzo di strumenti e materiali per ridurre l’impatto ambientale;
  • Premi alle imprese che si rivelano virtuose in termini di sostenibilità ambientale;
  • Investimenti in fonti di energia rinnovabili;
  • Una tassazione sull’inquinamento generato;

I governi devono essere sottoposti al controllo delle organizzazioni internazionali che vigilano sul rispetto dei vincoli posti dai trattati stipulati in tema di ambiente.

Oltre all’attività svolta dalle istituzioni nazionali ed internazionali risulta indispensabile l’impegno da parte di coloro che nel concreto gestiscono e/o possiedono attività produttive, dagli industriali al piccolo imprenditore, che fino ad oggi, basandosi sull’applicazione dei vecchi modelli, hanno portato alla particolare situazione ambientale che il mondo sta vivendo.

Molte persone, di cui alcune tra le più importanti del mondo , credono che la transizione alla Green Economy porti a conseguenze negative, rappresentate da:

  • Elevata disoccupazione (ad esempio a causa della chiusura delle miniere di carbone);
  • Recessione (per il crollo dell’attività produttiva causata dalla riduzione nell’uso di petrolio e carbone);
  • Crollo dei profitti (a seguito dell’aumento dei costi per la ricerca di fonti alternative di energia);

La realtà fortunatamente, almeno in Italia, è un’altra: secondo il rapporto GreenItaly 2018 le medie imprese che tra il 2014 ed il 2017 hanno investito nella Green Economy ammontano a circa 345.000, facendo, inoltre, registrare risultati migliori rispetto alle imprese meno lungimiranti, infatti nel 2017, il 32% delle imprese socialmente responsabili ha registrato un aumento di fatturato, lo stesso incremento è stato rilevato solo nel 24% delle imprese meno attente all’ambiente. In termini di posti di lavoro, secondo le indagini Unioncamere nel 2018, c’è stata una domanda di Green Jobs pari a circa 470.000 contratti attivati. Inoltre circa il 10% del PIL viene creato grazie all’applicazione di modelli di sviluppo sostenibili.

Risulta palese, quindi, come le potenzialità della Green Economy potrebbero manifestarsi positivamente in termini di fatturato delle imprese, di occupazione e di crescita economica.

Si avrà piena realizzazione di ciò quando la Green Economy non verrà più considerata solamente come la “parte verde” dell’economia, ma come nuovo ed unico modello economico.

Hikikomori, un fenomeno da non sottovalutare

Nelle ultime settimane le maggiori testate giornalistiche e quasi tutti i notiziari televisivi ne hanno parlato. Giovani e adulti, uomini e donne, il fenomeno sociale in forte sviluppo può colpire chiunque: stiamo parlando dell’hikikomori.

Finalmente anche in Italia hanno iniziato ad indagare sul fenomeno in questione, ma andiamo a scoprire meglio di cosa si tratta.

Il termine “Hikikomori”, contrazione di “Shakaiteki hikikomori”, deriva dal verbo “hiku” e “komoru”, significa letteralmente “stare in disparte, isolarsi”.

E’ un termine coniato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki negli anni Ottanta, il quale voleva indicare un fenomeno in forte evoluzione nel Paese del Sol Levante, che stava allarmando l’intera società e soffermarsi con una particolare attenzione sugli adolescenti e post-adolescenti, categoria maggiormente coinvolta nel fenomeno.

Quando parliamo di Hikikomori quindi, facciamo riferimento a quel fenomeno sociale che indica la tendenza di alcuni giovani ad autorecludersi, scegliendo un volontario isolamento dalla vita sociale, dai familiari, dagli amici, dallo sport, dalle relazioni sociali ma anche isolamento dalla luce del sole, in quanto questi individui si rinchiudono nelle proprie camere.

Il Governo giapponese, vista la diffusione e l’importanza del fenomeno, ha individuato alcuni criteri che identificano lo stato di hikikomori:

– “l’hikikomori non è una malattia”, questa è l’importante affermazione da prendere in considerazione, ma piuttosto – prosegue il governo giapponese- “una sindrome culturale o sociale”.

-Per poter parlare di hikikomori nei soggetti presi in esame deve essere presente il rifiuto scolastico e/o lavorativo.

-La fine di tutte le interazione sociali, è il primo sintomo dell’hikikomori

-Al momento della comparsa dell’hikikomori, i soggetti non devono risultare depressi o schizofrenici.

Ma perché questi individui scelgono di isolarsi dal mondo?

Le cause sono molteplici, ma analizzando l’origine e la diffusione del fenomeno, osserviamo che il contesto storico e culturale hanno rappresentato un ruolo fondamentale. Infatti, l’hikikomori nasce proprio nel periodo in cui in Giappone, dopo la delusione della sconfitta del secondo conflitto mondiale, si osserva un grandissimo sviluppo economico. Per dare adito a questo sviluppo, occorrevano giovani molto qualificati sotto ogni punto di vista. Ciò impose durissimi criteri di selezione, prima nelle scuole e poi nel mondo del lavoro. Questi cambiamenti economico-sociali, costringevano la popolazione ad una vita di sacrificio e stress, che non sempre e non da tutti veniva sopportato.

La prima causa che spinge all’isolamento è quindi la pressione sociale, l’ansia di dover raggiungere i propri obiettivi e la paura di fallire.

Se poi oltre alle cosiddette pressioni esterne, si aggiungono le pressioni che provengono dal proprio nucleo familiare, ovvero grandi aspettative oppure grandi richieste, la decisione di isolarsi dal mondo sarà più frequente.

Un’altra causa frequente è il bullismo. I soggetti vittime di bullismo, che quindi presentano problemi nell’integrazione nel gruppo o nella società, tendono ad isolarsi da ogni tipo di rapporto, fino ad autorecludersi.

In Italia l’hikikomori esiste?

La società e cultura italiana è certamente molto diversa da quella giapponese, ma molti studi affermano che il fenomeno dell’hikikomori sia giunto anche in Italia.

Il problema è che in Italia questo fenomeno viene spesso confuso con altre problematiche, tra tutte l’attaccamento ossessivo al computer o ai videogiochi.

In realtà non sono la stessa cosa, in quanto soprattutto ai tempi d’oggi osserviamo una generazione molto attaccata alla tecnologia, ma chi ne abusa, non per forza ha problemi di integrazione, socializzazione o decide di rinchiudersi nelle proprie camere perché rifiuta ciò che lo circonda, ma solo perché attratto dai videogiochi e quindi preferisce passare il proprio tempo svolgendo attività di questo tipo. Mentre il soggetto affetto da hikikomori, molto spesso, ma non sempre, si aggrappa al computer, ai social o ai videogiochi dopo aver tagliato tutti i ponti con il mondo esterno.

Per gli hikikomori, a volte la tecnologia è un modo per ricominciare a vivere

in quanto alcune associazioni, che hanno capito l’importanza del problema, hanno fondato delle chat di gruppo per poter far esprimere questi individui e dare a loro la possibilità di riprendere in mano la loro vita. La speranza è che le informazioni su questo fenomeno vengano diffuse, per non arrivare troppo tardi, quando il problema ormai sarà già frequente.