Un’opportunità di grande rilievo poco sfruttata: il F.O.I.A.

Breve inquadramento giuridico

Grazie al decreto legislativo delegato n. 97/2016 si è introdotto anche nel nostro ordinamento – mutuandolo di fatto dal modello statunitense – un fondamentale strumento a disposizione di chiunque: il c.d. FOIA. Questo acronimo significa letteralmente “Freedom of Information Act”, e ha lo scopo di realizzare il diritto/potere – posto in capo alla generalità dei consociati – di ottenere qualsiasi dato a disposizione della Pubblica Amministrazione (fatti salvi quelli espressamente esclusi) attraverso un semplice accesso civico esercitabile in forma individuale e fruibile uti cives, ovverosia nell’interesse dell’intera collettività1.

Quindi, per dirla in altri termini “tutto alla più completa disponibilità di tutti”. Così facendo, si viene a creare il tanto desiderato effetto “trasparenza totale”, mediante la presentazione di istanze da parte dai cittadini, senza la necessità di motivazioni, ovvero di particolari legittimazioni, con un unico obiettivo: controllare in maniera generalizzata e diffusa l’agire delle Amministrazioni e finanche partecipare alle scelte di pubblico interesse. Pur operando questa scelta lungimirante e audace (la creazione dell’accesso civico propriamente detto, il FOIA, per l’appunto), il sopracitato decreto ha scelto di mantenere in vita le altre due tipologie di accesso già previste dall’ordinamento: quello documentale (nato grazie alla legge 241/1990, uno dei capisaldi normativi della branca amministrativa), che permette di soddisfare un interesse individuale e qualificato alla conoscenza di informazioni in possesso delle Amministrazioni, e quello civico “semplice” (D.lgs. 33/2013), creato per consentire l’esercizio di una verifica generalizzata su attività, disposizione e utilizzazione delle risorse pubbliche.

L’accesso civico generalizzato (o FOIA) è stato fortemente voluto dalla l. 124/2015 (meglio conosciuta come Legge Madia), con il precipuo scopo di realizzare finalmente, in maniera davvero compiuta, il diritto all’informazione amministrativa, che sino a quel momento era sconosciuto e inesistente nel Paese2.

È stato ammesso quindi nell’ordinamento giuridico il diritto ad essere edotti, e a poter ricercare informazioni utili e di notevole importanza, congegnato ab origine come una situazione giuridica soggettiva, che consente al cittadino di vagliare l’agire della P.A., di prendere parte attivamente al dibattito pubblico, e infine, di dotarsi di dati che sono davvero di suo interesse, e che desidera apprendere.

Bisogna sottolineare che i limiti posti all’esercizio del poc’anzi citato diritto siano più stringenti rispetto a quelli previsti per l’obbligo di pubblicazione online (in formato open data) di informazioni di pubblica rilevanza (c.d. “amministrazione trasparente”) posto in capo alle Amministrazioni, ed il necessario bilanciamento tra interessi confliggenti e contrapposti, dovrà per forza di cose essere operato volta per volta (test del danno). Si può ben comprendere come questa normativa (inserita in una più ampia e organica riforma del sistema amministrativo, c.d. Madia) abbia costituito per il nostro sistema giuridico una novità davvero straordinaria, specie per la mentalità tipica che ha da sempre connotato le Amministrazioni, proprio perché si sarebbe voluto creare un milieu in cui chiunque (in particolar modo coloro che dell’informazione ne fanno il loro lavoro, e cioè i giornalisti) potesse contribuire al processo decisionale e allo sviluppo delle istituzioni pubbliche, al fine di rendere tutto sempre più chiaro, rapido e efficiente.

Tuttavia, come spesso accade, ciò che si vuole e si spera differisce, e non di poco da quello che poi si viene a concretizzare effettivamente, anche perché molti non hanno ancora compreso come approvare una o più leggi sic et simpliciter, non significhi realizzare una riforma. A questo scopo infatti, si dovrebbe creare una cabina di regia, ma anche permettere il tempo necessario al sistema burocratico di prepararsi al cambiamento, monitorandone successivamente l’attuazione, la performance e i risultati che questa è in grado di produrre, evidenziandone poi i punti problematici su cui andare ad intervenire.

Il FOIA all’atto pratico: un successo o un fallimento?

È giunto per cui il momento di capire quali conseguenze effettive abbia prodotto il sistema FOIA in Italia a circa 4 anni dal suo avvento (annunciando sin da subito come di fatto questo strumento sia stato utilizzato davvero pochissimo).

E per fare questo, sembra appropriato servirsi dei dati e delle considerazioni contenute in un report denominato “FOIA4journalist”.

Una delle principali criticità ivi segnalate concerne “la mancanza di un corretto bilanciamento tra la protezione dei dati personali e la tutela dell’interesse pubblico, evidenziando come, nella prassi, la PA che riceve istanze FOIA tenda (…) a inoltrarle ai controinteressati senza ripulirle preventivamente dai dati personali del richiedente, con il conseguente rischio di ripercussioni negative sull’attività di inchiesta realizzata dal giornalista/attivista3.

Inoltre, si individua un’altra situazione spinosa di non poco conto, la difficoltà con cui la P.A. comunica e si interfaccia con i cittadini.

Una delle principali cause di ciò è certamente da imputarsi all’arci-noto ritardo digitale che la affligge, e che è ancora ben lontano dall’essere definitivamente superato e risolto. La questione si è ancor più aggravata durante il recente lockdown, in quanto la scarsità e la poca efficacia e funzionalità degli strumenti da remoto a disposizione della P.A., ha reso il rapporto cittadino/amministrazione un vero e proprio ircocervo, provocando un netto e repentino peggioramento delle condizioni di trasparenza del settore pubblico, anche (e soprattutto) in considerazione del fatto che il “c.d. decreto Cura Italia” ha sospeso alcuni procedimenti amministrativi (tranne quelli indifferibili e urgenti), tra cui l’accesso a dati e informazioni di dominio delle Amministrazioni.
Specie in relazione al settore sanitario, si possono notare evidenti spinosità, in particolar modo nei confronti delle Regioni. Ad esse sono state presentate, infatti, molteplici istanze per ottenere i dati dettagliati e disaggregati sul numero di tamponi effettuati, ma purtroppo, nella quasi totalità dei casi non si ha avuto alcun tipo di risposta, e la sospensione temporanea del FOIA altro non ha fatto che peggiorare ancor di più la circostanza. Ha arrecato vulnus non indifferenti al fondamentale principio di trasparenza tanto caro a F. Turati, che con una metafora molto evocativa, auspicava un’Amministrazione a immagine e somiglianza di una “casa di vetro”.

Per quello che invece riguarda l’analisi dei dati statistici contenuti nel report, risulta come nel 2019 le richieste inviate siano state 64, di cui 37 nell’ambito del progetto FOIA4journalist e 27 nell’ambito dell’iniziativa ALAC-Allerta Anticorruzione.

L’oggetto di queste riguardava bandi di concorso, conflitti di interesse, specifici atti amministrativi, e finanche gare d’appalto.

Nella quasi totalità dei casi, le Amministrazioni coinvolte hanno dimostrato di essere pienamente adempienti circa le tempistiche previste dalla legge, la quale fissa il termine per fornire una risposta in 30 giorni. Ma quello che può essere più significativo ha a che fare con la percentuale di accoglimento ovvero di rigetto; infatti, nel 65,6% dei casi l’istanza è stata accolta (42), 5 richieste sono state parzialmente accolte (7,8%), 4 sono hanno ottenuto un diniego (6%), mentre 1 sola è stata trasferita ad un’altra Amministrazione (1,6%).

Alcune osservazioni conclusive 

Queste evidenze statistiche dimostrano in maniera più che lapalissiana come purtroppo in concreto il FOIA non abbia trovato il riscontro che ci si aspettava, e che uno strumento di tale portata e importanza avrebbe del tutto meritato, stante la sua funzione (di controllo diffuso e generalizzato) tutt’altro che di poco conto o secondaria.
Se questo è evidente e assodato, bisogna indagare le ragioni e i motivi più profondi che non hanno permesso un’ampia diffusione del FOIA4: in primo luogo, la scarsa capacità di comunicazione alla collettività della possibilità di avvalersi di questa nuova species di accesso non ha permesso che vi si ricorresse frequentemente (appena qualche migliaio di richieste nei primi 2 anni); ma non solo, può aver certamente contribuito a disorientare il quivis de populo il fatto che siano state mantenute in vita anche le altre due modalità di accesso (documentale e civico) in combinato disposto con l’andamento ondivago della giurisprudenza amministrativa.

Altre motivazioni sono da ricercarsi nella macchinosità e nella lentezza di buona parte delle pratiche burocratiche, appesantite da una mentalità e da una visione culturale dell’Amministrazione ancora troppo legata al passato, quando questa si poneva in maniera autoritaria e verticistica, mettendo di fatto in soggezione il cittadino.
Alla luce di tutto ciò, non appare possibile improntare il dialogo su un rapporto di pari ordinazione (orizzontale) ove la P.A. interagisce direttamente e in maniera “informale” – ma precisa e diretta con il cittadino – permettendo al FOIA di esprimere appieno la sua fresca ventata rivoluzionaria.

Perciò, sono molteplici e di diversa natura e portata, le cause che non hanno permesso all’accesso civico generalizzato di diffondersi capillarmente, ma tutte da ricercarsi in problemi che affliggono storicamente l’Amministrazione, e che ancor oggi, purtroppo, sono sotto gli occhi di chiunque.

Articolo a cura di Federico Muzzati


Bibliografia:
1. Cfr. G.M. LEOTTA, “Accesso civico generalizzato (FOIA, Freedom of Information Act): cos’è e come funziona in Italia”, in agendadigitale.eu, 11 novembre 2020.
2. Cfr. G. GARDINI, “Le regole dell’informazione. L’era della post-verità”, IV edizione, G. Giappichelli Editore, 2017, Torino.
3. A. ALÙ, “Il FOIA resta diritto astratto in Italia: ecco perché”, in agendadigitale.eu, 23 ottobre 2020.
4. Cfr. A. NISI, “Cos’è il FOIA e perché in Italia non ha funzionato”, in Agi.it, 14 marzo 2019.

Microrganismi efficaci: migliorare la produzione ed il raccolto con soluzioni biologiche

Microrganismi efficaci: cosa sono

8,5 miliardi di persone. Questa è la proiezione per la popolazione mondiale contenuta nei World Population Prospects dell’ONU. Sono circa 83 milioni gli individui che si aggiungono alla popolazione mondiale ogni anno e secondo l’ONU, anche se i livelli di fertilità continueranno a diminuire, la popolazione non smetterà di  aumentare.
Tutto ciò sta seriamente compromettendo l’ambiente in cui viviamo e la qualità della nostra vita in maniera inimmaginabile.
Sarà possibile, dunque, nutrire la popolazione in continua crescita? La risposta è sì. Un recente sviluppo nel campo dell’agricoltura sostenibile che riguarda lo sfruttamento dei microrganismi efficaci (in particolare del microbiota vegetale – ossia l’insieme di tutti i microrganismi che vivono in maniera simbiotica con le piante, per la maggior parte batteri e funghi) potrebbe costituire una soluzione a questo problema. Essendo intimamente legato alla salute delle piante, alla crescita ed alla produttività, l’implementazione di questo approccio è considerato potenzialmente praticabile per la prossima green revolution.
Tra tutte, la miscela messa a punto dal Professor Taruo Higa nasce per l’uso in agricoltura come alternativa all’impiego dei fertilizzanti chimici. Il meccanismo d’azione di questo mix di microrganismi, che stimola l’attività rigenerativa di quelli naturalmente presenti nell’ambiente in cui sono introdotti, rende possibile il loro impiego per una molteplicità di usi agricoli: applicazioni al suolo, ai residui colturali e alle colture da sovescio (pratica agronomica consistente nell’interramento di apposite colture allo scopo di mantenere o aumentare la fertilità del terreno) per stimolare la formazione di humus e aumentare la disponibilità dei nutrienti; trattamenti per rinvigorire le piante e creare sul terreno un ambiente microbico ostile allo sviluppo dei patogeni. Ancora, interventi sulle sementi per incrementare la germinazione e ridurre il rischio di patologie; trattamenti al trapianto per ridurre lo stress da quest’ultimo, stimolando una crescita più rapida.

SDG e produttività agricola

I significativi progressi della produttività agricola sono fondamentali per affrontare gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) tra cui “riduzione della fame” (SDG 2), “assenza di povertà” (SDG 1) e “buona salute e benessere” (SDG 3). Per soddisfare il fabbisogno alimentare di una popolazione mondiale di oltre 9 miliardi entro il 2050, la produttività delle colture deve aumentare del 70-100%. Le pratiche agricole intensive convenzionali che dipendono da fertilizzanti inorganici, pesticidi e altri input chimici, hanno aumentato la resa ma hanno anche contribuito al degrado del suolo, alla perdita di biodiversità, alla maggiore suscettibilità delle colture a parassiti / patogeni e agli impatti ambientali negativi che, insieme, hanno conseguenze significative per l’uomo sulla salute e la sicurezza alimentare. Oltre al declino strutturale della produttività agricola (dove un ulteriore aumento degli input non si traduce in aumenti proporzionali della resa) nei paesi sviluppati, le sfide principali nei paesi in via di sviluppo risiedono nell’aumento sostanziale della qualità e della quantità della resa, senza ulteriori aumenti dei costi di coltivazione e impatti ambientali dannosi. È chiaro che l’espansione delle pratiche agricole convenzionali per soddisfare le esigenze future non è fattibile né dal punto di vista economico né da quello ambientale. C’è un urgente bisogno di approcci complementari per soddisfare in modo sostenibile le richieste di sicurezza alimentare globale. Un modo per sviluppare metodi di produzione di colture sostenibili migliorati e avanzati è potenziare il microbiota associato alle piante. I microbi hanno il potenziale per aumentare la crescita e il vigore delle colture, l’efficienza nell’uso dei nutrienti, la tolleranza allo stress biotico / abiotico – fenomeni ambientali che stressano la pianta, riducendone la produttività. Possono essere biotici, ossia indotti da un altro organismo vivente, oppure abiotici, cioè indotti dalla carenza di un fattore ambientale (come la pioggia)- e la resistenza alle malattie. Se questo potenziale potesse essere sfruttato nelle condizioni del mondo reale, potrebbe migliorare la produttività agricola e la qualità del cibo in modo sostenibile, portando a risultati ambientali, sociali ed economici positivi.

PROVE SPERIMENTALI E RISULTATI

Già molte aziende hanno iniziato a sfruttare singoli microrganismi come prodotti di biocontrollo -strumenti adatti a controllare le avversità senza andare ad utilizzare agenti chimici- o come biofertilizzanti. I risultati di prove sul campo su larga scala hanno dimostrato un aumento del 10-20% nella produzione di colture su piante coltivate economicamente importanti. 
La stazione sperimentale della “China Agricultural University’s Qu-Zhou” ha effettuato un test di lungo periodo durato undici anni. L’esperimento ha consentito di mettere in evidenza come la concimazione con compost attivato mediante l’utilizzo dei microrganismi efficaci determini un aumento delle rese produttive grazie ad una migliore  capacità delle piante nell’assorbire i nutrienti provenienti dalla concimazione organica.
Una ricerca condotta in Sudafrica dal Dipartimento di agronomia della “Faculty of Science and Agriculture University of Fort Hare” ha dimostrato che l’uso di EM ha stimolato la mineralizzazione dei nutrienti rendendoli più appetibili per le piante. L’Università di Lahore in Pakistan ha sperimentato l’efficacia dell’uso al suolo dei microrganismi da soli o accompagnati con fertilizzanti organici o chimici sullo sviluppo di un tipo di fagiolo (Vigna radiata), dimostrando come riescano a migliorare la crescita radicale e ad incrementare l’assorbimento di azoto, fosforo e potassio.
Nonostante l’elevato potenziale delle tecnologie microbiche, le prove disponibili suggeriscono che i risultati incoraggianti delle prove in serra spesso non si manifestano nelle prove sul campo. Gli effetti dei prodotti microbici sono spesso incoerenti tra i diversi studi e variano a seconda delle condizioni climatiche, che sono il principale collo di bottiglia nell’adozione su larga scala della tecnologia. Pertanto, vi è un’urgente necessità di migliorare il processo di selezione e la tecnica di applicazione e in particolare di comprendere meglio le interazioni tra i ceppi inoculati -gruppo di cellule che vengono introdotte nella materia prima (uva)  per produrre l’alimento (vino)- e i microbiomi nativi (dotazione iniziale di microrganismi)  in ​​condizioni di campo. È chiaro che l’espansione delle pratiche agricole convenzionali per soddisfare le esigenze future non è fattibile né dal punto di vista economico né da quello ambientale. Bisogna quindi implementare approcci complementari per soddisfare in modo sostenibile le richieste di sicurezza alimentare globale. Se questo potenziale può essere sfruttato nelle condizioni del mondo reale, potrebbe migliorare la produttività agricola e la qualità del cibo in modo sostenibile, portando a risultati ambientali, sociali ed economici positivi.

Indigo e produzione EM

Un’azienda all’avanguardia per quanto riguarda l’utilizzo dei microrganismi efficaci è Indigo. L’azienda è pioniera nel settore dell’agricoltura sostenibile, supporta gli agricoltori nella loro transizione verso pratiche più sostenibili fornendo soluzioni tecnologiche ed investimenti per accelerare l’arricchimento del suolo.
Il CEO di Indigo, Geoffrey von Maltzahn, intende sfruttare le meravigliose capacità dei microbi per nutrire i raccolti, proteggere le colture dallo stress abiotico, da zone caratterizzate da temperature estreme e scarsità d’acqua fino ai suoli carenti di nutrienti. Altri obiettivi sono la riduzione dell’inquinamento agricolo, la riduzione dell’uso di combustibili fossili per l’agricoltura e il miglioramento delle piante di mais, grano, riso, soia e cotone, così da renderle più vigorose e produttive. È un tentativo di capitalizzare un fenomeno che gli scienziati stanno ancora cercando di comprendere appieno: la crescita delle colture alimentari e di altre piante è fortemente influenzata non solo dai loro codici genetici, ma anche dai microbi che vivono nei gambi e nelle radici delle piante e nel terreno intorno a loro.
Il primo prodotto di Indigo, rilasciato nel 2016, è stato progettato per aiutare il cotone a tollerare la siccità. Ora ne sono stati sviluppati altri per altre colture; così la stessa azienda afferma che come gruppo aumenta i raccolti fino a 5 volte e che i suoi vari prodotti microbici sono stati utilizzati su 4 milioni di acri di colture in tutto il mondo. E, dati alla mano, gli investitori credono nel progetto: Indigo Ag ha raccolto circa 850 milioni di dollari, diventando così la più grande e la più capitalizzata di dozzine di startup che sviluppano microbi per soddisfare le esigenze agricole. 
Indigo non è l’unica azienda che opera in questo settore, che fortunatamente è in continua espansione e costante innovazione. Poiché le interazioni all’interno dei microbi sono dinamiche e complesse, è necessario acquisire una maggiore comprensione di come i diversi componenti interagiscono e si influenzano a vicenda per garantire la sicurezza alimentare globale sostenibile nei prossimi decenni nel contesto della crescita della popolazione, dei cambiamenti climatici e della necessità di preservare la biodiversità e le risorse naturali. Un approccio sistemico che unisce l’agricoltura di precisione, la selezione delle piante, la gestione agricola e le applicazioni sul microbiota costituisce una concreta soluzione per aumentare la produzione di colture sostenibili in un mondo in continuo cambiamento. 


Sitografia
https://www.edagricole.it/wp-content/uploads/2020/03/5588-I-microrganismi-utili-in-agricoltura-estratto-del-libro.pdf
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5609239/
https://www.labiotech.eu/medical/bayer-ginkgo-bioworks-plant-microbiome/
https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmicb.2014.00015/full
https://futureofag.com/farming-microbes-14ba34364b20
https://www.indigoag.com/for-growers/microbials
https://www.rivisteweb.it/doi/10.1406/97537
http://agris.fao.org/agris-search/search.do?recordID=IT2003063469
https://openpub.fmach.it/handle/10449/22506#.X7WjQi9h3Uo

Infrastrutture di rete: comunicare per vivere

Telecomunicazioni tra mito e realtà

Settantatré anni fa, tre anni prima di inghiottire una quantità di sonnifero tale da non svegliarsi più, Cesare Pavese ci ricordava che il fascino dei miti, delle grandi narrazioni, è che trascendono in un certo senso il tempo, la storia, il reale. Un reale che in “un bel momento ci sembrerà di non averlo visto mai”1. Da umani fuggiamo la realtà, tramutando in sogni le nostre aspirazioni e in incubi le nostre paure, convincendoci che siano reali. È un riflesso automatico con conseguenze positive e negative in egual misura. Ma non importa. Ciò che conta in questa sede è la curiosità che essi suscitano a chi non li vive ma cerca di capirli. 

Tra i miti più interessanti ci sono quelli delle “abolizioni”, per la loro contraddizione. Narrazioni umane, troppo umane, che raccontano della scomparsa di una caratteristica altrettanto umana, come la storia, il conflitto, lo spazio. 

Il mito della connettività è senz’ombra di dubbio tra questi. Tra le tante fascinazioni che la tecnologia suscita, quella della sconfitta della spazialità resta la più suggestiva. Dal telegrafo a WhatsApp, l’illusione che i sistemi di comunicazione avessero abolito lo spazio e la dimensione fisica, almeno dal punto di vista politico, è rimasta a lungo manifestata nel dialogo pubblico. Per una serie di giustapposizioni legate tra loro da rapporti di causa che definire forzati è un eufemismo, l’idea che le telecomunicazioni avrebbero legato gli animi facendoci scoprire i vantaggi relativi della cooperazione reciproca e l’insensatezza dei conflitti, ha sempre accompagnato le rivoluzioni tecnologiche nei discorsi dei loro inventori e dei loro fruitori. “Se avesse potuto comunicare così, oggi che mondo sarebbe?” recitava un emozionante spot pubblicitario di Telecom nel 2004 che mostrava il discorso di pace tenuto da Mahatma Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche veicolato attraverso televisione, cellulari, computer2.

Tuttavia, ciò che rappresenta un affascinante quanto necessario slancio riscattatore dell’innovazione non corrisponde, ahinoi, alla realtà dei fatti. Le tecnologie restano confinate nel dominio umano3, con tutte le sue contraddizioni. In maniera non diversa da ieri, le comunicazioni avvengono oggi grazie a ed attraverso delle infrastrutture non meno fisiche di strade, rotaie o onde del mare. La differenza con il presente, che ha favorito il mito della connettività, è la tangibilità delle stesse.

A questo punto una classificazione semantica appare necessaria per evitare confusione e sovrapposizione di termini e concetti. Il termine infrastruttura viene spesso distinto in una duplice declinazione economica e ingegneristica4 che in realtà si può risolvere nell’unica concettualizzazione della stessa come “capitale fisso sociale”, presupposto fondamentale di ogni altra attività socio-economica. L’infrastruttura connette e in un certo senso riguarda sempre il comunicare proprio perché lo permette. Connettendo diversi centri di informazione e produzione consente a questi ultimi di lavorare insieme, come la radice latina del verbo (cummunis) prevede. È chiaro in questo senso che, una volta esistente l’infrastruttura che lo permette, il processo di comunicazione derivi normalmente dalle reciproche necessità di collaborazione degli elementi all’interno di uno specifico sistema. In tal senso, ogni infrastruttura è “delle comunicazioni”. 

Tuttavia, il concetto si complica quando si parla di telecomunicazioni. Queste ultime si caratterizzano infatti proprio per la particolarità dell’infrastruttura e dell’interfaccia attraverso le quali vengono trasmesse. Le infrastrutture delle telecomunicazioni sono infatti quelle installazioni che permettono la fruizione della comunicazione attraverso le sue moderne interfacce, non più lettere o raccomandate ma telegrafi, telex, telefoni, fax, radio, televisioni, cellulari e computer. Queste infrastrutture sono cavi, ripetitori, antenne, data center, satelliti e torri, installazioni materiali assemblate da qualcuno e posizionate da qualcun altro da qualche parte, ma meno visibili delle loro omologhe passate.

L’importanza strategica delle infrastrutture

È proprio l’intrinseca fisicità dei moderni mezzi di comunicazione che li rende inevitabilmente sottoposti alle logiche conflittuali dell’umanità che “nessun pacifismo deve dimenticare o negare”, come ricorda Alessandro Baricco in un’affascinante postilla all’Iliade da lui commentata5. Il controllo (a scapito di altri) e il governo di un sistema di infrastrutture delle telecomunicazioni efficiente, sicuro e veloce rimane priorità assoluta dello Stato moderno. Non è un caso che le infrastrutture di rete vengano spesso annoverate tra quelle critiche, ossia quei sistemi vitali alla sopravvivenza dell’ordine costituito, funzionali alla sopravvivenza del sistema-paese inteso sia come i servizi essenziali da garantire ai cittadini, sia come la struttura che garantisce la sopravvivenza del tessuto industriale basato sul libero mercato6. La loro lapalissiana rilevanza strategica le rende dunque sempre vigilate dagli Stati, che in un modo o nell’altro cercano di assicurarne la distribuzione più vasta possibile, ovviando  ai fallimenti del mercato derivanti dalla non convenienza degli investimenti privati laddove il profitto non è garantito. 

L’importanza delle infrastrutture TLC, tuttavia, non si limita alla sola (seppur di indubbio valore per la tenuta del sistema-paese) garanzia di fruizione del servizio sul territorio nazionale figlia del welfare state, ma si declina anche e soprattutto in ambito strategico. Le reti di telecomunicazioni sono infatti materia di difesa e sicurezza nazionale proprio perché una compromissione del loro funzione danneggerebbe l’ordine costituito più di un approvvigionamento alimentare non indipendente, per esempio. Questo soprattutto dal momento che “le infrastrutture materiali sono rese più vulnerabili dalla loro dimensione digitale e dal potere della connettività”7. È pertanto interesse dei governi non solo trovarne l’organizzazione più efficiente, ma soprattutto difenderne l’integrità, etichettandole come “settori strategici”. L’ottimalità di un’infrastruttura di rete si valuta dunque con più misure a seconda degli obiettivi da perseguire: dev’essere estesa e accessibile a tutti, efficiente ed economica, sicura e resiliente. Compito dello Stato è tenere insieme i tasselli del mosaico rappresentati da questa gamma di obiettivi cercando di ridurre al minimo i conflitti tra gli stessi. Il rapporto tra sicurezza ed efficienza economica è infatti dialettico e non privo di aporie, com’è dimostrato dall’attuale dibattito sul 5G, dove alle considerazioni prettamente economiche di innovazione si affiancano quelle geopolitiche legate alla sicurezza, rendendo le scelte strategiche più disagevoli. Tuttavia, non sempre interesse securitario e dinamismo economico sono alternativi. Spesso l’innovazione trae propulsione proprio da interessi strategici e militari, oggettivazione indiscutibile della politica nazionale. Ciò è dimostrato non solo dalla notissima paternità della DARPA americana (agenzia del Pentagono incaricata di sviluppo di nuove tecnologie) sul World Wide Web ma anche dal meno noto (ma forse più importante nel nostro caso) contributo della nostra Marina Militare (storicamente la più influente tra le Forze Armate in politica industriale per via di una vocazione marittima italiana spesso obliata8) allo sviluppo delle telecomunicazioni nella penisola9.

Il caso italiano

La storia delle infrastrutture di rete in Italia ricalca in gran parte quella della nostra politica industriale, del rapporto tra Stato e settore produttivo orientato a fini di crescita, competitività, sicurezza e interesse nazionale. È una storia oscillante in più dimensioni che si influenzano reciprocamente: tra congiunture internazionali favorevoli o meno, una classe politica di lungimiranza altalenante e un settore produttivo a tratti vivace e altre volte confuso. 

Se l’economia mista degli anni del boom era un lampante esempio di una stretta sinergia tra strategie pubbliche e private10, le complicazioni degli ultimi vent’anni hanno visto un rapporto tra Stato e imprese piuttosto sbiadito, sia per quanto riguarda la difesa dell’interesse nazionale, sia per quanto riguarda la promozione di un sistema produttivo all’avanguardia. L’Italia degli anni Novanta, strozzata da una crisi sistemica che andava ben oltre quella dei partiti, non riuscì a rialzarsi con le politiche figlie degli orientamenti politico-economici del tempo11 che non riuscirono a risanare il debito ma resero il sistema industriale solamente più fragile. Già nel 200312 Luciano Gallino constatava lo scenario disastroso in cui si trovava il tessuto produttivo del paese: cali di produttività, una grande impresa manifatturiera svenduta all’estero (se non parcellizzata in un sistema di PMI che non sono riuscite a cavalcare l’onda dell’economia della conoscenza come ci si aspettava)13 e un deludente declino degli investimenti in ricerca e sviluppo. Le telecomunicazioni sono un esempio lampante di questa decadenza. 

Dopo la fase iniziale di cablaggio della penisola sotto l’occhio vigile delle concessioni statali14, le società incaricate di gestione della rete e dell’offerta di servizi si collocarono, per un lungo periodo del dopoguerra, in posizioni di eccellenza a livello europeo e globale, arrivando a sfidare i colossi tecnologici giapponesi15. Negli anni ’90 del Novecento tali società furono in larga parte privatizzate e liberalizzate: Telecom Italia, società unica nata nel 1994 dall’incorporazione di SIP e STET, fu lanciata nel 1997 a Piazza Affari cercando di conservare un azionariato (un “nocciolo duro”) che potesse garantire la stabilità della società. Tuttavia, nei fatti, ciò risultò in appena un 6,7% firmato Agnelli (più un “nocciolino” quindi, come ricorda Alessandro Aresu16). La posizione di una società ereditaria di un profilo d’avanguardia mondiale in campo tecnologico ne uscì notevolmente peggiorata. 

La competizione infrastrutturale attesa che avrebbe dovuto galvanizzare la copertura in fibra non ci fu, e Telecom rimase un monopolista della rete di cavi in rame (con tutte le problematiche concorrenziali annesse) con incentivi bassissimi ad investire sulla fibra. Nemmeno l’impulso positivo registrato con l’avvento di Open Fiber, proprietaria di Enel e Cassa Depositi e Prestiti e nata in seno al Piano Banda Ultra Larga del 2015 (che prevede importanti investimenti pubblici), ha contribuito alla creazione di una competizione infrastrutturale benefica per il sistema-paese. I problemi non si sono risolti con l’avvento delle TLC mobili, ancora non considerate servizio essenziale tale da giustificare un intervento statale. L’analisi svolta sul settore da Franco Bassanini17 ( Presidente di Open Fiber) dipinge un quadro confuso, soprattutto davanti all’insorgere di tecnologie come il 5G, necessarie per le esigenze della nuova rivoluzione digitale e per cui la copertura infrastrutturale resta carente. 

Uno sguardo al futuro

In sostanza, la compenetrazione tra Stato e settore produttivo, che attraverso concessioni e partecipazioni statali aveva garantito la realizzazione delle prime reti TLC, non c’è stata per la fibra e le reti mobili. Inoltre, le infrastrutture delle telecomunicazioni create nel dopoguerra non rimasero di proprietà statale come strade, ferrovie o reti elettriche, ma furono lasciate a privati in un ambiente d’impresa non favorevole a sviluppo e innovazione. Come ricorda ancora Bassanini, “c’è da chiedersi se mercato e concorrenza rappresentino strumenti sufficienti per garantire i risultati attesi”, ovvero quell’assortimento di obiettivi a cui una rete di telecomunicazioni efficiente mira, comprese la sicurezza nazionale e la coesione sociale. Per il futuro, appare in questo senso necessaria una soluzione di concertazione da parte del settore pubblico, mirata a creare un’infrastruttura unica non verticalmente integrata (ovvero di distinzione tra gestore della rete e erogatore di servizi) che possa assicurare competitività e tutelare la cybersecurity al tempo stesso. 

Meriti e colpe non sono mai monocausali. Come citato in precedenza, al successo o alla decadenza dell’industria italiana concorrono in un rapporto dialettico classe politica, attitudine manageriale e contesto internazionale. Se da quest’ultimo punto di vista nell’Unione Europea la visione della politica industriale, davanti alle sfide tecnologiche sinostatunitensi, sembra voler trascendere il classico orientamento di tutela della concorrenza e del consumatore aprendo alla necessità di investimenti strategici nel settore delle telecomunicazioni18, settore pubblico e privato italiano devono ritrovare l’intesa di un tempo. Il primo deve uscire dalla spirale autoaccusatoria coniugata nel vincolo esterno (non siamo capaci, facciamoci commissariare), riscoprire il valore aggiunto del suo intervento e constatare l’importanza di elaborare una cultura strategica. Ciò vuol dire coltivare la volontà di pesare nel gioco globale sfruttando potenzialità e leve che non vanno create ex-novo, ma di cui il Paese già dispone (in Sicilia, per esempio, passa gran parte del traffico voce e dati diretto dal Mediterraneo in America19). In tal senso, l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti in TIM e l’attivazione dei poteri speciali (c.d. golden power20) a seguito della partecipazione del gruppo francese Vivendi nella stessa società sono due, seppur molto timidi, esempi di movimento in tal senso. Il settore produttivo, egualmente, deve ritrovare lo spirito imprenditoriale che a lungo ha saputo dimostrare, quell’èthos capitalistico votato all’innovazione e alla lungimiranza, ignorando quello votato alla sventatezza o alla mera distribuzione di maggiori utili in breve tempo, che recentissimi casi di cronaca ci hanno tristemente ricordato21. C’è da fare una precisazione alla frase di Pavese citata a inizio articolo: non tutti i miti sono inconsce fughe dalla realtà, processo per cui si rischia di esserne travolti. Chi invece evoca scientemente il mito non ha “nulla in comune coi viaggiatori, gli sperimentatori, gli avventurieri”22. Al contrario, sceglie di farlo conferendo ad “un midollo di realtà” (strettamente materiale) uno slancio espressivo che lo legittimi, gli faccia acquisire un senso, lo rafforzi.

Ecco, riacquistando le capacità citate,  l’Italia può evitare di scivolare in colonia industriale, di mancare all’appello dell’innovazione. Può scegliere di perseguire il mito della connettività come motore significante dell’innovazione. Governarlo, invece di farcisi travolgere.


Bibliografia

1 Pavese, C. (1947). Dialoghi con Leucò. Einaudi.
2 Lo spot, lungo un minuto, è reperibile su YouTube all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=55-WJKnHk_o
3  Fabbri, D. (2018). Per una geopolitica umana applicata ai dati in Limes, Rivista italiana di geopolitica n. 10/2018.
4  Si veda a tal proposito la voce di Wikipedia “Infrastrutture”
5 Baricco, A. (2004). Omero, Iliade. Feltrinelli
6 http://gnosis.aisi.gov.it/gnosis/Rivista16.nsf/ServNavig/17
7  Aresu, A. (2020). La consolante favola del primato tecnologico e della connettività in Limes, rivista italiana di geopolitica n.2/2020
8 Per approfondimenti in tal senso è edificante l’ultimo numero di Limes, rivista italiana di geopolitica n.10/2020 “L’Italia è il mare”
9 Carulli, V. et al. (2011) Il contributo della Marina Militare Italiana allo sviluppo delle radiocomunicazioni in Cantoni. V. et. al. Storia delle telecomunicazioni. Firenze University Press
10 Ciocca, P. (2014) L’IRI nell’economia italiana in Storia dell’Iri, vol. 6. Laterza
11 Orientamenti di cui le norme comunitarie dall’Atto Unico Europeo all’accordo Andreatta-Van Miert sono solo alcuni dei tanti esempi
12 Gallino, L. (2003). La scomparsa dell’Italia industriale. Einaudi
13 Pagano, U. (2019). Proprietà e controllo delle grandi imprese: Un’interpretazione del resistibile declino italiano in Quaderni del dipartimento di Economia Politica e Statistica n. 789. Università di Siena
14 Caroppo, A. e Gamerro, R. (2011) Le infrastrutture delle telecomunicazioni in Cantoni. V. et. al. op. cit.
15 Randi, S. (2011) Successi e decadenza delle industrie delle telecomunicazioni in Cantoni. V. et. al. op.cit.
16  Aresu, A. (2018). Per una biografia geopolitica di Telecom in Limes, rivista italiana di geopolitica n.10/2018
17  F. Bassanini (2019).  Le TLC in Italia, fra competizione infrastrutturale e infrastruttura unica. Astrid Rassegna n.17/2019
18 A tal proposito, un esempio è il Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche approvato da Consiglio e Parlamento a novembre 2018. Disponibile su: https://data.consilium.europa.eu/doc/document/PE-52-2018-INIT/it/pdf
19 F. Colarieti (2017). “Perché Telecom Italia Sparkle è strategica? Chiedetelo a Edward Snowden”, Formiche
20 Si rimanda a tal proposito, sempre su AWARE, all’articolo “Il Golden Power: lo scudo statale attivato dal governo a protezione delle nostre aziende strategiche” di Edoardo Crivellaro 
21  Il caso di Autostrade è ( Autostrade, l’ad di Edizioni Holding Gianni Mion: “Le manutenzioni? Più passava il tempo meno facevamo. Così distribuiamo più utili e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti”, Il Fatto Quotidiano, Giovanna Trinchella ) è solo uno dei tanti esempi
22 C. Pavese. (1947). Op. cit.

Agritech e sostenibilità: intervista a Vincenzo Morelli, fondatore e CMO di Wapi

Ancora una volta, mi trovo a sottolineare come il concetto di sostenibilità abbia radici molto più estese di quanto non pensassi, che toccano ogni aspetto e ogni settore delle nostre vite. La sostenibilità la creiamo noi nel nostro piccolo, riciclando e facendo attenzione a ciò che compriamo, la creano le grandi aziende riducendo le emissioni, e la crea anche una piccola startup di giovani ex studenti del Politecnico di Milano che sviluppa app capaci di aiutare gli agricoltori a ridurre gli sprechi, migliorandone gli impatti ambientale ed economico e riportando i giovani, tramite la tecnologia, al centro di un settore fondamentale per la nostra economia. Ho avuto il piacere di farmi spiegare in cosa consiste l’innovazione di questo settore, e quale sarà il suo futuro, da Vincenzo Morelli, fondatore e CMO di Wapi. 

Chi è Wapi, com’è nata e perché?

Wapi è una giovane startup che sviluppa e distribuisce app per l’agricoltura. Si tratta quindi una software house, che verticalizza esclusivamente sul mondo dell’agricoltura. Queste app si basano su due imperativi: gratuità e semplicità. Sono questi due driver che permettono a Wapi di avere una diffusione rapida e capillare, ovvero tanti download in poco tempo. In questo modo si rendono gli strumenti digitali più accessibili per gli agricoltori perché sono gratuiti e semplici da utilizzare. Tramite questi, l’obiettivo è quello di aumentare la produttività delle aziende agricole e ridurne l’impatto ambientale. Questo tipo di app supportano l’agricoltore nelle diverse fasi del ciclo colturale come anche nelle diverse attività che l’azienda agricola deve svolgere: da quelle burocratiche, come la compilazione del quaderno di campagna e il bilancio aziendale, a quelle più agronomiche, come la creazione del piano di concimazione, la gestione dell’irrigazione e l’agricoltura di precisione. 

Wapi è nata a fini accademici: era un progetto universitario commissionato dell’Agenzia Spaziale Italiana, che proponeva di scegliere un settore in cui è possibile creare valore tramite Earth Observation satellitare e svilupparvi un modello di business. 

Ma com’è  possibile che tra tutti i settori abbiate scelto quello dell’agricoltura, uno dei più restii all’innovazione?

Il punto che tu hai sollevato, ovvero quello della sotto digitalizzazione del settore, in realtà è sì, un ostacolo, ma anche un’opportunità non soltanto in termine di crescita e progresso, ma anche per migliorare la sostenibilità ambientale. Stiamo andando incontro a un mondo che si trova ad affrontare due aumenti importanti: quello della popolazione e quello delle temperature, il che significa che bisognerebbe produrre di più, ma inquinando di meno. Questo bisogno si traduce nella necessità di innovare l’agricoltura, di cercare di ricavare di più dalla terra, ma non come si è fatto fino ad adesso. Una delle soluzioni possibili per far fronte a questa emergenza è proprio l’utilizzo di dati e tecnologie 4.0.

Parlando di sostenibilità, quali sono i miglioramenti dai punti di vista ambientale, economico e sociale che l’agritech può portare alle aziende agricole?

Il valore aggiunto dei nostri prodotti è l’aumento della produttività delle aziende agricole riducendone l’impatto ambientale. Per esempio, se un agricoltore utilizza un’app per l’agricoltura di precisione, si affida quindi ai suggerimenti di una tecnologia che analizza reali necessità del terreno per effettuare delle attività come l’irrigazione, i trattamenti fitosanitari e la fertilizzazione, ciò significa che l’agricoltore ottimizza le risorse che utilizza sul terreno, risparmiando fino al 20% sul budget annuale. Ma questo porta anche ad un risparmio di risorse che inquinano o che, come l’acqua, dobbiamo imparare a economizzare. Inoltre, queste app riducono la manovalanza in agricoltura. In un momento in cui le persone si spostano nelle grandi città e vogliono fare lavori meno manuali, le tecnologie permettono di compensare questa mancanza, permettendo comunque ai giovani di approcciarsi al mondo dell’agricoltura, ma attraverso le tecnologie.

Come e in quanto tempo possiamo digitalizzare gli agricoltori? Non deve essere facile rieducare una persona abituata a lavorare la terra “come da tradizione”, a usare un metodo completamente diverso e innovativo di fare il suo lavoro. 

Certo, la barriera culturale esiste e deriva soprattutto dal fatto che il loro lavoro è sempre stato fatto in un’altra maniera. Quello dell’agricoltura è un mestiere in cui vi è grande passione e non è facile spiegare che il lavoro di una vita in realtà potrebbe essere fatto “meglio”. Questa è la maggiore barriera che ci troviamo ad affrontare, ma comunque si sta rivelando essere meno ostruttiva di quanto non avessimo pensato. Gli agricoltori non sono gente che vive lontana dal mondo, utilizzano già la tecnologia, e la nostra idea di fare app che siano semplici da utilizzare è nata proprio per far si che il servizio sia accessibile a tutti. Inoltre, se l’app è gratuita, tu, agricoltore, puoi scaricarla senza temere di aver buttato soldi in un prodotto che non usi. Poi “giocandoci” magari ti accorgi che questa app è semplice e che ti fa risparmiare tempo. Ecco, io in quel momento ti ho digitalizzato.

Qual è il futuro dell’agricoltura e in quanto tempo potrebbe avvenire questa transizione tecnologica?

Tra quindici anni l’agricoltura sarà digitalizzata, dovrà esserlo per forza. L’agricoltura sarà digitale, sarà tecnologica, sarà di precisione e per restare competitivi anche i più restii dovranno adattarsi. Questo cambiamento riporterà anche i giovani nel settore. Oggi leggevo che negli ultimi anni in particolare, sono nate migliaia di aziende di giovani. Quello dell’agroalimentare è per l’Italia un settore fondamentale, ed è quello su cui abbiamo un vantaggio comparativo sugli altri. A differenza di altri settori come magari il tech, dove non abbiamo i vantaggi della Silycon Valley, se ci mettiamo a fare dei prodotti agroalimentari, facciamo business in Italia, ma siamo i più forti nel mondo. In questo settore il nostro vantaggio deriva dall’esperienza, dalla storia, dalla bontà della nostra terra, e questo secondo me molti giovani con il sogno della Silycon Valley stanno iniziando a capirlo. 

Voi di Wapi allora siete un po’ una contraddizione perché puntate sì, al settore agroalimentare, ma facendo tech. 

Esatto, e questa è la parte più bella. Queste app sono data-driven, cioè funzionano se ci sono tanti dati che ti permettono di allenare dei modelli. Il fatto che l’Italia, al contrario di paesi come l’America, sia composta da tantissime piccole aziende agricole, tanti microclimi e coltivazioni differenti, fa si che sebbene i tempi di raccolta di questi dati siano molto lunghi – perché l’agricoltura è stagionale – e sebbene siano molto localizzati, in poco tempo possiamo comunque già di fare una comparazione con ciò che avviene nel resto del mondo, godendo, ancora, di un vantaggio comparativo. Forse l’unico nel mondo tech.

L’Italia è unica anche in questo. 

Due sfide per l’Italia: digital divide e rete unica

Negli ultimi mesi, a seguito dell’emergenza “Sars-Cov-2”, il tema della digitalizzazione è stato – e continua ad essere – tra i più discussi nell’agenda politica europea ed italiana. Di fatto, uno dei pilastri della Commissione Von der Leyen è appunto la transizione green e digitale tramite un programma pan-europeo finanziato dal Recovery fund; anche sulla base dei fondi che arriveranno da Bruxelles l’Italia sta costruendo la sua strategia verso la transizione digitale (infatti, il 20% del Recovery Plan, dovrà finanziare investimenti rivolti alla transizione digitale).

Guardando nello specifico al caso italiano, vediamo come il Belpaese rientra tra gli Stati membri UE in cui le infrastrutture digitali sono meno sviluppate, posizionandosi, in termini di “digitalizzazione”, al 25esimo posto del Digital Economy and Society Index (DESI). 

Il DESI è un indice composito, pubblicato annualmente dalla Commissione Europea, che rileva lo stato dell’arte ed i progressi compiuti in termini di digitalizzazione dell’economia e della società negli Stati membri UE attraverso 5 macro indicatori: 1) Connettività; 2) Capitale umano; 3) Uso dei servizi internet; 4) Integrazione delle tecnologie digitali; 5) Servizi pubblici digitali, pubblicato a giugno 2020.

Continuando a focalizzarci sui parametri DESI, per quel che riguarda le competenze digitali della popolazione, l’Italia si attesta addirittura all’ultimo posto dell’UE-28.

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Possiamo affermare, quindi, che il dibattito interno in Italia si concentra su due elementi chiave: 

Il digital divide, in particolare in relazione al problema della scarsità delle competenze digitali dei cittadini, evidenzia una delle marcate differenze nella popolazione italiana, tra chi può essere definito come “qualificato” e chi “per nulla qualificato”, ossia coloro per i quali risultano essenziali dei percorsi di formazione al fine di colmare il gap con la media europea tramite, ad esempio, il programma Repubblica digitale. Questa iniziativa fa parte della più ampia strategia per l’innovazione e la trasformazione digitale del paese – Italia 2025  del Ministero per l’innovazione tecnologica e digitale, al fine di favorire la cosiddetta “inclusione digitale”.

Per arrivare all’obiettivo dell’inclusione digitale, non è sufficiente avviare programmi, quali Italia 2025 e stanziare i fondi, ma è essenziale sollecitare e coinvolgere tutti gli attori istituzionali, come regioni ed enti locali e le stesse associazioni della società civile, al fine di raggiungere una fetta più ampia possibile della popolazione italiana, soprattutto coloro i quali si trovano ai margini della società. 

In tal senso, nel mese di luglio è stata pubblicata la “Strategia nazionale per le competenze digitali” che – fortunatamente – “è il risultato di un approccio collaborativo che ha messo sullo stesso tavolo Ministeri, Regioni, Province, Comuni, Università, istituti di ricerca, imprese, professionisti, Rai, associazioni e varie articolazioni del settore pubblico” (come si evince dal comunicato del MID). Questa strategia, vede quattro aree di intervento coinvolte: istruzione e formazione superiore, forza lavoro attiva, competenze specialistiche ICT e cittadini, con l’obiettivo di ridurre i divari sia all’interno del tessuto nazionale che con gli altri paesi dell’Unione.
Sempre attraverso il rapporto DESI, inoltre, possiamo notare come la maggior parte degli italiani fa un uso di internet finalizzato principalmente a scopi ludico-ricreativi, mentre seguire corsi online e/o vendere online sono tra quelle attività definite “meno diffuse”. La conseguenza è che il divario tra l’Italia e gli altri paesi UE sta aumentando sempre di più nel settore del commercio elettronico, infatti, secondo i dati del DESI, solo il 10% delle PMI italiane vende online (mentre la media UE è del 18%).

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Anche per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi pubblici digitali (e-government) come evidenziato nell’ultimo capitolo del rapporto DESI l’Italia si colloca al di sotto della media UE, nonostante l’offerta dei servizi digitali da parte della Pubblica Amministrazione italiana sia piuttosto variegata ed addirittura  al di sopra della media UE.

Inoltre, anche il report  “Skills Outlook 2019- Thriving in a Digital World” dell’OCSE, il quale valuta in che misura gli Stati sono capaci di “sfruttare la digitalizzazione”, inserisce l’Italia in quel gruppo di paesi “con il ritardo digitale più consistente” insieme a Grecia, Turchia e Cile. 

Le due ragioni principali per questo ritardo sono: percorsi di formazione assenti o deficitari (almeno fino ad oggi) per la popolazione attiva ed il nodo infrastrutturale, che trattiamo di seguito.

L’altro elemento chiave al centro del dibattito italiano, riguarda l’infrastruttura digitale e la proposta della Rete Unica per colmare il ritardo strutturale dell’Italia.
In tal senso, ad inizio settembre TIM con Cassa Depositi e Prestiti hanno siglato un MOU per costituire la società che dovrebbe creare la rete unica, e favorire lo sviluppo della banda ultra larga. Anche il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha più volte ribadito l’importanza di una rete unica come “un’infrastruttura fondamentale per la ripresa del Paese”.

Come evidenziato dal think tank Tortuga, molti esperti del settore sostengono che per favorire ed accelerare il processo di digitalizzazione del paese si “debbano unificare tutte le reti esistenti in unico soggetto per unire gli sforzi”. Tutto ciò, al  fine di evitare quelle criticità della concorrenza infrastrutturale quali: 

  1. duplicazione degli investimenti;
  2. concentrazione degli investimenti nelle aree più sviluppate lasciando “scoperte” le aree rurali in cui i margini di profitto sarebbero così bassi da non giustificare l’investimento stesso.

La soluzione della rete unica è stata più volte tenuta in considerazione, la prima volta nel 2006 quando fu proposto a Romano Prodi lo scorporo della rete di Tim, come sottolinea un articolo di formiche.net. 

Oggi, dopo diversi tentativi, questo progetto potrebbe finalmente realizzarsi. Infatti, TIM sta procedendo allo scorporo della propria rete istituendo una nuova società – FiberCop – al fine di favorire la fusione con OpenFiber (società creata nel 2015 e controllata da Enel per espandere la rete della fibra ottica in Italia specie nelle “aree bianche”), per gestire la rete unica italiana attraverso una nuova società che dovrebbe prendere il nome di AccessCO. Lo scorporo della rete di TIM ha l’obiettivo di “separare l’infrastruttura Telecom dalle altre attività dell’azienda” per garantire quella neutralità essenziale nella gestione delle rete ed evitare vantaggi competitivi di TIM (come possiamo vedere di seguito). Il capitale di questa società dovrebbe essere gestito per il 50,1% da Tim ed il resto da CDP tramite dei principi di governance condivisi a cui dovrebbero aggiungersi dei patti parasociali come “garanzia” al ruolo di CDP in relazione alla maggioranza delle azioni detenute da TIM. 

Anche su questa prospettiva Tortuga ha analizzato le possibili criticità:

  1. Possibili condotte anticompetitive da parte di TIM;
  2. Decisioni di investimento influenzate da considerazioni strategiche per il mercato dei servizi  volte a favorire TIM;
  3. L’assenza di competizione potrebbe incentivare TIM a ritardare la dismissione della propria infrastruttura in rame, danneggiando i consumatori.

Il problema principale di questa opzione è quello di un possibile intervento da parte di AGCM, la quale ha un “potere di veto” sull’operazione, in quanto attraverso la fusione di OpenFiber con le reti Tim si creerebbe nuovamente un monopolio della rete.  Tuttavia, nei giorni  scorsi  l’AGCOM, a seguito di un l’analisi preliminare, ha ammesso il progetto “a un vaglio più approfondito nell’ambito dell’analisi coordinata dei mercati dell’accesso” facendo presagire un certo ottimismo tra le parti interessate per la buona riuscita del progetto.

In conclusione, possiamo affermare che l’Italia è attualmente “un cantiere in corso” verso la digitalizzazione infrastrutturale del territorio nazionale ed altresì per la formazione dei cittadini. L’auspicio è che – almeno stavolta – il “cantiere in corso” non venga bloccato, ma piuttosto venga accelerato per raggiungere lo sviluppo di paesi quali Francia e Germania.


Sitografia:
https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/scoreboard/italy
https://www.oecd.org/italy/Skills-Outlook-Italy-IT.pdf
https://www.tortuga-econ.it/2020/10/19/la-rete-unica-divario-digitale-in-italia/
https://www.agendadigitale.eu/infrastrutture/la-scure-antitrust-sulla-rete-unica-tutti-i-temi-sul-tavolo-tra-roma-e-bruxelles/
https://innovazione.gov.it/it/repubblica-digitale/
https://formiche.net/2020/09/barbanti-cdp-rete-unica-tim/
https://innovazione.gov.it/strategia-nazionale-per-le-competenze-digitali/

Il ruolo chiave delle nuove Stakeholder Capitalism Metrics, un sistema universale di reporting non finanziario basato sui criteri ESG

Fonte: Adobe Stock

Il contesto della Responsabilità Sociale d’Impresa 

L’impegno verso la transizione alla sostenibilità ha subito una forte accelerazione negli ultimi anni, in particolare con l’adozione nel 2015 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. L’Agenda 2030, viene definita come “un piano d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità”, nel quale vengono integrati i tre pilastri della sostenibilità: ambientale, economico e sociale. Viene definitivamente superata la concezione della sostenibilità come una questione unicamente ambientale, arrivando ad una maggiore consapevolezza del nesso esistente tra le attuali emergenze legate alla sostenibilità e la necessità di nuovi modelli di sviluppo e di crescita economica. I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) di cui si compone l’Agenda sono ulteriormente declinati in 169 targets e 244 indicatori, i quali traducono le attuali sfide globali in obiettivi specifici e misurabili. L’interconnessione e la complessità delle sfide epocali proprie degli SDGs è il punto di partenza per comprendere la necessità, sempre più evidente e non più rinviabile, di realizzare nel concreto un approccio integrato e multi-stakeholder verso la sostenibilità. In particolare, il contesto in cui oggi le aziende si trovano ad operare è stato trasformato da svariate emergenze di scala globale come il cambiamento climatico, i disordini sociali legati all’inclusione, le spesso inaccettabili condizioni di lavoro e, più recentemente, l’attuale pandemia da COVID-19, che ha evidenziato l’importanza della dimensione sociale della sostenibilità. In questo contesto, le aspettative sul ruolo delle imprese e i principi fondanti del cosiddetto Stakeholder Capitalism sono sempre più centrali nel dibattito pubblico globale. Nonostante il dibattito sulla Responsabilità Sociale d’Impresa (Corporate Social Responsibility) e il ruolo delle imprese nella società abbia radici lontane, solo negli ultimi tempi questo concetto viene più diffusamente impiegato nelle strategie aziendali. Oggi, sempre più, le imprese sono consapevoli dei benefici, sia in termini di efficienza che di reputazione, derivanti dall’adozione di strategie e sistemi di produzione responsabili, basati sulla realizzazione degli SDGs. Infatti, è ormai risaputo che le imprese che soddisfano le aspettative dei propri stakeholders e rendicontano i propri progressi in maniera trasparente, sono più performanti nel lungo periodo.
Il vantaggio competitivo per le imprese aderenti agli obiettivi globali e a quelli che vengono definiti criteri Environmental, Social and Governance (ESG) è, infatti, misurabile sia in termini di migliore possibilità di accesso ai mercati finanziari, sia sul fronte dell’allargamento del proprio mercato di riferimento. I due aspetti sopra richiamati sono riferibili rispettivamente alla constatazione che gli intermediari finanziari tengono sempre più conto dei fattori di sostenibilità nelle proprie strategie e dirigono gli investimenti verso le imprese che meglio li applicano, e alla sempre più ampia diffusione di modelli di consumo responsabile, in funzione dei quali sempre più consumatori, specialmente i più giovani, orientano le proprie scelte in base al rispetto da parte delle imprese di corrette norme sociali e ambientali.

Nella presente analisi si sono voluti esaminare: il sistema attuale di rendicontazione non finanziaria, il processo di adozione delle Stakeholder Capitalism Metrics da parte dell International Business Council del World Economic Forum e delle Big Four Accounting Firms, il loro contenuto e valore aggiunto rispetto ai precedenti parametri di rendicontazione e i possibili futuri scenari. L’obiettivo è quello di analizzare le motivazioni per cui le nuove metriche costituiranno uno strumento che potrà contribuire ad accelerare la transizione alla sostenibilità e ad orientare la crescita economica verso un reale progresso.

Sistema attuale di rendicontazione non finanziaria

La rendicontazione non finanziaria accompagna ormai sempre più spesso il reporting finanziario, non soltanto per un obbligo di carattere normativo. Come suggerito dal nome, la rendicontazione non finanziaria si focalizza su fattori “extra-finanziari”, primi fra tutti quelli ESG e su una visione di lungo periodo. A livello Europeo, tale pratica è regolata dalla Direttiva 2014/95/UE (anche conosciuta come Direttiva Barnier), recepita in Italia con il Decreto Legislativo 254/2016. Quest’ultimo sancisce nell’ordinamento italiano l’obbligo di redigere e pubblicare una Dichiarazione di carattere non finanziario per gli enti di interesse pubblico di grandi dimensioni.

Nel panorama internazionale sono presenti vari ESG reporting frameworks. I più utilizzati sono quelli dei principali standards-setting bodies: Global Reporting Initiative (GRI), Climate Disclosure Standards Board (CDSB), International Integrated Reporting Council (IIRC), Sustainability Accounting Standards Board (SASB) e Carbon Disclosure Project (CDP). Infatti, il crescente impegno del settore imprenditoriale nel perseguimento degli SDGs è dimostrato anche dall’adozione da parte di molte imprese di standards di valutazione per analizzare in maniera oggettiva l’impatto economico, sociale e ambientale della propria attività e per rendicontare i propri progressi. Tuttavia, la presenza di molteplici standards ha messo in luce un sistema frammentato in cui imprese e investitori hanno libera scelta su quella che è stata definita “an alphabet soup of metrics” dal CEO di Deloitte, Punit Ranjen. Ciò, oltre che rendere meno trasparenti ed efficace le informazioni e più complessa l’analisi dei dati, rappresenta un ostacolo soprattutto per gli investitori. Questi si trovano, infatti, a dover indirizzare le proprie scelte, decifrando e mettendo a confronto metriche diverse, talvolta non comparabili tra loro. Tale problematica è accentuata anche dalle esistenti divergenze tra i vari paesi in materia di reporting non finanziario. A questo proposito, decisiva potrebbe essere la già avanzata revisione da parte della Commissione Europea della Direttiva 2014/95/UE relativa alla rendicontazione non finanziaria.

Measuring Stakeholder Capitalism

Nell’ambito della sostenibilità aziendale, un grande passo avanti è stato il processo di allineamento svolto dall’International Business Council del World Economic Forum delle strategie di 140 CEOs di imprese globali con gli SDGs. In questo contesto, durante l’IBS Winter Meeting di Gennaio 2020 è stato lanciato l’ambizioso progetto di definire un set di metriche comuni per la creazione di valore sostenibile, che facilitino la possibilità delle imprese di monitorare e dimostrare agli stakeholders i propri progressi. Tramite una serie di consultazioni è infatti emerso che l’88% degli oltre 200 partecipanti all’incontro (tra cui imprese, banche e investitori) si trovavano d’accordo sulla necessità pratica della predisposizione di metriche universalmente applicabili per il proprio business, mentre il 91% ne ha riconosciuto l’utilità per i mercati finanziari e l’economia in generale.
Tale processo ha consentito la definizione delle cosiddette Stakeholder Capitalism Metrics per l’allineamento del reporting non finanziario basato sui criteri Environmental, Social and Governance e il tracciamento dei contributi aziendali al raggiungimento degli SDGs. Le suddette metriche dovrebbero costituire un punto di convergenza per i preesistenti standards di sostenibilità. Infatti, i vari standards-setting bodies sopra citati, per la prima volta, si sono impegnati a perseguire il comune obbiettivo di creare un singolo, onnicomprensivo ESG reporting system. Il motivo per cui questa iniziativa ha preso piede è proprio quello di rafforzare un sistema finora frammentario e disordinato, sia a livello tematico che geografico. L’obiettivo non è quindi quello di reinventare il sistema esistente ma di amplificarlo attraverso una necessaria armonizzazione e semplificazione.
Nello specifico, il risultato concreto di un anno di incontri e negoziazioni è stata la definizione del libro bianco “Measuring Stakeholder Capitalism: towards common metrics and consistent reporting of sustainable value creation”. Questo si compone di 21 core metrics, per la maggior parte quantitative, focalizzate sulle attività interne, che includono informazioni che vengono già monitorate e riportate da diverse imprese, e di 34 expanded metrics, costituite da indicatori più avanzati per la misurazione dell’impatto sull’intera catena di valore.  Le metriche sono organizzate in 4 pilastri principali, in linea con gli SDGs: Governance, Pianeta, Persone e Prosperità. La trasversalità dei pilastri fondanti, permette alle metriche di essere universalmente applicabili, indipendentemente dal Paese, dall’industria o dal modello di business di riferimento. Allo stesso tempo, le imprese sono incoraggiate, se necessario, ad utilizzare anche altre metriche più specifiche e dettagliate nel caso in cui il proprio business lo richieda. L’approccio generale è “disclose or explain”, ovvero laddove ci siano difficoltà specifiche a riportare le informazioni richieste, le imprese sono tenute a spiegare i motivi delle proprie omissioni.  

Gli elementi che rendono particolarmente innovativa l’introduzione di queste metriche condivise sono: la metodologia partecipativa e la composizione della task-force di esperti dedicati al progetto. Infatti, oltre alla partecipazione e al coordinamento svolto dall IBC del World Economic Forum, guidato da Brian Moynihan, CEO di Bank of America, è stata decisivo il coinvolgimento delle Big Four Accounting Firms, le più importanti società di revisione contabile e consulenza. In particolare, hanno partecipato Punit Renjen di Deloitte, Carmine Di Sibio di Ernst & Young, Bill Thomas di KPMG e Bob Moritz di PwC. L’inedita collaborazione dei colossi della consulenza e della revisione contabile sottolinea la rilevanza del nuovo strumento di reporting non finanziario. Infatti, considerando il network di cui fanno parte le Big Four, che collaborano frequentemente con le cosiddette Fortune Global 500 Companies, ovvero le compagnie più influenti del mondo in base al fatturato, se ne comprende la potenzialità diffusiva. Inoltre, la consistente membership dell’IBC gioca un ruolo essenziale nella promozione e implementazione dei nuovi standards, in grado di influenzare progressivamente altri attori e stakeholders nel prossimo futuro.

Il valore aggiunto delle Stakeholder Capitalism Metrics

Il processo avviato sembra essere in grado di costituire una base per future norme e politiche coerenti a livello globale, regionale e nazionale. Conseguenze già osservabili sono infatti i recenti sviluppi in campo di regolazione della rendicontazione non finanziaria su diversi fronti: l’Unione Europea sta attualmente revisionando la Direttiva 2014/95/UE relativa alla rendicontazione non finanziaria, per garantire una regolamentazione più rigida; la Commissione Europea ha incaricato lo European Financial Reporting Advisory Group (EFRAG) della predisposizione di una task-force per fornire raccomandazioni per la creazione di un sistema Europeo di rendicontazione non finanziaria; l’International Organization of Securities Commissions (IOSCO) ha dichiarato la propria intenzione di armonizzare i diversi standards di sostenibilità per facilitare lo sviluppo di una soluzione globale; la Securities and Exchange Commission (SEC), l’ente federale statunitense incaricato per la vigilanza della borsa valori, ha emendato le proprie regole per migliorare la comunicazione di informazioni sul capitale umano; l’International Financial Reporting Standards Foundation (IFRS) ha deciso di ampliare il proprio ambito di intervento includendo anche i temi della sostenibilità; l’ International Federation of Accountants (IFAC), facendo seguito ad un’identica iniziativa di Accountancy Europe, ha annunciato la predisposizione di un International Sustainability Standards Board in affiancamento all’International Accounting Standards Board (IASB); infine, come già detto, i 5 più importanti standards-setters (CDP, CDSB, GRI, IRC e SASB) hanno annunciato la loro intenzione di allinearsi e collaborare nel perseguimento di un coherent global sustainability reporting ecosystem.

I tanti progressi fatti nel corso degli ultimi anni nell’ambito della transizione alla sostenibilità, trovavano un ostacolo nell’assenza di un solido sistema globale di rendicontazione non-finanziaria. Grazie alle nuove metriche e alle recenti iniziative a livello internazionale, investitori, politici e governatori, possono avere accesso ad informazioni e dati comparabili sia nei diversi settori industriali, che nei diversi Paesi. Infatti, l’auspicio è che questa iniziativa potrà migliorare e diffondere le informazioni sulle quali si dovrebbero basare decisioni dal significativo impatto trasformativo, quali: strategie aziendali, investimenti, norme e direttive. Nello specifico, le compagnie potranno avere informazioni e dati utili per implementare strategie di sostenibilità più efficienti, migliorando l’identificazione e la gestione del rischio; gli investitori potranno sfruttare le metriche per indirizzare il capitale verso investimenti vantaggiosi, con un maggiore impatto trasformativo; i lavoratori avranno maggiori strumenti per comprendere le modalità e gli ambiti in cui poter fornire il proprio contributo; e i consumatori potranno fare scelte di consumo più consapevoli, valutando in maniera più oggettiva l’impegno socio-ambientale delle imprese, aggirando il cosiddetto green washing. Le informazioni, modellate secondo la matrice di metriche oggettive, sono infatti uno strumento pratico per analizzare il valore delle compagnie nel lungo termine, a differenza di molte metriche finanziarie che sono invece esclusivamente orientate a valutare il profitto nel breve periodo. Infatti, è sempre più evidente la stretta connessione tra performance nelle dimensioni ESG e rendimento finanziario. Ciò soprattutto alla luce dell’attuale crisi economico-sanitaria, la quale evidenzia l’urgenza di interventi straordinari che vadano a ridurre gli impatti della pandemia nelle economie e nelle società attraverso una programmazione di lungo-termine in ambito economico, sociale e ambientale e le renda resilienti per gli eventuali shocks climatici e sanitari futuri e non rappresenti un mero intervento economico di breve periodo. Le Stakeholder Capitalism Metrics potrebbero diventare lo strumento per banche e investitori per valutare i profili aziendali. Le compagnie in cima alla ‘classifica’ stilata secondo i valori individuati dalle metriche, costituiscono quelle in cui è più sicuro e redditizio investire; quelle con performance non soddisfacenti o che non divulgano le informazioni richieste saranno invece automaticamente svantaggiate nell’accesso ai finanziamenti e ad alcuni mercati. La semplificazione e divulgazione di tali informazioni è cruciale per gettare le basi di un nuovo modo di pensare gli investimenti, le politiche per la sostenibilità e il concetto stesso di crescita economica. Di conseguenza, il nuovo tassello di cui si arricchisce il sistema di rendicontazione potrebbe svolgere un ruolo chiave, creando un level playing field per una transizione alla sostenibilità da parte delle aziende che sia trasparente e basata su criteri oggettivi.

Scenari futuri

Durante il processo di consultazione è emersa l’intenzione dei 2/3 delle compagnie intervistate, sia membri dell’IBC che non, di utilizzare le 21 core metrics nella propria relazione annuale. Le imprese, operanti in diversi Paesi e settori industriali, si trovano in fasi diverse nell’implementazione e rendicontazione dei fattori ESG. Secondo il Rapporto “Non-financial information as a driver of transformation” della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB), l’integrazione dei fattori ESG nella governance e nelle strategie aziendali è caratterizzata da tre fasi principali: la fase “Engagement” presuppone un alto coinvolgimento sui temi ESG, direttamente constatabile nel modello di business, nei comportamenti e nelle decisioni aziendali; la fase “Capacità” concerne lo sviluppo delle infrastrutture necessarie per la raccolta e l’analisi dei dati, la formazione interna, e l’allineamento dei criteri ESG con gli obiettivi di performance e la remunerazione; infine la fase “Consapevolezza” è contraddistinta da una diffusa condivisione degli obiettivi della rendicontazione all’interno dell’organizzazione, soprattutto grazie alla definizione di specifici Key Performance Indicators (KPI) e a processi decisionali integrati.  L’auspicio è che il nuovo sistema di reporting non-finanziario possa accelerare le suddette fasi e facilitare la divulgazione di informazioni e dati che permettano ai vari stakeholders e investitori di tracciare in maniera esaustiva i percorsi aziendali di creazione di valore sostenibile. Un probabile scenario vede le imprese e gli investitori membri dell’IBC e le concrete attività delle Big Four Accounting Firms, guidare il processo di diffusione delle nuove metriche e di raggiungimento di un consenso generale a livello aziendale. In particolare, l’obiettivo è quello di implementare concretamente le Stakeholder Capitalism Metrics nelle relazioni annuali del 2021, che saranno auspicabilmente presentate dai membri dell’IBC durante il prossimo Winter Meeting di gennaio.

Dal punto di vista normativo, soprattutto nel contesto Europeo, si prevede un potenziamento dell’obbligo di rendicontazione non finanziaria. Pertanto, la tempestiva adesione alle nuove metriche permetterebbe alle imprese, non soltanto di arrivare preparate ai nuovi sviluppi normativi, ma anche di influenzarne le dinamiche.

Cruciale sarà l’effetto leva rappresentato dall’impegno delle Banche Centrali, le quali stanno reindirizzando le proprie scelte di portafoglio e, come sottolineato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, al Festival dell’Economia di Trento “Possono informare e sensibilizzare intermediari e investitori, intraprendere iniziative di educazione alla finanza sostenibile, valutare che le banche adottino standards di gestione dei rischi climatici, tutelare la stabilità finanziaria e investire in sostenibilità utilizzando criteri ESG”.

In conclusione, l’auspicio è che l’interesse suscitato dall’iniziativa Measuring Stakeholder Capitalism e la sua concreta applicazione per definire le giuste priorità nelle scelte future possano dare un contributo concreto e misurabile al progresso del Pianeta, privilegiando modelli di crescita inclusivi e sostenibili. 


Bibliografia

World Economic Forum, “Measuring Stakeholder Capitalism: Towards Common Metrics and Consistent Reporting of Sustainable Value Creation”, White Paper September 2020. 

Deloitte, “Osservatorio Nazionale sulla Rendicontazione Non Finanziaria 2 Report”, Dicembre 2019.

Financial Times, Gillian Tett, “Big Four accounting firms unveil ESG reporting standards”, Settembre 2020.

CONSOB, “Non-financial information as a driver of transformation”, 2018. 

Accounting Today, “Big Four firms release ESG reporting metrics with World Economic Forum”, Settembre 2020. 

Il Sole 24 Ore, “Visco in campo per il Mes: dal punto di vista economico ha solo vantaggi”, Settembre 2020.

Giulia Salis, “The 2030 Agenda for Sustainable Development: A driving force for Multilateralism and Corporate Strategies”, Luglio 2019. 

Sitografia

https://www.pwc.com/gx/en/services/sustainability/sustainable-development-goals/business-reporting-on-the-sdgs.html

https://www.weforum.org/events/sustainable-development-impact-summit-2020/sessions/esg-report-launch-times-shown-are-cet

https://www.esgtoday.com/esg-reporting-takes-major-step-forward-wef-along-with-deloitte-ey-kpmg-and-pwc-release-new-esg-metrics/

https://fortune.com/global500/

Rapporto 2020 – Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile

Il Festival dello Sviluppo Sostenibile, arrivato alla sua quarta edizione, si è tenuto dal 22 Settembre all’8 Ottobre a Roma. 
Promosso dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), è la più grande iniziativa italiana volta alla sensibilizzazione di cittadini, imprese e istituzioni sul tema della sostenibilità, facendo particolare attenzione ai “17 Goals” proposti dall’Agenda 2030 dell’ONU. Scorrendo la lista di questi “obiettivi”, risulta chiaro come il concetto di “sostenibilità” abbia radici ben più estese di quanto non siamo abituati a pensare. 
La sostenibilità è una questione: economica, sociale, culturale e ambientale; concerne egualmente la salute, il benessere, l’uguaglianza sociale, l’architettura urbana, l’istruzione, e il rispetto per l’ambiente. Come sottolineato nel rapporto 2020 di ASviS – riassunto nei paragrafi sottostanti – per raggiungere questa condizione è fondamentale che ognuno di noi riadatti i suoi comportamenti: dai piccoli gesti a quelli con impatto più significativo, in funzione di una vita sostenibile per noi stessi, per gli altri e per il pianeta. 

Come ogni anno, ASviS ha pubblicato, alla fine del Festival, un rapporto che si propone di analizzare il progresso dell’Italia nel campo delle politiche sostenibili e dei “17 goals” proposti nell’Agenda 2030 dell’ONU. In quest’ottica, l’Italia viene sottoposta ad un controllo che tiene presente il contesto internazionale ed Europeo dei quali il Paese è parte integrante, al fine di dare un quadro dettagliato della situazione attuale, ed alcuni consigli mirati per il futuro. Quest’anno, nel mezzo di una crisi pandemica globale, ASviS ha colto l’opportunità di mettere in luce come quest’ultima sia in parte il risultato del progressivo danneggiamento degli ecosistemi, e come, al contempo, essa contribuirà a rendere ancora più difficile la realizzazione degli obiettivi preposti dall’Agenda 2030. 

Infatti, il COVID-19, come le passate epidemie, nasce dal progressivo danneggiamento degli ecosistemi e la conseguente perdita di biodiversità che, a sua volta, favorisce i “salti di specie da parte di agenti eziologici”. Paradossalmente, questa pandemia – che è in parte dovuta alla distruzione degli ecosistemi operata per decenni da parte dell’uomo – sarà inevitabilmente causa del rallentamento dei processi di implementazione delle politiche sostenibili. Essa ha peró avuto – ed avrà – come effetto quello di mettere maggiore pressione ai governi ed alle istituzioni, al fine di riconoscere i pericoli che il nostro modo di vivere “homocentrico” comporta, per correggere questa politica autodistruttiva.

Il COVID-19 e lo sviluppo sostenibile

La pandemia da COVID-19 è strettamente legata al concetto di “sostenibilità”. Infatti, potremmo dire che essa nasce da un forte problema di sostenibilità ambientale e che, al contempo, affligge gravemente la sostenibilità sociale ed economica. 
Più precisamente, il nostro stile di vita è stato finora avverso all’ecosistema, il quale ne ha profondamente risentito, perdendo parte della sua biodiversità. Oggi, questa crisi sta avendo gravi ripercussioni sull’economia, sulle pari opportunità e sull’accesso alle risorse indispensabili, esacerbando quindi fattori come povertà ed insicurezza sociale tra gli altri. Come già accennato, a fronte di queste difficoltà, segnali positivi arrivano dai mercati e dalle  istituzioni, che si dimostrano sempre più sensibili al tema della sostenibilità. 

In ambito economico, già da diversi anni, gli investimenti chiamati SRI (Sustainable and Responsible Investment) sono in forte crescita in quanto privilegiati perché meno rischiosi e più resilienti agli shock finanziari. Dal punto di vista delle istituzioni, invece, questa crisi ha “reso evidenti gli effetti negativi di un sistema globalizzato”, non soggetto a standard e regole comuni. Le risposte eterogenee, e talvolta ritardate, dei governi hanno contribuito alla diffusione del virus, mentre la mancanza di un approccio ed una visione comune, soprattutto a livello europeo, ha contribuito al senso di insicurezza e confusione nei singoli cittadini.

Inoltre, la pandemia ha portato al centro del dibattito l’approccio “One Health”, ovvero un approccio globale al tema della salute, volto a riconoscere e integrare nei processi decisionali lo stretto legame tra il nostro benessere e quello del pianeta, sapendo adottare misure che non abbiano un impatto negativo né sull’uno né sull’altro. Si è discusso non soltanto del bisogno di adottare politiche più sostenibili in tutte le accezioni di questo termine ma, soprattutto, della necessità  che queste politiche siano comuni e omogenee al’’interno della comunità europea, cosicché vengano implementate tempestivamente, migliorandone l’efficacia. In questo contesto, la pandemia ha posto la comunità internazionale davanti ad una doppia sfida: non solo vi è il bisogno di adottare misure sul piano sanitario, sociale ed economico per evitare il prolungarsi dell’emergenza, ma vi è anche la necessità di sfruttare il momentum creato da questa per aumentare la resilienza e la sostenibilità del sistema.

La strategia Europea per uno sviluppo sostenibile

Sin dal suo insediamento nel Novembre 2019, la Commissione Europea guidata da Ursula Von der Leyen ha posto la tematica della “sostenibilità” al centro della sua Agenda. Come sottolineato nel rapporto di ASviS, tre Comunicazioni pubblicate dalla Commissione nelle sue prime settimane di attività si sono rivelate strumenti chiave per fornire le linee guida di questa crescita sostenibile: 

  • Green Deal Europeo (GDL);
  • Riorientamento del Semestre europeo verso gli SDGs;
  • Rilancio del Pilastro europeo dei diritti sociali.

Il Green Deal Europeo propone “una nuova strategia di crescita mirata a trasformare l’UE in una società giusta e prospera, dotata di un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, che nel 2050 non genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita economica sarà dissociata dall’uso delle risorse. Essa mira inoltre a proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell’UE e a proteggere la salute e il benessere dei cittadini dai rischi di natura ambientale e dalle relative conseguenze”. 

Esso si articola nei seguenti obiettivi: rendere più ambiziosi gli obiettivi dell’UE in materia di clima per il 2030 e il 2050, garantire l’approvvigionamento di energia pulita, economica e sicura, mobilitare l’industria per un’economia pulita e circolare, costruire e ristrutturare in modo efficiente sotto il profilo energetico e delle risorse naturali, accelerare la transizione verso una mobilità sostenibile e intelligente nella direzione della neutralità climatica, progettare un sistema alimentare giusto, sano e rispettoso dell’ambiente, preservare e ripristinare gli ecosistemi e la biodiversità e l’obiettivo “inquinamento zero” per un ambiente privo di sostanze tossiche. Questi obiettivi verranno raggiunti integrando la sostenibilità in tutti settori, attraverso misure trasversali.

In tale contesto, il “riorientamento del Semestre europeo verso lo sviluppo sostenibile” – volto ad utilizzare gli SDGs dell’Agenda 2030 come sfondo del quadro di trasformazione – è una riforma fondamentale. Infatti, volendo perseguire obiettivi tanto ambiziosi e volendo aspirare al ruolo di “leader mondiale nella trasformazione del modello di sviluppo”, è fondamentale per l’Europa ambire al raggiungimento di questi obiettivi, tenendo conto delle linee guida e dei goals forniti dalla comunità internazionale.

Infine, la Commissione ha sfruttato l’onda di cambiamento innescata da questo massivo piano di riforme, per riportare alla luce il “Pilastro europeo dei diritti sociali”, già proclamato congiuntamente con il Parlamento e il Consiglio Europeo il 17 Novembre 2017. Con questa mossa, la Commissione ha saputo porre l’accento su un’accezione fondamentale, ma spesso tralasciata, del termine sostenibilità: la sostenibilità sociale. Grazie a questo pilastro, l’Europa si impegnerà ad assicurarsi che “la transizione alla neutralità climatica, la digitalizzazione e i cambiamenti demografici siano socialmente equi e giusti”. Sebbene la pandemia da COVID-19 abbia rallentato l’implementazione dei programmi avviati dalla Commissione, essa ha anche fornito nuovi stimoli e incentivi per promuovere uno sviluppo sostenibile in Europa. Il piano Marshall volto alla ripresa, denominato “Next Generation EU”, ha messo in gioco una cifra cospicua di fondi – 750 miliardi – la maggior parte dei quali sarà erogata dipendentemente dalla presentazione di “Piani nazionali per la ripresa” che dovranno andare nella direzione degli obiettivi di sviluppo sostenibile. In questo modo, come sottolineato nel rapporto, l’Europa ha saputo sfruttare un momento di forte crisi per dare un nuovo slancio socio-economico volto al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile che si era già prefissata. Il doppio filo che lega gli incentivi economici per la ripresa e la sostenibilità ha il potenziale di rendere l’Unione Europea un leader mondiale nell’implementazione di un nuovo modello di sviluppo.

È, inoltre, importante sottolineare come alla fine del capitolo sull’Unione Europea, il rapporto ASviS fornisca un’analisi dettagliata degli indicatori compositi volti ad analizzare il rapporto tra gli obiettivi preposti dagli SDGs e la situazione europea al momento attuale. È possibile quindi notare che, in maniera generale, tra il 2010 e il 2018 ci sono stati dei miglioramenti per nove obiettivi (3, 4, 5, 7, 8, 9, 11, 12, 13), un sensibile peggioramento per tre (10, 15 e 17), mentre per quattro (1, 2, 6 e 16) la situazione appare sostanzialmente invariata. Per quanto riguarda i singoli, l’Italia ha migliorato, nello stesso arco di tempo, quasi tutti i suoi indicatori ad eccezione di quelli che concernono “acqua pulita e servizi igienico-sanitari”, “ridurre le diseguaglianze” e “vita sulla terra”.

L’impatto della pandemia sul raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 in Italia 

Questo capitolo del rapporto si propone di analizzare l’efficacia dell’implementazione delle riforme atte al raggiungimento dei “17 goals” in Italia nell’anno passato. Guardando ai dati più recenti, tra il 2018 e il 2019 l’Italia mostra segni di miglioramento per quattro Obiettivi (1, 8, 12, 16) e una sostanziale stabilità per dieci Obiettivi (2, 3, 4, 5, 6, 7, 10, 13, 15 e 17). Peggiorano, invece, gli indicatori relativi agli Obiettivi 9 e 11. Nonostante questi miglioramenti, il rapporto sottolinea come, a pochi mesi dalla scadenza di 21 Target previsti dall’Agenda 2030, l’Italia si trovi ancora molto lontana dai valori di riferimento.

A questa analisi basata sul raggiungimento degli obiettivi preposti, segue un’analisi dei decreti pertinenti implementati nell’ultimo anno, e un’analisi sull’evoluzione della legislazione per i diversi Goals. Nella prima analisi risultano rilevanti: il decreto “Clima”, la legge di bilancio 2020, il decreto “Cura Italia”, il decreto “Liquidità”, il decreto “Rilancio”, il decreto “Semplificazioni” e il decreto “Agosto”.

Le proposte dell’ASviS

In questo ultimo capitolo, l’ASviS descrive, in maniera dettagliata, le sue proposte per ottenere il raggiungimento dei target in ogni settore. Dopo aver sottolineato come la creazione di un “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR) rappresenti un’occasione storica per orientare le politiche pubbliche a favore dello sviluppo sostenibile.  Dopo aver ribadito gli interventi trasversali e sistemici già presentati negli scorsi anni, grazie ai quali “l’Italia si troverebbe oggi ad affrontare questa sfida su basi più solide”, ASviS presenta un vasto numero di proposte specifiche, divise per settore: crisi climatica ed energia, povertà e disuguaglianze, economia circolare, innovazione e lavoro, capitale umano, salute ed educazione, capitale naturale e qualità dell’ambiente, città ed infrastrutture e capitale sociale e cooperazione internazionale. 

In conclusione, ASviS include nel rapporto un forte richiamo alla Presidenza Italiana del G20, e come questa rappresenti un’opportunità per l’Italia per imporsi come leader della transizione verso un modello di crescita sostenibile, mettendo al centro del dibattito dei venti paesi più influenti al mondo, la tematica della crescita sostenibile partendo dagli obiettivi dell’Agenda 2030.

Green Finance: settore in crescita, ma c’è ancora molto da fare

Oggi si conclude il Forum on Green Finance and Investment 2020, organizzato dall’OCSE l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, appuntamento fondamentale per il mondo della finanza. Difficile immaginare di poter raggiungere gli obiettivi contenuti nell’Accordo di Parigi, nell’Agenda 2030, nel Green Deal Europeo, senza tenere in considerazione un settore cardine nella società contemporanea. Il settore finanziario è stato additato come uno tra i principali responsabili dell’attuale degrado ambientale a causa dell’applicazione di una filosofia di investimento miope: il massimo profitto nel minor tempo possibile, incondizionatamente da qualsiasi impatto negativo che questo possa avere. Ma il Forum sulla Green Finance, oltre ai numerosi studi e ricerche sul tema, dimostra quanto si stiano cercando delle soluzioni più sostenibili anche in questo ambito.

«La finanza sostenibile sarà essenziale per mobilitare i finanziamenti necessari per rendere l’Europa neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050»
Vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis

L’attenzione verso questa forma di finanza è in crescita da anni ormai. Senza dubbio il fattore che ha portato in auge la Green Finance è stato l’inserimento della stessa nell’Accordo di Parigi del 2015: “Making finance flows consistent with a pathway towards low greenhouse gas emissions and climate-resilient development”. Il passaggio evidenzia infatti la necessità di un reindirizzamento dei flussi finanziari verso progetti, prodotti, infrastrutture ed imprese che siano fonti per uno sviluppo sostenibile e, nello specifico, “climate-resilient”.

«L’Accordo sul clima ha generato un bisogno di fondi per la sostenibilità ambientale e reso i mercati consapevoli della necessità di aprirsi al settore e delle potenzialità che questo può offrire» spiega Chiara Caprioli della Borsa del Lussemburgo, prima nel mondo ad abbracciare la finanza verde.

Cause e ritardi della transizione finanziaria in senso green

Nonostante il grande interesse mostrato nei confronti della domanda persistono ancora due criticità principali: da un lato, l’incertezza sulla sostenibilità ambientale dei diversi tipi di investimenti e di attività economiche; dall’altro, la mancanza di strumenti finanziari e progetti qualificati come green.
Per quanto concerne il primo punto critico, l’Unione Europea ha adottato nel giugno 2020 un Regolamento per stabilire un quadro normativo per facilitare gli investimenti sostenibili. Questo atto rappresenta la pietra miliare del Piano d’azione UE per la finanza sostenibile, in quanto alimenterà diversi interventi legislativi di prossima adozione, come ad esempio lo standard delle obbligazioni verdi dell’UE. Attraverso queste norme l’UE vuole riuscire a garantire agli investitori la maggior trasparenza, e dunque sicurezza, sull’etichetta “green” assegnata a determinati strumenti finanziari. 
La seconda criticità, in parte legata alla prima, riguarda l’assenza di un incontro tra la domanda e l’offerta di strumenti della Green Finance. Questo mancato incontro è conseguente, da un lato, ad una sempre crescente domanda di strumenti finanziari sostenibili, dall’altro, a una limitata offerta da parte degli operatori finanziari causata dalla colpevole assenza di progetti “green” che possano soddisfare le richieste degli investitori.

Green bond, strumenti sostenibili in linea con il Green Deal europeo

Nel frattempo la Germania ha venduto la prima obbligazione verde in assoluto, raccogliendo più di 6 miliardi di euro, un passo ritenuto fondamentale per il mercato finanziario europeo e le conseguenze che ne derivano. La Germania è il paese più “sicuro” della zona Euro per ciò che concerne la raccolta di debito, un fattore non indifferente che ha spinto numerosi investitori a richiedere questo strumento finanziario, il quale andrà a finanziare, con le risorse raccolte, progetti verdi.

«Con l’emissione, il governo ha compiuto un passo importante verso il rafforzamento significativo della Germania come paese di finanza sostenibile» ha affermato il viceministro delle finanze tedesco Joerg Kukies. 

La cancelliera tedesca Angela Merkel, come altri politici europei, ha sottolineato che i finanziamenti per la ripresa di Covid-19 dovrebbero essere in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo, una necessità evidenziata anche dal vincolo posto sulle risorse del Next Generation Fund affinché parte di esse sia diretta a finanziare attività green.
L’emissione di questo strumento da parte della Germania rappresenta un momento focale per il mercato obbligazionario europeo, che ha già visto l’emissione di questi strumenti da parte di Francia, Polonia, Irlanda, Paesi Bassi e Svezia. Le conseguenze sull’economia reale possono avere un grande impatto positivo in considerazione dei numerosi progetti che l’intero continente dovrà realizzare se vuole raggiungere l’ambiziosa neutralità climatica entro il 2050. Attraverso le risorse raccolte potranno essere finanziati progetti che speriamo potranno essere giudicati “green” con la massima certezza.
Nel frattempo si aspetta un’azione simile da parte dell’Italia, approfittando anche dell’apertura della Bce agli acquisti di green bond.
Le risorse finalizzate al finanziamento di progetti verdi, raccolte dai governi, hanno diversi fini, tra gli altri: soddisfare la necessità, imperativa, di spingere la crescita e riportarla ai livelli precedenti la crisi scoppiata per il COVID-19, di migliorare le condizioni di vita e di sconfiggere il cambiamento climatico, tutte priorità che i governi europei dovranno realizzare.

Uno sguardo al settore privato

Non soltanto il settore pubblico ha immesso sul mercato questi strumenti verdi, ma anche diverse aziende private si sono cimentate nell’utilizzo di strumenti tipici della Green Finance. Gli emittenti di obbligazioni verdi non si limitano esclusivamente alle aziende fortemente focalizzate su obiettivi ambientali, come le aziende che operano nel settore dell’energia rinnovabile, ma possono includere un’ampia varietà di entità in grado di articolare la loro storia per ottenere impatti positivi, o cercare di migliorare le loro performance storiche sul mercato finanziario. 
Un esempio è Starbucks, la famosa catena di caffè americana, che ha, fino ad ora, emesso ben tre obbligazioni verdi, raccogliendo 1 miliardo di dollari nel 2019. La scelta di rivolgersi al mercato finanziario al fine di raccogliere risorse utili per realizzare progetti interni finalizzati al soddisfacimento dei criteri di sostenibilità, ha rappresentato un’innovazione nel mercato. Senza dubbio, per un’azienda che fornisce principalmente caffè, la cui filiera produttiva è una delle meno sostenibili al mondo, questa decisione ha permesso a Starbucks di porsi sotto una luce diversa al mercato. Forse si tratta di puro green-washing, ricordiamo che non esistono criteri “universali” per etichettare uno strumento finanziario come “green”, tuttavia la multinazionale da diverso tempo è impegnata a trasferire l’approvvigionamento di grani di caffè verso produttori sostenibili e rendere le sue attività di vendita più ecologiche, destando molto interesse tra gli investitori. Tale modus operandi può essere certamente un modello per tutte le altre società che operano nel mercato.

In conclusione, gli strumenti della Green Finance possono essere utilizzati da numerosi componenti della nostra società, dal settore pubblico al settore privato. Tuttavia, nonostante questa ampia platea di potenziali players di mercato, il settore è ancora lontano dalla maturità e risulta essere ancora in piena fase di sviluppo. Senza dubbio, la preoccupazione per i cambiamenti climatici e l’inquinamento che colpisce tutte le nazioni, rappresenta un importante fattore di spinta che porta Stati e aziende ad interfacciarsi con la Green Finance.
Saranno fondamentali i prossimi 3-5 anni, specialmente con riguardo alle azioni dei policy-makers, europei e non. Essi dovranno essere in grado di bilanciare il rischio di un’eccessiva regolamentazione per il settore, che soffocherebbe l’emergere di nuovi strumenti ed il moltiplicarsi di quelli già in uso, e l’incomprensibile libertà garantita attualmente, che, come conseguenza, impedisce agli investitori di affidarsi completamente alla finanza verde, impedendo al mercato di svilupparsi a pieno.

L’ECO-INNOVAZIONE COME MOTORE DELLA SOSTENIBILITÀ

Comunicato stampa
Tavola rotonda “Le politiche pubbliche e l’eco-innovazione”


6 ottobre 2020

Lunedì 5 ottobre 2020 si è tenuta la tavola rotonda dal titolo “​Le politiche pubbliche e l’eco-innovazione​” organizzata dal think tank AWARE nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso da AsVIS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.
Hanno partecipato all’incontro ​Grazia Barberio​, Responsabile per l’Economia Circolare di ENEA, Luca Meini​, Head of Circular Economy di ENEL Holding e ​Andrea Fedeli​, Presidente di AWARE che ha moderato la discussione.

L’incontro è stato occasione di approfondimento del tema della ​circular economy. ​AWARE si è chiesto come si potesse sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema e come due aziende, quali ENEL ed ENEA, stiano applicando le loro strategie nella cornice dell’eco-innovazione. Lo scopo dell’incontro è stato duplice: da un lato si è voluto porre l’attenzione sul tema dell’eco-innovazione come driver per la transizione green; dall’altro si è provato a comprendere quale sia stato l’impatto degli interventi messi in campo dagli ultimi governi italiani, attraverso misure quali Industria 4.0 o Transizione 4.0, nel favorire forme di ecoinnovazione. Ne è emerso che quest’ultima può e deve essere il cardine intorno al quale sviluppare politiche all’avanguardia nel Paese.

L’eco-innovazione deve essere considerata come motore della sostenibilità e l’economia circolare come nuovo modello di transizione di cui abbiamo bisogno per spostarci da un sistema più lineare ad un sistema di rigenerazione, che emuli il più possibile il sistema naturale”, queste le parole di Grazia Barberio in apertura della discussione​.

L’obiettivo deve essere cercare di allungare la vita dei componenti e dei prodotti in generale affinché si possa fare un uso efficiente delle risorse di cui disponiamo minimizzando gli sprechi. “​Le parole chiave sono ri-uso, ri-manifattura, re-design del modello economico”​, concetti sui quali ENEA si sta focalizzando.

Luca Meini, nel raccontare l’esperienza di ENEL Group, ha posto l’accento su come ​l’economia circolare sia un driver strategico, un altro approccio per ridisegnare il nostro business (ENEL ndr) in una duplice ottica: competitività e sostenibilità​. Bisognerebbe modificare l’approccio imprenditoriale, trasformare il modello economico a livello statale. Tuttavia, ad oggi in Italia non vi è ancora una chiara strategia, presente invece in altri paesi in cui il concetto è più affermato. Ciò che manca nel nostro Paese è la visione dell’economia circolare come chiave di ripensamento del modello di business nella sua interezza, dall’organizzazione interne al rapporto con i fornitori, ed è ciò su cui ENEL invece sta puntando.

Per stimolare la transizione verso questo modello, secondo l’opinione di entrambi i relatori, è necessario ragionare su incentivi di medio e lungo periodo.“​Prima di ragionare sugli incentivi però – dice Meini – ​bisognerebbe ragionare sugli ostacoli che permangono in questa transizione, per poi poter allargare la riflessione a tutti gli ambiti: deve essere recepito come un input e declinato lungo tutta la linea dell’attività”​ .

È imprescindibile considerare nel processo di transizione green lo stretto rapporto che intercorre tra questa e la rivoluzione tecnologica. È per questo che ​AWARE ha attivato al proprio interno due gruppi di lavoro di ricerca, dedicati proprio alla governance dello sviluppo sostenibile e della trasformazione digitale​, per seguirne le dinamiche economico-normative. Su questo rapporto, sia Barberio sia Meini si sono trovati d’accordo: per la Responsabile di ENEA devono essere pensati dei programmi interconnessi, degli strumenti di digitalizzazione che possano supportare il raggiungimento di determinati risultati nel più breve periodo possibile; per Meini il tema dell’innovazione deve essere completamente inserito nella transizione green “​non c’è spazio per innovazioni che vadano in senso contrario​”.

La crisi sanitaria che stiamo vivendo ha aumentato la consapevolezza su come il modello economico attuale sia fragile e come sia necessario adottare un nuovo collegato ambientale per riformulare tutto il processo e trovarsi pronti. “​Bisogna ampliare il concetto di resilienza – dice Barberio – ​perché l’andamento delle crisi climatiche ci porrà davanti situazioni estreme e sempre più repentine”​ .

Focus sul mondo del lavoro, tra post Covid19 e Digitalizzazione – Intervista a Gabriele Gabrielli

Torna un nuovo appuntamento di confronto e di approfondimento con un grande professionista.
In questa occasione AWARE ha avuto l’onore di incontrare Gabriele Gabrielli che nella sua lunga carriera professionale ha ricoperto numerosi ruoli sia aziendali che accademici. L’intervista si focalizza principalmente sul ruolo e la funzione del Direttore del personale e come questa figura è cambiata – e cambierà – a seguito del Covid19 e del processo di digitalizzazione che ha investito il settore HR.
Gabriele Gabrielli è executive coach, imprenditore e consulente, autore, Consigliere delegato di People Management Lab Srl – Società Benefit e BCorp. Inoltre, è professore a contratto di Organizzazione e gestione delle risorse umane e People management e reward all’Università LUISS Guido Carli. 
Infine, è ideatore e presidente della Fondazione Lavoroperlapersona, oltre ad aver ricoperto il ruolo di Direttore Risorse Umane e Organizzazione in gruppi e imprese pubbliche e private.

Seguo la sua fondazione “Lavoroperlapersona” e percepisco veramente tanta passione in quello che viene fatto. Essendo quindi sia imprenditore che uomo di organizzazione le chiedo: all’interno di un’organizzazione quanto è importante essere sé stessi e quindi lasciare che la propria personalità e le proprie passioni emergano piuttosto che essere solamente un dipendente che esegue gli ordini?

Quello che chiami essere sé stessi è una ricerca continua nella vita di ciascuno e riveste un’importanza decisiva per fare bene il proprio lavoro, per creare impatto e per essere felici. Cercherò, successivamente, di spiegarmi meglio dal momento in cui sono tre i passaggi fondamentali che dovrebbero essere ben tenuti in considerazione da imprenditori e manager; anche se so bene che non c’è ancora profonda consapevolezza di questo. Per esprimere meglio quello che penso al riguardo ricorro agli insegnamenti di un grande psicologo, molto citato ma poco letto: Abraham Maslow. La conoscenza del fondatore della Psicologia Umanista si ferma per lo più alla piramide dei bisogni con cui è stato sintetizzato e divulgato il suo lavoro. Maslow, quando riflette sull’autorealizzazione, scrive pagine profondissime proprio su quello che mi domandi. In Motivazione e Personalità, la sua tesi, ancora poco interiorizzata da larga parte del management, è che il collaboratore è destinato a permanere in uno stato di malessere e scontentezza fino a quando “non sarà occupato a fare ciò che egli, individualmente, è adatto a fare”. Quest’idea, come dicevo prima è ancora poco valorizzata e presa sul serio. Ma da sola potrebbe costituire il manifesto-guida per il lavoro di imprenditori, capi e professionisti che si occupano di gestione delle risorse umane nelle imprese e nelle altre organizzazioni. 

Cosa significa? Voglio dire che la volontà di mettere le persone in condizioni tali da poter esercitare questo loro bisogno-diritto di autorealizzazione, dovrebbe trovare risposta in pratiche manageriali che mettono al primo posto l’ascolto e la ricerca di tutti gli aggiustamenti organizzativi necessari perché le persone siano felici nel lavoro, potendo esprimere il meglio di sé.

C’è una frase di Maslow davvero potente che risponde compiutamente alla domanda che mi poni:  “ciò che uno può essere, deve esserlo”. A mio modo di vedere è questo il principio fondante dell’etica manageriale nel campo della gestione delle risorse umane. Ciascuna persona, in altre parole, dovrebbe essere aiutata “a diventare tutto ciò che si è capaci di diventare”. Chiudo dicendo che questa idea ispira il lavoro della Fondazione Lavoroperlapersona, ma anche la visione che condivido con i miei allievi in università e anche, evidentemente, quando sono impegnato ad aiutare come consulente e coach, a seconda delle situazioni, i clienti delle Società benefit e BCorp che ho fondato.

Sempre su questa scia, si nasce imprenditori o ci si diventa con l’esperienza?

È una grande questione quella che poni. Difficile dirlo. Credo che tutti abbiamo in dotazione spirito di autonomia, creatività e capacità organizzative. La loro forza ed espressività però dipendono da molti fattori. Importante è il contesto in cui si cresce e si lavora, importanti sono le persone, i leader e i capi che si incontrano. Fa una certa differenza lavorare con un manager che ti incoraggia ad assumere iniziativa, a dire ciò che pensi, a non preoccuparti degli errori che puoi commettere. Così come fa molta differenza da quale sorgente attingi l’acqua, ossia l’energia, che ispira ciò che fai, i valori che ti guidano nella vita, non solo nel lavoro. Anche qui voglio condividere il pensiero di un grande uomo, prima che economista e premio Nobel: Muhammad Yunus. Egli scommette sullo sviluppo di un’imprenditorialità universale, una frontiera lungo la quale poter immaginare che l’uomo trovi la sua felicità nel lavoro. Yunus respinge l’ipotesi sulla quale l’economia è ancora fondata su “un uomo egoista e auto interessato”. Non è così e spiega: “Nei bambini anche in tenera età va inculcata una comprensione più ampia dell’economia, che riconosce il lato altruistico della natura umana e non solo quello egoistico e tenga conto delle molte motivazioni diverse, al di là dell’arricchimento personale, che danno impulso alla creatività e alla produttività umane”. È un pensiero che si connette a quanto dicevamo prima con Maslow: “scommettendo su un processo di allargamento progressivo della scelta delle persone di voler diventare”, come ama dire il premio Nobel indiano, “ bisogna essere creatori di posti di lavoro”, piuttosto che “cercatori di posti di lavoro”.

Ha ormai alle spalle tantissimi anni di esperienza, le volevo chiedere quanto e come è cambiata la figura del direttore del personale all’interno delle organizzazioni?

Quanto è cambiata o piuttosto quanto dovrà cambiare? Non è una battuta, credo davvero che le sfide di quest’epoca esigano un cambio di passo e di paradigma anche dal direttore del personale, come si usava dire una volta. Le ragioni sono numerose e non posso nemmeno sfiorarle. C’è però un cambiamento importante nell’economia e nella gestione degli affari che merita di essere menzionata per le sue implicazioni nel campo della gestione delle risorse umane e della sua leadership. Nell’economia si stanno sviluppando le condizioni, di natura diversa, perché possa avvenire un vero e proprio cambio di paradigma. Le imprese stanno capendo che non possono essere più “estrattive”, ma che devono diventare “generative”. Il sociologo ed economista Mauro Magatti la chiama giving economy, un’espressione davvero efficace. Cosa significa? Vuol dire che la massimizzazione del profitto non è più lo scopo delle imprese, viceversa le imprese devono pensare ad altro, a soddisfare tanti altri soggetti e, soprattutto, a migliorare il mondo. Si tratta di un cambio epocale che comincia a prendere forma e acquisire cittadinanza anche nelle grandi multinazionali. Insomma, si sta scoprendo – o forse meglio ri-scoprendo – questo aspetto, visto che già l’economia civile lo afferma dal XVII secolo: il fine dell’impresa non è affare privato ma è affare pubblico in quanto ha uno scopo sociale. Quali implicazioni avrà questo “cambio” sulla gestione dell’impresa? E quali implicazioni avrà sulla leadership della gestione delle risorse umane? Direi enormi, soprattutto saranno inedite perché richiedono di riscrivere gran parte delle pratiche di HRM per collocarle adeguatamente in questo nuovo scenario. Pensiamo soltanto alla performance. In base a cosa valuteremo chi performa bene o meno bene in questo nuovo scenario? 

Ma il direttore del personale sarà così importante anche nell’era della robotica e dell’intelligenza artificiale?

Copertina del libro “Il lavoro dell’uomo con i robot. Alleati o rivali?” di G. Gabrielli

Lo sarà ancora di più per diverse ragioni. Innanzitutto perché la nuova grande trasformazione del lavoro – come ho scritto in un recente lavoro – getta le basi per costruire uno spazio inedito di convivenza tra cervelli diversi, quello umano e quello digitale. Si aprono spazi di cooperazione sconosciuta, un terreno per osservare come il comportamento delle persone nelle organizzazioni cambierà e con quali atteggiamenti vivremo questo cambiamento. Un classico terreno dove le direzioni HR più sensibili, attente e preparate possono dare un contributo fondamentale. A cominciare da quello necessario per gestire un cambiamento epocale. Alleati o rivali dei robot? Mi interrogo nel piccolo volume che sto ricordando nel quale raccolgo anche il contributo di autorevoli colleghi. In quest’epoca c’è bisogno di un nuovo dialogo, di costruire le condizioni per una nuova grande partecipazione dei lavoratori al cambiamento. Chi meglio del direttore del personale può incarnare tale ruolo? Ma, come anticipavo prima, dovrà cambiare lui stesso, e in profondità. Apertura, interdipendenza, autorealizzazione, vocazione, autonomia, motivazione intrinseca, impatto sociale, sostenibilità saranno alcune parole chiave del suo lavoro di accompagnamento. È questa la sfida che ha.

Quali sono le sfide che il settore HR dovrà essere in grado di affrontare nel breve medio termine in virtù dell’emergenza Covid19?

Saranno numerose. Quella organizzativa è di gran lunga la più significativa. Il lavoro da remoto ci è piombato addosso senza preavviso con le sembianze dello smart working, ossia di un lavoro che può essere prestato ovunque e sempre. In realtà, però, non è stato così perché, semmai, si è trattato di un regime di smart working forzato. Ora si sta consolidando l’idea di un progressivo ampliamento del ricorso al lavoro a distanza. Numerosi fattori spingono in tale direzione: ambientali, di natura economica e di costo, di produttività e benessere. Insomma, lo scenario dei prossimi tempi sarà quello contrassegnato dal passaggio dallo smart working dell’emergenza a quello strutturale. 
La funzione HR è interpellata da numerose questioni. Una in particolare merita attenzione e si collega alla risposta che ho dato alla domanda precedente: siamo pronti ad un cambio di lavoro che si presenta al tempo stesso come un mutamento della sua filosofia? Nel vocabolario dello smart working, infatti, ci sono parole quasi eversive per la cultura manageriale ancora dominante. Sono parole come responsabilizzazione e attenzione ai risultatifiducia e autonomia. Riusciranno i manager a scrollarsi di dosso l’ansia del controllo? E in che forma potranno esercitarlo da lontano? Estendere lo smart working, dunque, è operazione assai complessa perché richiede di intervenire sulla cultura del lavoro. Il lavoro da fare è davvero tanto, basti pensare al fatto che sarà necessario riscrivere gli stessi modelli di leadership per tenere conto dei nuovi comportamenti e competenze che risulteranno efficaci per gestire team e persone al di fuori dei nostri sguardi.

Chiudo con una domanda personale che sto cercando di fare a tutte le personalità che ho avuto, e che avrò l’opportunità di intervistare: un vero Leader si vede nei momenti di difficoltà. Non voglio quindi chiederle qual è stato il momento più felice della sua lunghissima carriera, ma quale invece è stato il più difficile, se c’è stato un fallimento che lo ha segnato in particolare e come è riuscito ad affrontare e ribaltare questo momento negativo.

In verità c’è solo l’imbarazzo della scelta, perché di cose che non sono andate come le avevi pensate ce ne sono state tante nella mia carriera. E continuano a farmi compagnia. Non le chiamerei però fallimenti, semplicemente fatti che hanno riaffermato il principio che “la realtà è superiore all’idea” come dice Papa Francesco. La mia storia è piena di incidenti di questo tipo che riguardano per lo più progetti, ma qualche volta anche persone. Come quando avevo pensato che il mio team dell’epoca dovesse seguirmi entusiasta in una sfida che ritenevo per noi strategica. Sono stato freddato, non ricordavo di averlo sperimentato prima almeno con questa modalità, con un semplice ma potente: “noi non ci stiamo, questa volta no”. Già avevo pianificato i mesi successivi, speso qualche parola di troppo con altre persone, con il mio capo ad esempio, l’AD dell’azienda dove lavoravo. Il mio orgoglio, diciamo, ha ricevuto un gran ceffone. E meno male, perché il progetto – con il senno del poi – sarebbe stato un bagno di sangue. Ho imparato molto naturalmente.